Il lavoro per la sinistra

Articolo già pubblicato il 24 novembre 2021 –

Franco Ferrari ha raccontato su Transform di settimana scorsa il successo dei Rosso Verdi in Danimarca e in particolare a Copenhagen. Ha cercato utilmente di dar conto anche dei tratti politici della lista e in particolare della scelta di dare centralità alla rappresentanza efficace del lavoro oggi. Rappresentare efficacemente il lavoro oggi, in tutte le sue trasformazioni e non in modi propagandistici ma cercando di ottenere risultati e, insieme, di immettere elementi di alternativa di sistema. Non è quindi una qualsiasi formazione alternativa che si afferma in Danimarca ma quella che ha riunito più forze intorno ad una idea. Ricordava Ferrari la genesi della lista con la confluenza del vecchio partito comunista e di formazioni trotskyste e maoiste, con l’opzione verde radicale e il prevalente ormai di nuovi militanti e di guida femminista. E di come altre liste comuniste e alternative ci siano ma senza aver successo e senza “disturbare”. La scelta di rappresentare il lavoro non dà luogo ad un partito laburista ma rossoverde. Ma l’elemento identitario non è in contrasto con la rappresentanza. Legittimo dunque porre il tema se e come il lavoro sia tuttora la base per una alternativa al capitalismo. Lavoro naturalmente iscritto in una prospettiva rossoverde ma non bypassato nella sua funzione storica. Rivoluzionaria e, in prospettiva, di lavoro liberato e trasformato in “da ciascuno secondo le sue capacità”, “libera attività”.

Il marxismo è nato come scienza della rivoluzione leggendo il ruolo del lavoro nella affermazione del capitalismo e affidando alla “classe operaia” il ruolo di classe generale per la transizione. Una visione “materialista” che guarda a ciò che è e non a ciò che viene mostrato. La grande forza della rivoluzione conservatrice neoliberale è stata la negazione di questo elemento e l’imposizione di ciò che viene mostrato. Il lavoro è infatti scomparso, dichiarato estinto, o almeno residuale. Sicuramente deprivato di soggettività. Poco conta che la globalizzazione della economia abbia di fatto immesso nel mercato del lavoro miliardi di persone che prima erano fuori dalla produzione capitalistica. La dura realtà è che questo processo non prevedendo una analoga crescita di capacità produttiva e di consumo impossibile anche per il capitalismo globalizzato ha comportato una pressione enorme sul lavoro, per impedirne l’unificazione e al contrario determinarne la segmentazione sociale, geografica, politica. Proprio perché il marxismo non è né economicista né meccanicista la straordinaria “proletarizzazione” e l’aumento numerico della “classe operaia mondiale” viene mostrata nel suo contrario. All’estremo c’è la vicenda dei migranti, forza lavoro in movimento, impossibilitati a definirsi tale.

Si può dire che è attraverso questo processo gigantesco di nascondimento della classe in sé (figuriamoci per sé) si è affermato il pensiero unico? E si può dire che esso non potendosi presentare come pensiero della borghesia si è affermato come unico in quanto espressione di un “sistema senza alternative”? E che in realtà la stessa borghesia nel capitalismo finanziario globalizzato viene sussunta dentro la dimensione sistemica che, anche per l’esigenza di gestire le dinamiche e le crisi di questa forma capitalistica contemporanea di cui ha scritto Alessandro Scassellati anche lui su Transform di sette giorni fa, accentua le funzioni di governance rispetto alle stesse forme classiche della democrazia borghese? Io penso di sì.

Una realtà siffatta vede l’Italia essere diventata un caso esemplare. Il lavoro in Italia non è negato in nome dell’interclassismo ma della governance. L’Italia è profondamente diversa dalla Danimarca. Ha storicamente una base occupazionale molto più ristretta e contraddizioni sociali escludenti per ragioni sociali, donne e giovani, e geografiche, il Sud. Eppure il lavoro ha avuto una grande funzione di costruzione del Paese, spesso al posto della borghesia. Fondamentale è stato il ruolo del PCI come partito portatore di una idea propria di futuro. Il sindacato ha goduto della relazione con un tale soggetto politico apportando un contributo proprio e autonomo in particolare negli anni ’70. Il pubblico è stato determinante per la modernizzazione e la qualificazione sociale dell’Italia. Il trentennio aperto dallo scioglimento del PCI è stato il rovesciamento di tutto ciò. Lo scioglimento del partito comunista e l’unificazione con una parte della Democrazia Cristiana non ha dato luogo ad una moderna forza interclassista ma ad un soggetto della governance. Protagonista dello smantellamento del costruito, dal pubblico al “potere operaio”. Una sorta di imitazione del percorso delle nomenclature del socialismo reale. Il sindacato, che non aveva generato storicamente il partito come in altre realtà, è stato scompaginato da questa “novità”. Non è riuscito né a darsi una funzione in sé che prescindesse e sopperisse, come nella idea trentiniana, né a contribuire alla riedizione di un “partito del lavoro” come teorizzato da Garavini e altri Ha accompagnato la rivoluzione conservatrice, che in Italia ha significato declino salariale e produttivo, con forme corporative e cogestionali per altro prive del tutto della forza ad esempio dei modelli tedesco o scandinavi. L’oggi italiano, con i salari unici in Europa sotto il livello del 1990 e la incredibile vicenda TIM che falsifica tutte le chiacchiere sulla transizione digitale, mostra la dura realtà di servilismo imprenditoriale e politico che viviamo.

Se si pensa che in Francia Le Monde, e addirittura Macron, parlano di tornare necessariamente al paradigma della piena occupazione mentre qui si procede alla privatizzazione dei servizi vediamo l’abisso in cui siamo sprofondati.

La piena occupazione come variabile indipendente, obiettivo delle politiche economiche e sociali, è stato il vero asse portante del modello sociale europeo. Nelle esperienze socialdemocratiche avanzate nel Nord Europa ha trovato la sua migliore concretizzazione. Tuttora questi Paesi nordici hanno oltre l’80% di tasso di occupazione, dieci punti più della Germania, venti più della Europa. Di questa, il 30% sta nei lavori pubblici e sociali, l’Italia ne ha il 13%. La fiscalità resta forte e progressiva e ad esempio in Danimarca paga uno dei pilastri della previdenza. Il reddito di cittadinanza nella forma di flexycurity nonostante i tagli equivale a un buon salario. Le case popolari sono in percentuale ancora a doppia cifra. Il tratto “euroscettico” di molte sinistre nordiche è antiliberista e non antimigranti. Si può fare cadere un governo socialdemocratico sull’equo canone e non essere travolti dagli “adoratori di Prodi” ma invece crescere nei sondaggi. Si può cercare di rappresentare il lavoro con efficacia e darsi una prospettiva rossoverde e femminista. Si può proporre un reddito di cittadinanza universale e incondizionato come dividendo sociale della modernità e diritto umano (io resto legato alla formula del doppio assegno di André Gorz).

Si può ripartire dal lavoro come soggettività potenzialmente antagonista per ricostruire la sinistra in Italia? Io penso che questa strada sia assolutamente necessaria. La parabola del PD, le “difficoltà” sindacali, la “generosa inefficacia” dei movimenti e, in modo diverso, delle testimonianze politiche pongono questa esigenza di reimpiantarli su un prevalente. Il lavoro, la sua rappresentanza ma anche la sua ri/costruzione nei diritti, reddituale, pubblica, verde può essere di nuovo la strada.

Roberto Musacchio

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