Abitare il Campidoglio

Con questo testo intendiamo promuovere una discussione sul disegno di legge che interviene sulla forma istituzionale ed amministrativa della città.

Auto Governo di Roma città metropolitana

In questi anni si è accentuata – in parallelo con l’aggravarsi della crisi abitativa, dei trasporti, dei servizi, del degrado urbano – la sordità delle Istituzioni, in specie di Comune e Regione, e l’incapacità dei Municipi di farvi fronte. Le interessanti e diffuse iniziative di quartieri ed associazioni hanno in parte tamponato gravissime situazioni, offerto soluzioni credibili, espresso un sentimento forte di solidarietà sociale e di partecipazione in contrasto con la narrazione di una popolazione scettica, abulica, di persone ormai chiuse all’interesse per gli altri o per le condizioni dei propri quartieri e della vita quotidiana in città. Il deterioramento della qualità urbana è ovviamente vissuto in modo differente e con diverse modalità di reazione o di superamento delle difficoltà a seconda del ceto o della classe sociale di appartenenza o dei luoghi “privilegiati” o meno di vita. Tuttavia, pur conoscendo i guasti diffusi indotti dal liberismo dominante nello stesso senso comune, in particolare l’intolleranza, resiste una parte importante che esprime una significativa intelligenza sociale e domanda alternative.

Ribaltare, nel governo della città, questa situazione diventa l’obiettivo principale. La sovranità del popolo romano è ridotta all’espressione del voto, cancellata ogni altra possibilità di intervento, salvo il placebo di momenti di partecipazione fasulla. Solo il conflitto aperto riesce talvolta a fermare decisioni dannose e comunque a mantenere aperte possibilità diverse.

La risposta del gotha politico e intellettuale evita l’analisi critica e devia il rimedio, in perfetta continuità, sul tema dei poteri della Capitale, ovvero elencando le scarse risorse finanziarie, la sovrapposizione di funzioni tra Comune e Regione, le competenze marginali e non decisive dei Municipi, ecc. Tutti punti in parte fondati e in parte no, ma che sfiorano marginalmente i temi della crisi della democrazia, delle trasformazioni della città, delle idee portanti per costruire una moderna Capitale insieme mediterranea e cosmopolita.  Tant’è che le proposte di riforma principali ruotano intorno alla trasformazione della Citta Capitale (con il superamento del Comune) in Città metropolitana o anche Città Regione – ovvero aperta al Mondo e ambito di governo strategico; e con la creazione di Comuni urbani (al posto degli attuali Municipi) – ovvero luoghi di vicinanza ai problemi dei cittadini. Supponendo in tal modo di oltrepassare l’attuale paralizzante groviglio di competenze accentrato nell’ elefantiaca burocrazia comunale, insieme assicurando la costruzione di una vera Capitale e la migliore aderenza ai problemi e alle domande dei propri abitanti, superando le difficoltà di gestione dei territori. Un mito non scalfito dal necessario ripensamento delle funzioni regionali a seguito del comportamento non proprio senza macchia dimostrato nel governo della salute e non solo, o della crisi politico-amministrativa determinata dalla centralizzazione dei poteri nel sindaco e nella giunta comunale non eletta, con annichilamento delle stesse assemblee, e sparizione anche del mero ascolto della popolazione. Né si vede come la burocrazia comunale possa essere qualificata dal trasferimento in un Ente ancora maggiore e più centralizzato (metropolitano o regionale) o temperata dalla polverizzazione in 15 Comuni urbani.  Mentre si vede la mancanza di un’idea forte di città moderna capitale nella riproduzione in alto e in basso di istituti in crisi. L’avvertenza che i Comuni urbani possano a loro volta dar luogo a forme sub comunali di partecipazione indica l’incertezza sull’efficacia del punto che ha fatto breccia anche a sinistra. Sottacendo il pericolo serio che la disgregazione in Comuni porti ad autonomie fortemente differenziate, tra un centro città favorito e quartieri e periferie molto diversi per accessibilità ai beni della città. il cui freno può essere posto solo da un Centro (metropolitano o regionale) molto rigido sui limiti di tale autonomia, a cominciare dalla ripartizione dei finanziamenti, e dalle modalità di gestione delle nervature non a scala comunale (trasporti, piani urbanistici, ambiente…). Dunque Comuni urbani che non sono propriamente i Comuni previsti dalla Costituzione. Senza contare che i percorsi di realizzazione, peraltro, sono complicati per l’esistenza di norme anche costituzionali precise, e per procedure aggrovigliate di consenso multiplo delle altre Regioni o di Regione e Comune metropolitano e popolazioni interessate. Con tutti i problemi identitari originati da un cambiamento così abborracciato cominciando dall’ardua delimitazione dei confini e indicazione dei nuovi nomi.

Al contrario bisogna puntare sull’apertura del Campidoglio alla presenza attiva e non solo consultiva degli abitanti della città. A forme di autogoverno tutte da individuare, sperimentare, valutare ecc. come modalità essenziale di risposta alla crisi della politica e della democrazia e delle forme di decentramento e partecipazione fin ora attuate. Ai Municipi sono assegnate precise e conclusive competenze di programmazione, gestione e controllo dei servizi alla persona e attinenti ai dritti di cittadinanza nonché di organizzazione del proprio territorio e strumenti e personale adeguati. Essi svolgono attività di formazione, preparazione e allestimento di sedi e conoscenze che permettano forme di dibattito pubblico informato, di codecisione e di autogoverno. Valorizzando le esperienze già esistenti (Crap, Centri sociali, Case delle donne, edifici occupati, palestre, mercati) Gli edifici pubblici, in specie scuole, sono aperti come case del Municipio, di elaborazione e decisione, e di strutturazione di azioni per il lavoro, la salute, l’ambiente, il sostegno alle famiglie e alle persone, di contrasto all’usura e a difesa della sicurezza degli abitanti. Senza alcuna esclusione di non cittadini o non italiani, cui il Municipio assicura comunque uno status amministrativo. Analogamente il Campidoglio non è più la sede esclusiva dell’Assemblea Capitolina ma diventa Casa del popolo romano con agibilità degli abitanti e non solo dei cittadini o delle associazioni per tutte le decisioni che competono all’Assemblea.

Insomma agire per l’alternativa, sia pure gradualmente come è già possibile in base allo Statuto del Comune di Roma in gran parte non applicato, avendo ben chiara la direzione che richiede la collaborazione attiva della grande intelligenza sociale presente in città.

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