Alcuni elementi dinamici della geopolitica nel passaggio attuale

Quello a cui stiamo assistendo in questi mesi è un rimescolamento complessivo del contesto internazionale i cui esiti sono allo stato attuale indeterminabili, come sempre avviene in questi passaggi che hanno lo spessore della storia. Il tentativo che possiamo fare adesso è quello di evidenziare i vari tasselli di un puzzle che è in continua evoluzione cogliendone la dinamica e le reali/potenziali contraddizioni, approfondendo l’analisi delle tendenze interne ai vari soggetti e delle reciproche conflittuali relazioni in competizione tanto da far dire alla Von Der Leyen che siamo in un periodo di ipercompetizione.

La questione militare per come si manifesta oggi è un sintomo di questo rimescolamento dei rapporti di forza a livello internazionale e rispondono ad esigenze specificamente belliche in una condizione di forte sviluppo della scienza e della tecnologia applicata al militare. Ma questo aspetto ci rimanda alla questione più strutturale ovvero dell’uso della leva della produzione militare per sostenere una crescita economica sempre più asfittica per il capitale, ovvero quel Keynesismo di guerra o Warfare praticato in particolare dagli USA fin dal secondo dopoguerra prima in Corea e poi in Vietnam.

La NATO è il soggetto che da tempo sta sotto pressione, prima con gli interventi militari diretti in Afghanistan e Medio Oriente su spinta ed interessi degli USA, poi con la relativa autonomizzazione della Turchia accelerata dal colpo si Stato contro Erdogan ed ora con il ridimensionamento USA concretizzatosi clamorosamente con la fuga dall’Afghanistan. Lo stress internazionale trova rappresentazione diretta nella ridefinizione conflittuale della geopolitica, nel rilancio dell’industria militare e del nucleare, nei caratteri che si impongono alla ricerca scientifica piegata ulteriormente alla competizione globale.

Se vediamo la questione militare in questa prospettiva dobbiamo perciò andare ad analizzare cause e tendenze che la producono e che rimetteranno in discussione in modo sempre più palese gli equilibri geopolitici. In questo senso è utile avere un quadro d’insieme, che qui posso fare solo in modo approssimativo ma da approfondire con il lavoro dell’Osservatorio UE, dei soggetti in campo  e delle loro specifiche prospettive.

Al primo posto non può che essere l’Unione Europea, ma sempre meno Europa dopo la Brexit, che in qualche modo rappresenta un’anomalia nel quadro mondiale. Dagli anni ’90 abbiamo avuto due modifiche del contesto generale prima con il crollo dell’URSS ed ora con la crisi manifesta dell’egemonia USA, nel frattempo c’è stata la crisi finanziaria del 2007/2008, l’emergere della Cina come soggetto competitivo ma anche di altre potenze regionali quali la Russia, l’Iran e la stessa Turchia. Infine c’è stata l’uscita inglese dalla UE.

Dentro questo complessivo mutamente, qui appena accennato, c’è stato un solo soggetto che tra crisi e riconversioni ha mantenuto un progetto strategico che anche in questo nuovo frangete di accentuata competizione viene perseguito con coerenza e determinazione. Questo è l’Unione Europea che sia nella pandemia che nella vicenda Afghana sta trovando risposte che vanno nella direzione dei un suo ulteriore rafforzamento strategico.

Non credo che la UE sia un soggetto debole, è sicuramente un processo di costruzione statuale in nuove forme storiche complicato e lungo ma che sta tenendo alla prova dei fatti smentendo le nefaste previsioni che si vanno facendo fin dalla nascita dell’Euro. In sintesi il progetto dell’UE imperialista sta procedendo speditamente ed è passato dalla fase economico-finanziaria a quella politico-istituzionale ed ora anche militare. E’ chiaro che a noi ci si pone il problema di decidere quale posizione avere contro il nostro imperialismo, cosa questa che ci rimanda ad altri momenti storici.

Anche la condizione degli USA sta mostrando delle tendenze presenti da tempo ma che ora sono evidenti. Dopo il crollo dell’URSS i gruppi dominati statunitensi sono stati colpiti da una “sindrome di onnipotenza” arrivando a pensare il XXI° secolo come americano, si sono lanciati in avventure belliche sotto la copertura ideologica delle guerre per la democrazia ed i diritti civili, hanno tenuto sotto il loro tallone la Russia di Eltsin e si erano convinti che la Cina andasse trattata come l’URSS avendo in più una penetrazione economica delle multinazionali USA e puntando sulla sua disgregazione.

L’incapacità invece di quel paese di sostenere un ruolo egemonico mondiale è già emerso con la crisi finanziaria del primo decennio del secolo, si è ripresentata con l’elezione di Trump prodotta da una profonda crisi sociale dei bianchi wasp e poi con il ripiegamento strategico dall’Afghanistan che ha sancito la fine della teoria di Zbigniew Brzezinski che pensava di poter controllare l’Asia, e dunque la Cina, la Russia e l’Iran, costruendo una “democrazia” nel cuore del continente.

Questa crisi statunitense è un vero e proprio passaggio storico, simile a quello avuto con quella dell’URSS ma di segno politico opposto, che apre un periodo dove probabilmente si affermerà una realtà internazionale multilaterale. Ne bloccherà questa tendenza l’accordo Auskus che va letto come un ripiegamento e non come un nuovo rilancio, anche perché si rimettono in discussione le vecchie alleanze, vedi la reazione francese per la mancata vendita dei sottomarini, pensando di tornare alla politica delle cannoniere e degli embarghi dopo aver tolto gli scarponi dal terreno nel centro Asia. Ma come si sa le guerre, in tutte le forme, si vincono se si hanno gli scarponi a terra, ora gli USA li hanno tolti dall’Afghanistan, dall’Iraq, dalla Libia ed in Siria ci hanno provato ma hanno fallito. Insomma sono diventati una forza che è stata messa ai margini di quel continente che segna la crescita più alta nel mondo.

La Cina è il soggetto che ha indubbiamente scompaginato lo scenario mondiale sia con la crescita economica che marcia dagli anni ’90 sia con una affermazione di potenza che gradualmente si è imposta e che viene percepita sia come pericolo politico-militare sia come opportunità economica dai diversi soggetti in campo. E’ certo che la Cina così come è adesso è il prodotto della miopia occidentale riconfermatosi come apprendista stregone in quanto la competitività Cinese è il prodotto dell’incredibile sviluppo delle forze produttive, tecniche ed umane, innestato dal capitale mondiale in una fase di sviluppo enorme degli spazi di mercato. Lo stesso Partito Comunista fece la scelta di usare il “Modo di Produzione Capitalista” per produrre una crescita economica che è stata enorme ed una conseguente crescita di ruolo internazionale.

Lo scontro innestato dagli USA, incluso l’accerchiamento “pelagico” in atto, rende ancora più instabile il contesto internazionale inducendo ad altri salti competitivi che, visto appunto lo sviluppo spalmato a livello mondiale delle forze produttive, non hanno più per gli USA un esito positivo garantito visto anche il loro ridursi come potenza globale.

Infine anche le storiche relazioni europee ed americane vengono sottoposte a degli stress che porteranno ad una modifica di come sono state fino ad oggi, questo si sta manifestando con uno sviluppo autocentrato della UE sempre più evidente. Ciò avviene con una centralizzazione dell’apparato produttivo europeo che con il Recovery Fund riceve una spinta decisiva anche in funzione di una delocalizzazione produttiva che tende sempre più a rimanere nell’ambito continentale e nella più diretta sfera di influenza del mediterraneo e dell’Africa Occidentale, comunque anche questa oggi oggetto di competizione con la Russia in Libia ed in Mali.

La questione dell’Esercito Europeo ormai è all’ordine del giorno del dibattito tra governi e nelle sedi dell’Unione, qui ritorna non solo l’aspetto strettamente geopolitico ma anche quello Keynesiano di volano per la crescita economica. Tutto ciò rimette in discussione e rende confuso il ruolo della Nato, a Giugno durante il G7 tenuto in Cornovaglia Biden proponeva il rafforzamento strategico dell’area atlantica parlando addirittura di una” via della seta democratica” occidentale in funzione anticinese oggi la questione dei sommergibili francesi dimostra quanto propagandistica sia la posizione USA chiaramente in deficit di strategia.

Questi “campi di forze” che si incontrano e scontrano hanno ulteriori potenziali sottoprodotti come la nascita di potenze regionali o comunque non di dimensioni globali, come la Russia, l’Iran, la Turchia e lo stesso processo di compattamento tra le potenze economiche della penisola Arabica ed Israele può portare ad ulteriori sviluppi imprevedibili e irrazionali basati solo su interessi specifici e comunque volubili.

Non solo ma in questo rimescolamento, questo si globale, verranno coinvolti sia l’Africa che l’America Latina. La prima già è terra di scontro tra Cina, Russia, UE ed USA sia sul piano economico e delle risorse naturali che su quello delle alleanze che spesso durano tempi molto brevi come sta dimostrando il Mali passato, con un colpo di Stato, dall’influenza francese a quella russa.

Infine anche l’America Latina subirà contraccolpi in quanto gli USA saranno costretti a tornare nel loro “cortile di casa” di fronte al ridimensionamento forte dei rapporti produttivi con la Cina da parte delle multinazionali. Questo aspetto è ben presente già dall’accordo del Nafta fatto negli anni ’90 che favorisce la delocalizzazione in Messico e nell’America Centrale. Se emergeranno altre spinte alla crescita produttiva, oltre che alla rapina sulle materie prime, è evidente che la necessità del controllo politico e militare di quel continente si farà sentire maggiormente ma con una difficoltà in più.

Infatti il processo di emancipazione di quei popoli, processo contraddittorio e lungo ma reale, e di resistenza allo yankee porterà ad un aumento del conflitto che finora non è sfogato in quello militare, si limita ancora a mantenere il blocco a Cuba, a rendere la vita difficile al Venezuela ed alla Bolivia. Ma di fronte alle potenziali insubordinazioni che vengono dall’Argentina, dal Cile, perfino dal Perù ed alla prossima crisi del Brasile di Bolsonaro non è impossibile vedere un nuovo scenario di crisi politica e militare in quel continente.

Da circa trent’anni nel mondo globalizzato si è determinato uno stallo dei rapporti di forze dove l’egemonia USA è rimasta incontrastata ma si sono determinate condizioni “stabilizzanti”. Da una parte l’intreccio finanziario internazionale che di fronte alle frequenti crisi vedeva sostanzialmente una unità delle grandi potenze e della finanza per contenerle e controllarle per evitare un nuovo ’29.

Dall’altra la diffusione delle armi atomiche e della tecnologia missilistica hanno impedito una tracimazione bellica generalizzata. Oggi di fronte ad una prospettiva di indeterminatezza causata dalla ipercompetitività potrebbe affacciarsi l’ipotesi che quell’equilibrio nei rapporti di forze vada in frantumi e si incrudisca lo scontro internazionale con esiti difficili da prevedere e potenzialmente anche drammatici.

In conclusione penso sia utile darci una griglia in cui il mondo attuale globalizzato, frammentato e conflittuale possa essere letto nelle sue dinamiche generali. Naturalmente il quadro analitico che propongo è approssimativo, va approfondito ed eventualmente vanno esplicitati i punti di divergenza ma la questione che si pone in una fase dove i cambiamenti sono rapidi e repentini è quella che va costruita un’analisi dell’insieme in movimento in quanto oggi più di ieri le relazioni mondiali sono tese e stringenti.

L’articolo Alcuni elementi dinamici della geopolitica nel passaggio attuale proviene da Transform! Italia.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Compila questo campo
Compila questo campo
Inserisci un indirizzo email valido.
Devi accettare i termini per procedere

Menu