Il rossoverde non è un ornamento: è necessario!

I contenuti proposti nel testo “Il rossoverde non è un ornamento” appaiono quanto mai opportuni in questa fase storica nella quale le istanze ambientaliste si scontrano sempre più con l’ostinazione ad affidare la transizione ecologica ai meccanismi di mercato e alla totale privatizzazione del vivente e dei beni comuni. In effetti stiamo assistendo ad un vero e proprio attacco culturale e ideologico il quale arriva persino a mettere in discussione risultati di decenni di battaglie ambientaliste che, oramai, avevamo forse troppo presto dato per acquisiti: il “green washing” al quale sono sottoposti il nucleare e persino il metano in queste settimane apparirebbe ridicolo se non costituisse una minaccia concreta al percorso verso la costruzione di una società della cura che abbiamo deciso di intraprendere.

Qualcuno potrebbe, però, affermare che questo testo non sia altro che l’ennesimo manifesto attorno al quale ci si trova, ci si conta e si cerca di realizzare qualcosa insieme, un qualcosa di già visto e che rischia di riproporre quelle fatiche di Sisifo che generano, alla lunga, solo frustrazione. Potrebbe essere in effetti così, il rischio è concreto, ma ci sono almeno due aspetti che inseriscono questo testo all’interno di un percorso di analisi necessario per poter affrontare in maniera concreta in futuro le tematiche ambientaliste; uno è più immediato, l’altro più implicito e meno evidente. Analizzare questi aspetti è necessario per comprendere la direzione da intraprendere al fine di una evoluzione dei movimenti e finalizzata alla concretezza dell’azione.

In primo luogo è evidenziata nel testo molto chiaramente l’incompatibilità del capitalismo con la salvaguardia ambientale: apparentemente nulla di nuovo se non che, ad oggi, le esperienze delle forze politiche di matrice ambientalista hanno costantemente dimostrato che la loro battaglia interna al sistema e spesso in coalizione con le forze riformiste o addirittura di centro in Europa hanno ottenuto risultati risibili in rapporto alla drammaticità della situazione. Non manca neppure, nel testo, quell’autocritica interna alla sinistra che nella sua storia ha abbracciato le istanze “sviluppiste e industrialiste”. Vero che quella sinistra era semplicemente figlia del suo tempo ma non appare ancora oggi chiaro, a molti, il livello di incompatibilità tra il sistema di sviluppo produttivo ed ambiente. L’Earth Overshoot Day (EOD), cioè quell’indicatore che illustra in maniera diretta il giorno nel quale la comunità mondiale ha esaurito le risorse prodotte dal pianeta in un intero anno, è molto significativo per capire tale livello di incompatibilità. È immediato notare come la pandemia da Covid -19 abbia influito, con un sostanziale blocco economico globale, a ritardare la data nel 2020: se nel 2019 l’EOD cadeva al 26 luglio, nel 2020 abbiamo guadagnato quasi un mese spostandolo al 26 agosto per poi peggiorare di nuovo nel 2021 arretrando immediatamente al 29 luglio. Questo, però, è un dato evidente; meno evidente è il rallentamento, se non talvolta la leggera inversione della tendenza, che notiamo comparando le date dell’EOD con quelle corrispondenti agli anni delle crisi economiche verificatesi negli ultimi 50 anni: la corrispondenza tra il rallentamento dell’esaurimento delle risorse e le crisi economiche è pressoché biunivoca. I dati empirici, quindi, ci dimostrano l’incompatibilità e la sostanziale insostenibilità dello sviluppo in sé, il concetto di sviluppo sostenibile è un ossimoro, un concetto che sta perdendo via via la sua forza, ma anche il concetto di sviluppo, quello che Gilbert Rist definì una credenza occidentale, andrebbe indagato più a fondo, un qualcosa che pervade la nostra cultura forse anche prima dello sviluppo del sistema capitalista. A sinistra molti i pensieri e molta la letteratura prodotta, quello che ancora non sembra esserci a sufficienza è una coscienza interna alla sinistra su queste tematiche.
L’altro aspetto, quello meno evidente che potrebbe determinare le traiettorie future, riguarda un nuovo approccio alle tematiche ambientali che sembra prendere sempre più piede nella narrazione dominante e che riguarda gli aspetti tecnologici con i quali si intende fronteggiare la crisi climatica.

Nel porto di Rotterdam, il più grande del continente, è stato realizzato il progetto delle Floating Farms, le fattorie galleggianti nelle quali allevare bovini. Si tratta di un progetto che intende bypassare la cronica mancanza di disponibilità di terreni agricoli, sulla carta sostenibile al 100%, che produce prodotti di qualità. Del progetto è stata evidenziata anche l’utilità per far fronte ai futuri cambiamenti climatici che, con lo scioglimento dei ghiacci della calotta polare, innalzeranno il livello del mare. Nello stesso modo, dall’altra parte del mondo, a Singapore, una delle città più care al mondo e pressoché priva di terreni agricoli, è stata sviluppata un’agricoltura senza suolo, idroponica, sviluppata in verticale all’interno di grandi complessi in centro alla città dotati fornitura mirata di acqua e luce artificiale. Sebbene questi due esempi siano diversi, affrontano nello stesso modo i problemi: quello della loro soluzione per via tecnologica. È una soluzione che già si pone nell’ottica della sostenibilità alimentare di una popolazione umana destinata a breve ad essere concentrata per oltre due terzi nello spazio urbano delle grandi città del mondo, poco meno del 2% della superficie terrestre, che cerca di porsi al riparo dei futuri disastri ambientali che ci attendono. Sta proprio in questo la novità, la nuova narrazione che sta prendendo piede negli ultimi anni: non si intende combattere i cambiamenti climatici, bensì ritenerli ormai inevitabili e affrontare la nuova situazione, il mondo che verrà, attraverso una forma di resilienza resa possibile dalla tecnologia in grado di risolvere i problemi e di farci adattare a quel nuovo mondo che avremo irrimediabilmente alterato. Questa narrazione si iscrive pienamente nella continuità culturale di un sistema per il quale non esistono alternative, neppure al disastro ambientale ma, in termini quasi positivistici, offre la luce della soluzione dei problemi in chiave tecnologica.

Ma una soluzione per chi?

Il rapporto Oxfam 2022 è intitolato “La pandemia della disuguaglianza”. Bastano pochi dati per farci rendere conto della gravità e unicità storica della situazione:
“ Nei primi 2 anni di pandemia gli uomini più ricchi del mondo hanno più che raddoppiato i loro patrimoni, al ritmo di 15.000 dollari al secondo, 1,3 miliardi al giorno … i 10 super-ricchi detengono una ricchezza sei volte superiore al patrimonio del 40% più povero della popolazione mondiale composto da 3,1 miliardi di persone. Se anche vedessero ridotto del 99,993%, il valore delle proprie fortune, resterebbero comunque membri titolati del top 1% globale” .

E’ abbastanza chiaro alla luce di questi pochi dati a chi sia riservata la soluzione tecnologica alle problematiche ambientali, molto banalmente a chi se lo potrà permettere economicamente, ma non solo. La tanto pubblicizzata agricoltura 4.0 quella non solo idroponica, bensì quella alimentata dall’intelligenza artificiale, con mezzi agricoli che si muovono senza guida umana, che agiscono senza fatica sul terreno 24 ore su 24, magari “sostenibili” con alimentazione elettrica, capaci di decidere quantità di acqua e fertilizzanti mirate, senza sprechi, a chi saranno destinati? Crediamo davvero che questa tecnologia sia al servizio dell’umanità oppure non è più realistico pensare che sarà riservata a pochi e vada ulteriormente ad alimentare ed accelerare i processi di polarizzazione sociale ed economica a livello globale, espellendo, ad esempio dal mercato centinaia di milioni di piccoli agricoltori, tagliando al di fuori interi stati o, pensando all’Africa, interi continenti?
Questa in realtà l’ipotesi più probabile: è l’evoluzione di quelle false soluzioni “green” per le quali, ad esempio, in Europa ci si può felicitare dell’aumento del suolo boschivo e dei parchi naturali e nello stesso tempo si continua a importare legname deforestando l’intera fascia tropicale del pianeta, di quell’Occidente tanto soddisfatto dei suoi progressi nel riciclaggio dei rifiuti e che inonda della sua spazzatura le coste africane o quelle a noi vicine del Libano.

La nuova frontiera tecnologica è accompagnata dall’accaparramento delle cosiddette “terre rare” per le quali bambini di 8 o 10 anni lavorano nelle miniere congolesi e dove spesso muoiono sepolti vivi in pozzi profondi decine di metri; è la macchina elettrica, sicuramente indipendente dagli idrocarburi me che contiene , per ogni singola autovettura, diversi kilogrammi di terre rare ed è responsabile della devastazione ambientale tanto in Africa quanto in Cile a causa dell’estrazione del litio.
La narrazione dominante, quella della soluzione tecnica e tecnologia, quindi, è quella che prospetta la salvezza di pochi a fronte del sacrificio della maggioranza dell’umanità accettando, per molto versi, l’ineludibilità di quei disastri ambientali dei quali i “pochi” saranno gli unici al riparo.

Se il concetto rosso-verde espresso dal testo, quel concetto che ritiene ineludibile il legame tra quella che viene definita la sostenibilità ambientale e quella sociale – e che noi ormai più precisamente definiamo la società della cura – porterà con sé queste tematiche e queste analisi, ancora tutte da sviluppare, ben venga e, ovviamente non abbia un valore solo evenemenziale: Il XXI secolo prospetta evoluzioni drammatiche in un contesto nel quale il sistema non arretra di un passo, il paradigma dominante al limite compie le sue operazioni di restyling, ma nella sostanza non cambia. Di fronte a questo muro la partecipazione non basta, dobbiamo capire come produrre e agire un conflitto che non può che essere frontale perché lo spazio al compromesso semplicemente non esiste, l’approccio riformista fallisce inesorabilmente, e dobbiamo capire come su queste tematiche far evolvere l’analisi al fine di creare quel consenso sufficiente a non agire il conflitto stesso come puro martirio testimoniale.

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