Enrico Berlinguer e il socialismo del XXI secolo

Segretario del Partito comunista italiano dal 1972 al 1984 (ma nel 1969 era stato nominato vice-segretario con incarichi operativi, visto l’ictus che aveva colpito il segretario Longo), Enrico Berlinguer è stato a lungo noto per due proposte politiche di ampio respiro che lanciò negli anni Settanta: il compromesso storico, sul piano politico interno, e l’eurocomunismo, su quello internazionale.

Il primo fu la proposta, nel 1973, di un accordo tra i maggiori partiti italiani (comunista, socialista e democristiano) per un’azione che riformasse a fondo il paese. Nasceva dal golpe in Cile contro il governo socialcomunista di Allende e da anni di strategia della tensione come risposta alla grande stagione di lotte del 1968-1969, cioè nasceva dalla convinzione che in una società come quella italiana – storicamente segnata dal fascismo e soggetta a “sovranità limitata” da parte degli Stati Uniti – non sarebbe bastato alla sinistra il 51% per governare e lasciare il segno. Era la ripresa della strategia togliattiana del dopoguerra, dei governi di unità nazionale per sconfiggere il fascismo e ricostruire il paese. Quasi tre decenni non erano però passati invano: la Dc era divenuta il partito del sottogoverno, delle clientele e della corruzione – oltre che di un intramontabile anticomunismo. E mentre la strategia berlingueriana conquistava consensi presso i ceti medi e significative aree di elettorato cattolico, la proposta scontentava sia le forze della sinistra radicale, che non a torto vedevano nel partito democristiano l’architrave politico del potere della borghesia italiana, sia i socialisti, timorosi di perdere ogni rilevanza politica dall’incontro tra i due altri partiti, molto più consistenti in termini di voti.

Il compromesso storico conquistò vasti consensi, ma naufragò infine: sia per la politica anti-popolare dei due governi di “solidarietà nazionale” negli anni 1976-1979 guidati da un democristiano di destra come Andreotti, e incautamente appoggiati dal Pci, senza che esso fosse ammesso a pieno titolo nella compagine governativa – erano governi emergenziali di fronte alla grave crisi economica, non traduzioni del compromesso storico, ma comunque sovrapposti nel senso comune alla proposta berlingueriana del ’73; sia perché con il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro da parte delle BR Berlinguer perse l’unico interlocutore significativo nella Dc disposto quanto meno a una cauta apertura di credito verso i comunisti italiani e la loro fede democratica.

La proposta dell’eurocomunismo fu invece lanciata da Berlinguer in campo internazionale verso la metà degli anni Settanta e si sviluppò soprattutto nel periodo tra il 1975 e il 1977. Il segretario del Pci – già cautamente critico verso l’invasione d’Ungheria del 1956 da parte dei paesi del Patto di Varsavia – fu aspramente scosso dall’analoga invasione della Cecoslovacchia del 1968. In quest’ultimo caso il processo di rinnovamento democratico era guidato dallo stesso partito comunista del paese, dal suo segretario Alexander Dubcek, accanto al quale Longo e i comunisti italiani si erano spesi in prima persona vedendovi una via nazionale e democratica al socialismo molto vicina alle loro posizioni tradizionali.

Dopo l’invasione di Praga, Berlinguer si batté con decisione nel suo partito (lo si sarebbe appreso all’apertura degli archivi solo decenni dopo) perché il Pci si attrezzasse politicamente e ideologicamente per distaccarsi dai sovietici; andò in Urss a portare la ferma protesta dei comunisti italiani contro l’invasione; si convinse addirittura che i sovietici avessero voluto attentare alla sua vita per uno strano incidente stradale occorsogli nel 1973 in Bulgaria, dal quale uscì vivo per miracolo (anche questo lo si sarebbe saputo molti anni dopo). Infine, lanciò ai comunisti francesi e a quelli spagnoli (che inizialmente accettarono) la proposta di creare un polo comunista in Europa occidentale per avanzare insieme sulla via della costruzione di un “comunismo nella libertà”, di un comunismo democratico che fosse attrattivo per i lavoratori dell’Occidente capitalistico.

Riprese a tal fine alcuni principi che aveva già enucleato a inizio degli anni Settanta, dichiarando solennemente che i comunisti – se avessero raggiunto il potere – si impegnavano a mantenere tutte le libertà politiche, culturali, sindacali e religiose. E a Mosca nel 1977, davanti a quasi tutti i partiti comunisti del mondo convenuti per celebrare il 60° anniversario della Rivoluzione d’Ottobre, dichiarò – generando l’ira dei sovietici – che la democrazia era per i comunisti italiani un «valore storicamente universale», di cui dunque nessun paese comunista avrebbe dovuto fare a meno, pena veder tramontare le ragioni stesse del socialismo.

Allontanatisi per diverse ragioni i francesi e gli spagnoli dal movimento eurocomunista a cui inizialmente avevano aderito, Berlinguer andò avanti parlando della necessità di una “terza via” (cioè di una via al socialismo diversa sia dal socialismo autoritario sovietico sia dalla socialdemocrazia che non voleva superare il sistema capitalistico), poi di “terza fase” di lotta al socialismo, dopo quelle simboleggiate dalla II e dalla III Internazionale, considerate ormai chiuse e infruttuose. Infine, dopo l’invasione sovietica dell’Afghanistan e il golpe filosovietico in Polonia – nel 1979 e nel 1981 – Berlinguer dichiarò esaurita ogni “forza propulsiva” da parte della Rivoluzione d’Ottobre, evento il cui valore mai rinnegò e che anzi continuò a considerare fondamentale nella storia di liberazione dei popoli del Novecento.

Se questo Berlinguer del compromesso storico e dell’eurocomunismo è il più noto, in Italia e all’estero, meno noto ma probabilmente più importante e vitale è l’“ultimo Berlinguer”, quello che nasce da un profondo ripensamento strategico dopo la fine dei governi andreottiani di “solidarietà nazionale”, che tanto avevano logorato il rapporto tra il Pci, i suoi elettori e i lavoratori italiani.

Politicamente isolato dall’anticomunismo della Dc post-morotea e dal nuovo Psi di Craxi, di fronte all’inefficienza statale in occasione del grave terremoto dell’Irpinia del 1980, Berlinguer e il Pci denunciarono «i problemi dell’efficienza, della correttezza e della moralità della direzione politica» della Dc, «un sistema di potere, una concezione e un metodo di governo» profondamente corrotti. Iniziava così la politica dell’“alternativa democratica”, proposta allora dal segretario comunista.

Berlinguer in questo ultimo periodo della sua vita (morirà improvvisamente nel 1984) si rivolse soprattutto alla società italiana, cercando di produrre una gramsciana “riforma intellettuale e morale” in grado di cambiare il senso comune delle masse. Già nel 1977 aveva parlato – al pari di Olof Palme qualche anno prima – di «austerità», ma intendendola davvero come «occasione per trasformare l’Italia», per creare un nuovo modello di sviluppo che limitasse i consumi e l’egoismo individualistici. Nel 1980 si recò alla Fiat per appoggiare gli operai in lotta, riattivando quella “connessione sentimentale” coi lavoratori che era andata in parte persa negli anni precedenti. Azione che continuerà con la battaglia per la salvaguardia della “scala mobile” – il meccanismo che difendeva i salari e il tenore di vita dei lavoratori – di fronte all’attacco del governo Craxi, che voleva ridimensionarla.

In questi anni Berlinguer ragiona sul rinnovamento della politica e sul rinnovamento del Pci. Denuncia la “questione morale” che ormai aveva corroso il prestigio dei partiti, parlando di “diversità comunista” come di un modo di fare politica che non fosse volto al tornaconto personale, ma al superamento del sistema capitalistico, ovvero di una società basata sul profitto e sull’egoismo. Afferma la necessità per il Pci di aprirsi alla società e ai movimenti: si schiera con quello per la pace e contro il riarmo bilaterale allora in corso; riprende i temi dell’ecologia e dei limiti dello sviluppo; si interessa alle nuove tecnologie informatiche come mezzo per l’accrescimento culturale di massa (a condizione che non pretendano di sostituire la politica basata sull’azione collettiva e partecipata); dialoga proficuamente coi movimenti femministi, anche i più avanzati, affermando che la rivoluzione delle donne era condizione indispensabile per una rivoluzione socialista; rafforza i legami con movimenti di liberazione e socialdemocrazie di sinistra di tutto il mondo, per creare un “nuovo internazionalismo”.

In questa azione di scrittura nei fatti di un vero e proprio nuovo “programma fondamentale” del Pci Berlinguer trovò l’ostilità di buona parte del gruppo dirigente del suo partito – legato alle dinamiche della politica istituzionale e ai rapporti con democristiani e socialisti –, ma incontrò l’appassionato consenso del “popolo comunista” e di milioni di cittadini ed elettori, oltre che un crescente prestigio internazionale.

I suoi funerali a Roma nel giugno 1984 furono la più grande manifestazione di massa dell’Italia repubblicana. Vi parteciparono milioni di italiane e italiani, non solo riconoscendo l’integrità morale e politica di Berlinguer, ma anche implicitamente la giustezza delle idee-forza (i «pensieri lunghi», come ebbe a definirle) portate avanti nella sua ultima stagione. Una ricerca bruscamente interrotta, ma già foriera della ripresa del prestigio del Pci, politico ed elettorale, nazionale e internazionale.

Pochi giorni dopo i funerali, per la prima e ultima volta il Pci supererà la Dc nelle elezioni europee: fu il tributo a un grande uomo e a un grande comunista che aveva saputo rinnovare e rinnovarsi senza tagliare le proprie radici. Le sue idee sono ancora preziose per costruire il “socialismo del XXI secolo”.

Guido Liguori

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Compila questo campo
Compila questo campo
Inserisci un indirizzo email valido.
Devi accettare i termini per procedere

Menu