Il Sahel sarà l’Afghanistan dell’Europa? – Parte prima

Su pressione della Francia, diversi Paesi europei (compresa l’Italia) hanno deciso di inviare soldati delle forze speciali in Sahel nell’ambito dell’Operazione Takuba per combattere una sempre più vasta insurrezione jihadista, stabilizzare sempre più deboli e corrotti governi, e bloccare il movimento verso nord degli africani che cercano di raggiungere la “fortezza Europa”. Ma, negli ultimi 10 anni, l’enfasi sulla sicurezza e militarizzazione del territorio non ha raggiunto gli obiettivi di stabilizzazione auspicati dai governi europei, mentre ha avuto conseguenze catastrofiche per le vite di milioni di saheliani.

Il Sahel, tra catastrofe socio-ambientale e nuova linea di confine sud dell’UE

Il Sahel – nome di probabile origine araba che significa “riva, sponda” – è oggi una regione impoverita e inaridita dell’Africa subsahariana, un tempo verde e fertile (tra gli 11 mila e i 5 mila anni fa), che si estende dal Senegal sull’Oceano Atlantico ad ovest all’Eritrea sul Mar Rosso ad est, con il deserto del Sahara a nord e la savana di tipo Sudanese a sud1.

Dal punto di vista ecologico e climatico questa “riva” orizzontale affacciata sul margine meridionale del deserto del Sahara comprende (da ovest a est) gli Stati del Senegal, Gambia, la parte sud della Mauritania, il centro del Mali e Burkina Faso, la parte sud dell’Algeria e del Niger, la parte nord della Nigeria e del Cameroun, la parte centrale del Chad, il sud del Sudan, il nord del Sud Sudan e l’Eritrea.

Nel dibattito geopolitico attuale, però, si tende a ricomprendere nel Sahel solo Mauritania, Mali, Burkina Faso, Niger e Chad, tutte ex colonie francesi. Nell’ultimo decennio, “questo” Sahel è stato trasformato nella nuova “riva” del “Mediterraneo allargato2 e, quindi, nella nuova linea di confine fra l’Africa subsahariana e l’Europa – “Nel Sahel passa la frontiera sud dell’Unione Europea”, secondo il ministro della Difesa italiano Lorenzo Guerini – e per questo è divenuto il campo di battaglia delle forze militari euro-americane che tentano di combattere una sempre più vasta insurrezione jihadista, stabilizzare sempre più deboli e corrotti governi, e bloccare il movimento verso nord degli africani che cercano di raggiungere la “fortezza Europa3. “L’Europa ha due spade di Damocle sulla sua testa: il terrorismo e i rapimenti, ma anche le migrazioni illegali”, ha affermato la ministra della Forze Armate francesi, Florence Parly, nel giugno 2019.

Per diversi governi europei ed occidentali prevale la percezione che il Sahel rappresenti il vero “confine” dell’Europa, la linea di faglia intorno alla quale i due continenti – Europa e Africa – si confrontano sulle grandi questioni strategiche delle materie prime e dell’energia, degli squilibri demografici e delle migrazioni e, infine, della lotta al terrorismo. Una percezione, questa, in parte corretta, ma potenzialmente fuorviante, perché implica la prescrizione illusoria che questa linea di frontiera possa essere controllata mediante un “muro” securitario e militare. Nell’ultimo decennio, infatti, di fronte all’espansione dei movimenti islamici radicali nella regione, che sono visti come una minaccia esistenziale per gli interessi occidentali e i valori liberali, le preoccupazioni e le attenzioni di Francia, Stati Uniti e Unione Europea si sono spostate dai temi dello sviluppo economico e sociale quasi unicamente su quelli della sicurezza e militarizzazione del territorio, con enormi conseguenze negative per le vite di milioni di saheliani.

Se questo spostamento ha garantito il mantenimento, ha anche accelerato una visibile erosione dell’appartenenza di questi (e altri) Paesi del Sahel all’area d’influenza francese, indiscussa dopo l’indipendenza e rinsaldata sul piano geopolitico dalla Guerra Fredda, e su quello economico/finanziario dal Franco CFA4 e dal termine Françafrique, ossia da quell’insieme d’interessi economico politici che legano la Francia alle classi dirigenti africane. Ai fattori d’instabilità esterni e interni, si è aggiunta una sempre più diffusa disaffezione e insofferenza degli strati più giovani della popolazione verso i legami di dipendenza dalla metropoli francese, resi più palesi dalla diffusione intrusiva dei dispositivi militari francesi dopo il 2012.

Macron ha cercato di porre rimedio a questo graduale deterioramento delle relazioni, stimolando un maggiore coinvolgimento diretto dei Paesi del Sahel nel contrasto al terrorismo (G5 Sahel), incoraggiando la cooperazione di altri Stati europei e annunciando una riforma del meccanismo monetario del Franco CFA5. A questi sforzi, che testimoniano della difficile evoluzione dei legami post-coloniali verso un rapporto meno esclusivo, ha fatto riscontro la crescita degli interessi economici e/o strategici di altre potenze grandi o medie.

In gran parte desertici e soggetti a periodiche siccità, carestie e gravi crisi umanitarie, i Paesi del Sahel sono però ricchi di risorse e materie prime pregiate: uranio in Niger e Chad, oro e petrolio nel Fezzan (Libia), Mali e Chad, possibili giacimenti di petrolio e gas in Mali e Mauritania, fosfati e altri minerali in Mauritania e, soprattutto, quelle “terre rare” richieste dalle produzioni più innovative e oggetto di un’aspra contesa fra Cina e USA.

Gli Stati Uniti, pur non sempre in sintonia con l’approccio della Francia, hanno comunque fornito supporto logistico e d’intelligence alle operazioni militari, mantenendo anche alcune basi militari operative nel Sahel, in Niger e in Chad, mentre la Cina si è tenuta fuori da qualsiasi coinvolgimento politico-militare (pur fornendo un sostegno declaratorio al G5 Sahel), ma ha perseguito un approccio geo-economico pro-attivo soprattutto in Mali e Sud Sudan. La Russia invece, dopo aver a lungo abbandonato il continente africano che pure aveva costituito, con numerosi e cruenti conflitti per procura, uno dei teatri più mobili e con maggior libertà di manovra della Guerra Fredda, si sta di nuovo affacciando in Africa offrendo i propri servizi militari e di sicurezza: l’enfasi del primo vertice Russia-Africa di Sochi sulla cooperazione militare a fine 2019, è stata confermata dal coinvolgimento dei contractors del Wagner Group a fianco di Haftar in Libia e nella Repubblica Centrafricana a fianco del presidente Touadéra, e in forma meno palese, ma diffusa anche in altri Paesi del Sahel (programmi di formazione in Mali e rapporti con gli insorti chadiani). Per ora, si tratta più di un’opera di disturbo, volta a cogliere delle opportunità, che di una coerente strategia tesa a scalzare l’egemonia francese.

Il cambio di focus dallo sviluppo socio-economico alla sicurezza militare da parte dei governi nazionali ed internazionali è avvenuto mentre la regione sta attraversando una drammatica crisi ambientale che ha devastanti effetti sul piano sociale ed economico. Storicamente, il Sahel è stato caratterizzato da forti variazioni climatiche e piogge irregolari, che rappresentano due dei maggiori ostacoli alla sicurezza alimentare e alla riduzione della povertà nella regione. Le cose sono peggiorate negli ultimi decenni: tra il 1970 e il 1993, la regione ha registrato 20 anni di grave siccità e questo trend si è mantenuto anche negli ultimi 30 anni. La FAO riferisce che oltre l’80% del territorio della regione è degradato. Entro il 2050, con l’aumento delle emissioni di gas serra, le temperature saranno più calde di 3-5 gradi centigradi e gli eventi meteorologici estremi diventeranno più comuni.

Vari fattori spiegano la crisi ambientale del Sahel. Nell’ultimo mezzo secolo, gli effetti combinati di crescita demografica, degrado del suolo (deforestazione, colture continue, senza rotazioni, e pascolo eccessivo), precipitazioni ridotte e irregolari, mancanza di politiche ambientali coerenti e priorità di sviluppo malriposte, hanno contribuito a trasformare gran parte del Sahel in terra sterile, con conseguente deterioramento del suolo e delle risorse idriche.

Secondo un rapporto dell’Ufficio delle Nazioni Unite per gli Affari Umanitari (UNOCHA), nel 2021, a causa di crisi sempre più gravi nel bacino del Sahel e nella regione del lago Chad, ben 29 milioni di persone avranno bisogno di assistenza umanitaria. Si prevede che quasi una persona su quattro nelle aree di confine tra Burkina Faso, Cameroun settentrionale, Chad, Mali, Niger e Nigeria nordorientale avrà bisogno di aiuti nel 2021, 5 milioni in più rispetto al 2020 e un aumento del 52% rispetto al 2019.

A determinare questa situazione catastrofica contribuiscono la povertà, l’emergenza climatica, i conflitti armati, l’insicurezza alimentare cronicamente elevata e la malnutrizione. Quasi 14 milioni di persone in tutto il Sahel dovranno affrontare l’insicurezza alimentare nel 2021, con un aumento del 76% negli ultimi due anni. Si stima che 1,6 milioni di bambini soffriranno di grave malnutrizione acuta. “Nelle regioni colpite dal conflitto, i civili stanno affrontando una drammatica crisi di protezione sempre crescente. Milioni di persone [almeno 5,3 milioni ossia il 61% in più del 2019] hanno dovuto abbandonare le proprie case. L’insicurezza e la violenza minacciano vite e mezzi di sussistenza, aumentano le violazioni dei diritti umani e mettono a repentaglio la coesione sociale…. Donne e ragazze sono ad alto rischio di violenza sessuale e di genere6. L’insicurezza sta anche limitando l’accesso umanitario, lasciando le comunità senza assistenza essenziale ed esponendo gli operatori umanitari a maggiori rischi.

Il Sahel vive una crisi drammatica, oltre che sotto il profilo della fame (sicurezza alimentare), anche sotto quelli della sanità, dell’istruzione e della sicurezza. In Burkina Faso, ad esempio, più dell’80% degli abitanti possiede un cellulare (grazie alle tecnologie wi-max è possibile coprire quasi tutto il continente e, secondo le ultime statistiche, in Africa ci sono oltre 1 miliardo di cellulari), ma solo una persona su cinque può disporre di acqua corrente e sanitari, in un Paese in cui un decimo del PIL è generato dagli aiuti internazionali (oltre un miliardo di euro), dove le rimesse degli oltre 3 milioni di emigrati all’estero superano di due volte il totale degli investimenti stranieri (appena 150 milioni di euro) e la cui economia dipende sostanzialmente dai prezzi dell’oro (ma le principali miniere sono controllate da colossi globali come la canadese Semafo) e di alcune commodities agricole come le arachidi e il cotone (un quinto degli abitanti – 350 mila contadini e oltre 250 mila unità agricole familiari – vive direttamente della sua coltivazione che genera oltre il 4% del PIL) e i cereali. Le aree più povere del Paese nel nord e nell’est sono state trascurate e non sono più controllate dallo Stato centrale. Nelle aree rurali che sono sotto il controllo jihadista, il governo fornisce solo scarsi servizi sanitari e d’istruzione, pochi posti di lavoro e rare infrastrutture, mentre persegue politiche “predatorie”, requisendo terre e miniere d’oro artigianali. Di conseguenza, gli abitanti di queste aree (soprattutto i pastori nomadi di etnia Peuhl/Fulani in contrasto con con gli agricoltori di etnia Mossi) hanno stretto legami con i gruppi militanti jihadisti (Ansarul Islam, ISIS del Sahel e Jama’at Nusrat al-Islam wal-Muslimin-JNIM), che hanno promesso e, in alcuni casi, fornito più servizi, denaro, medicine e cibo dello Stato. Una parte della popolazione, soprattuto giovanile, ha preso le armi contro le forze militari e i rappresentanti delle istituzioni (insegnanti, funzionari, etc.), mentre oltre mille scuole sono state chiuse e diverse chiese cristiane attaccate e distrutte, uccidendo preti e fedeli. D’altra parte, l’esercito uccide in modo indiscriminato tutti coloro che sospetta siano collegati ai gruppi terroristi, inclusi i bambini. L’emergenza umanitaria riguarda 1,2 milioni di persone con circa 100 mila persone sfollati, mentre 8 milioni di persone (il 40% della popolazione) vivono sotto la soglia di povertà.

Sebbene sia uno dei più grandi Paesi del Sahel, solo l’11% del Niger – principalmente a sud e ad ovest lungo il fiume Niger – è adatto alla coltivazione. Quattro quinti del nord del Niger sono occupati dai deserti, il che rende l’agricoltura una sfida in un Paese in cui il 90% della popolazione sopravvive coltivando. Nonostante le vaste riserve di petrolio e uranio (quarto produttore al mondo)7, il Niger è uno dei Paesi più poveri del mondo (187esimo posto nell’indice di sviluppo umano su 189 Paesi, mentre i vicini Burkina Faso e Mali sono rispettivamente 183esimo e 182esimo) e la stragrande maggioranza dei 22 milioni di abitanti è povera8. Molti non hanno abbastanza da mangiare. L’analfabetismo è molto diffuso e colpisce oltre il 70% della popolazione, principalmente donne e ragazze. Tutto ciò è stato esacerbato, oltre che dalla guerra in corso, dalla pandemia Covid-19, che sta invertendo decenni di progressi duramente conquistati. Nel 2020, il Programma alimentare mondiale (WPF) ha dichiarato che 3,7 milioni di nigerini avevano bisogno di assistenza umanitaria. A ciò si aggiunge la crisi climatica, che sta riscaldando il Sahel più rapidamente di qualsiasi altra parte del pianeta. Questo si traduce in piogge inaffidabili, degrado del suolo, siccità e desertificazione, che rendono la sicurezza alimentare e la riduzione della povertà non solo un’enorme sfida, ma un catalizzatore per conflitti armati sulle risorse. Almeno 100 persone sono state uccise nel corso di attacchi a due villaggi nel Niger occidentale portati in pieno giorno da uomini armati a bordo di un centinaio di motociclette all’inizio di gennaio 2021. Questo, mentre contemporaneamente avveniva la proclamazione dei risultati del primo turno delle elezioni presidenziali del 27 dicembre vinte dal candidato del partito al governo (39,3% dei voti), Mohamed Bazoum, ex ministro degli Interni che nel 2016-17 ha cercato di esplorare l’opzione del dialogo con i jihadisti. Bazoum aveva promesso di occuparsi soprattutto di scuola e di intensificare la lotta contro le milizie jihadiste. Al ballottaggio, Bazoum ha ottenuto il 55,7% dei voti. È stato il primo passaggio di poteri democratico dal 1960, l’anno dell’indipendenza, anche se i risultati del ballottaggio sono stati molto contestati all’avversario di Bazoum, Mahamane Ousmane (44,3%), per frodi e irregolarità. Inoltre, due giorni prima della proclamazione, apparentemente è stato sventato un colpo di Stato. Il Paese è diviso e le fratture sono particolarmente gravi nell’esercito.

In Paesi come Niger, Mali e Burkina Faso lo Stato non è mai stato presente su tutto il territorio nazionale. Le infrastrutture e i servizi sono stati sviluppati solo nelle capitali o nelle città più grandi. Negli ultimi anni, dalle zone rurali non si è ritirato solo l’esercito, se ne sono andati tutti quei pochi funzionari pubblici che erano presenti – insegnanti, personale sanitario, funzionari statali e anche le ONG – vittime di minacce e attacchi, e oggi operano solo nelle città. Secondo Save the Children, circa 10 mila scuole in Africa Occidentale e Centrale hanno dovuto chiudere a causa delle violenze e tutte si trovavano nelle campagne. Una evoluzione che ha creato un serio problema di legittimità dei governi, incapaci di governare i loro territori e di proteggere la popolazione civile.


Progressione degli eventi violenti in Sahel (2005-2020). Fonte ACLED, 2020

In sostanza, il Sahel vive una crisi catastrofica generalizzata che nelle sue implicazioni umanitarie ricorda quella vissuta tra il 1969 e il 1974 (con un apice nel biennio 1972/1973), quando la siccità e la carestia colpirono tutti i Paesi della regione, fino al Corno d’Africa e all’Etiopia. La carestia, dovuta a diversi raccolti negativi consecutivi, e la crisi profonda dell’agricoltura, provocarono, oltre alla distruzione quasi integrale del patrimonio zootecnico, ingenti migrazioni verso sud di grandi masse di popolazioni di allevatori nomadi e semi-nomadi – Tuareg, Toubou, Peuhl/Fulani – alla disperata ricerca di pascoli bagnati dalle scarse e irregolari piogge dell’unica stagione annuale. Il loro stanziamento nelle aree settentrionali dei Paesi saheliani fu la causa scatenante di conflitti con le popolazioni preesistenti di agricoltori sedentari e pescatori di acqua dolce per il controllo di terra, acqua e altre risorse del territorio, producendo effetti che sono durati decenni, sconvolgendo il fragile equilibrio sociale ed economico dell’intera regione9.

Un secondo periodo di svolta per la regione si colloca tra la fine degli anni ‘90 e il 2011. Esso fu segnato prima dalle ricadute verso sud dell’offensiva islamica fondamentalista in Algeria che, sconfitta politicamente e militarmente10, finì per ripiegare verso la regione sahariana e saheliana trovandovi scarsi controlli, nuove opportunità legate a ogni tipo di traffici illegali e occasioni di reclutamento fra i giovani, spesso appartenenti alle etnie minoritarie nomadi e semi-nomadi e disposti ad accogliere un’ideologia radicale capace di canalizzare al tempo stesso frustrazione, rivolta ed autoaffermazione. A partire dal 2007 la regione, già interessata dalla presenza di cellule di al-Qaeda dal 2001, ha vissuto un incremento dell’emergenza terroristica di matrice islamista (salafita) radicale soprattutto nell’area nord-occidentale (Mauritania, Mali, Niger, Algeria meridionale), con la secessione de facto del nord del Mali11.

Ancora più dirompenti sono state le conseguenze della tragica caduta di al-Gheddafi. Questo drammatico evento ha provocato, insieme all’aumento delle migrazioni attraverso il Mediterraneo, un altrettanto importante riflusso verso sud di decine di migliaia di giovani immigrati subsahariani restati senza lavoro, la creazione di milizie in Mali, Niger, Chad o Sudan avviate reclutando combattenti già a servizio di al-Gheddafi, e una incontrollabile circolazione di armamenti. La prima insurrezione in Mali nel 2012 fu promossa da gruppi armati Tuareg, smobilitati dalla Libia e alleatisi con le formazioni jihadiste già presenti sul territorio.

I preamboli della crisi attuale: la rivolta dei Tuareg e la tragica fine di al-Gheddafi

Per secoli i Tuareg – circa 5 milioni di persone che si definiscono Kel Tamashek o Kel Tamahak, cioè “il popolo che parla la lingua tamashek”, una delle varietà di berbero parlate nel Nord Africa – sono vissuti come dominatori del deserto, con una società tribale organizzata in caste, esercitando l’allevamento di cammelli, dromedari e capre, il commercio transahariano e la razzia, il che portava a frequenti scontri tra loro e con altri gruppi etnici sedentari dediti all’agricoltura.

I Tuareg si sono sempre considerati distinti dagli altri gruppi etnici della regione del Sahel, soprattutto dagli agricoltori neri del sud (in passato ridotti in schiavitù/servitù dagli stessi Tuareg, come in pratica accade ancora desso in Mauritania, nonostante l’abolizione ufficiale della schiavitù nel 1982) e dagli arabi della regione in quanto si ritengono “bianchi”. Con la decolonizzazione dopo il 1960 hanno visto il loro territorio (Azawad) del Sahara centrale diviso fra molti Stati – Mauritania, Burkina Faso, Mali, Niger, Marocco Algeria, Tunisia, Libia e Egitto – con la conseguente creazione di frontiere e barriere che hanno reso difficile, quando non impossibile, il modo di vita tradizionale basato sul nomadismo, anche come conseguenza delle restrizioni nella circolazione.

L’attrito con i governi al potere (espressione di élites arabe e di altri gruppi etnici africani) si è fatto sempre più forte ed è sfociato, negli anni ‘90, in aperti scontri tra gruppi Tuareg e i governi di Mali e Niger. L’intervento militare, che a volte ha massacrato la popolazione di interi villaggi (Tchin Tabaradene, Niger, maggio 1990), ha causato la morte di molte persone e la perdita di un effettivo controllo di ampi tratti territoriali desertici e semi-desertici da parte dei governi. Parte della popolazione Tuareg – rappresentata dal Movimento Nazionale per la Liberazione dell’Azawad (MNLA) – richiedeva autonomia per il territorio che considerava la propria madrepatria. I negoziati di pace hanno portato al decentramento del potere politico degli Stati interessati e all’integrazione dei Tuareg in essi e nei rispettivi eserciti.

Nuovi episodi di violenza si sono manifestati tra 2004 e 2007 e dopo la caduta del regime di al-Gheddafi, allorquando gli ex-militari Tuareg hanno avuto accesso ai depositi di armi libici, si sono trasferiti nel nord-est del Mali e hanno contribuito al colpo di Stato che ha portato alla deposizione del presidente Amadou Toumani Touré nel 2012. Si stima che al-Gheddafi avesse reclutato fino a 10 mila combattenti da Mali, Niger, Sudan e Chad per combattere per suo conto prima di essere estromesso e ucciso nel 2011.

Porre fine al regime di Muammar al-Gheddafi nel 2011, attraverso un intervento militare franco-britannico sotto la bandiera della NATO, a dispetto degli alleati regionali e nonostante l’opposizione dell’Unione Africana che aveva tentato una mediazione, è stato l’errore politico che ha accelerato la destabilizzazione dell’intera regione del Sahel. L’eliminazione di al-Gheddafi, senza che vi fosse in campo una soluzione politica alternativa percorribile, ha dato inizio a una guerra civile durata quasi 10 anni in Libia, che ha comportato un continuo andirivieni di armi e combattenti che ha coinvolto l’intero Sahel, facendo da amplificatore dell’instabilità politico-militare della regione. Da questo punto di vista, risolvere la crisi libica è un presupposto necessario per trovare una soluzione duratura alla crisi regionale.

Nonostante l’intervento militare di Francia e ONU e un accordo di pace firmato ad Algeri nel 2015 tra il governo del Mali e i ribelli Tuareg (Accordo per la pace e le riconciliazione nel Mali), la zona ha continuato ad ospitare cellule jihadiste legate ad al-Qaeda e all’ISIS. Gruppi che in questi ultimi anni hanno esteso la loro presenza stabile nel nord del Niger, nel nord-est e nel centro del Mali, e nel nord-est del Burkina Faso, mentre nel Fezzan libico esistono ancora oggi gruppi di guerriglieri Tuareg che portano avanti la lotta armata per l’indipendenza e l’autodeterminazione politica e culturale.

La “guerra al terrorismo” di Francia, ONU, USA e altri Paesi dell’Unione Europea

Le forze militari francesi sono presenti nel Sahel dal 2013 nell’ambito dell’Operazione Serval ordinata nel 2013 da François Hollande, e successivamente dell’Operazione Barkhane dall’agosto 2014 (decisa da Jean-Yves Le Drian, allora ministro della Difesa francese e oggi ministro degli Esteri), arrivata a disporre di 5.100 uomini (ruotati ogni quattro mesi), 260 blindati pesanti, 210 blindati leggeri e 360 mezzi, 20 elicotteri in Mali, una ventina di aerei da trasporto (a N’Djamena), caccia e 3 droni (a Niamey).

Un impegno militare che per la Francia ha via via assunto le sembianze di un pozzo senza fondo. In 8 anni, i costi sono esplosi: quasi 1 miliardo di euro all’anno; 17 mila soldati a rotazione ogni anno (un quarto delle truppe da combattimento dell’esercito francese); 55 morti e 300 feriti fino ad oggi; e, politicamente, la macchia del neocolonialismo.

Le forze militari francesi si integrano con contingenti di altri Paesi europei – tra questi, quello tedesco è di circa mille uomini e rappresenta la più consistente missione estera votata dal Bundestag – e con le forze speciali del G5 Sahel – Mali, Chad, Niger, Burkina Faso e Mauritania -, quasi 5 mila soldati della G5 Sahel Joint Force, un’iniziativa per la sicurezza attiva dalla fine del 2014, il cui scopo ufficiale è mettere in comune le risorse militari e combattere l’instabilità transfrontaliera attraverso sforzi congiunti militari e di sviluppo economico e della società civile (ancora del tutto inadeguati).

Ogni Stato membro ha assegnato uno o due battaglioni a una forza congiunta, che ha sede nella capitale del Mali, Bamako, e mantiene i contatti con la forza francese dell’operazione Barkhane, con sede a N’Djamena (Chad). Il G5 Sahel ha il compito di gestire operazioni congiunte nelle zone di confine, con diritti di inseguimento fino a 100 km oltre i limiti territoriali, ha istituito gruppi di azione rapida e consente lo scambio di intelligence e l’armonizzazione delle politiche di sicurezza nazionale. Nel 2020 ci sono stati alcuni successi, in particolare nel Liptako-Gourma (soprattutto intorno a Gossi nella parte meridionale della regione di Timbuktu del Mali, una delle principali roccaforti jihadiste), nella regione dei “tre confini” condivisa da Mali, Niger e Burkina Faso, ma il controllo di larga parte del territorio saheliano dei tre Paesi rimane elusivo.

I francesi operano in coordinamento anche con forze militari canadesi ed americane. Gli USA hanno una base per droni ad Agadez in Niger, costata secondo il New York Times 110 milioni di dollari, che ospita oltre 800 “berretti verdi” e da cui partono i comandi dei raid aerei anti-ISIS in Libia e nel Sahel.

A queste forze si aggiungono circa 15 mila soldati (di 56 Stati), 300 dei quali inglesi, impegnati in una missione di peace-keeping dell’ONU in Mali – la United Nations Multidimensional Integrated Stabilization Mission o Minusma -, una delle principali operazioni di mantenimento della pace dell’ONU12. Le forze militari di Minusma sono dispiegate in tutto il Mali e spesso sono accusate di non proteggere adeguatamente i civili. Inoltre, i capi di Stato regionali da tempo vorrebbero una forza più leggera e più reattiva con un mandato più forte ai sensi del capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite, in modo che questi soldati possano andare oltre l’autodifesa e “imporre” la pace. In futuro, quindi, le forze di pace dell’ONU potrebbero diventare più proattive in aree come il nord e il centro del Mali, ossia nei territori contesi dai governi centrali e dalle milizie jihadiste, nonché epicentri delle violenze intercomunitarie.

L’operazione francese Barkhane è strutturata, sotto un profilo operativo, mediante l’istituzione di basi permanenti – a Gao (forze d’intervento), Niamey (centro di intelligence) e N’Djamena (base aerea) – e basi avanzate temporanee – a Kidal, Timbuktu, Tessalit, Ménaka in Mali; ad Aguelal in Niger; a Faya-Largeau e Abéché in Chad – che fungono da piattaforme logistiche di supporto, per garantire maggiore mobilità e flessibilità d’azione alle forze militari. Punti d’appoggio marittimi sono collocati a Dakar, Abidjan e Douala. Macron ha raccolto anche il sostegno economico di Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti per la missione Barkhane, risorse che sono andate ad aggiungersi a quelle ricevute dal G5 Sahel – circa 3-400 milioni di dollari di donazioni internazionali (tra USA, UE, Canada e Giappone) – per finanziare addestramento e forniture militari alla forza militare regionale che dovrebbe contribuire a stabilizzare l’area.

Per ora, però, la strategia militare antiterrorista (di contro-insurrezione) appare del tutto controproducente, perché non solo non ha raggiunto gli obiettivi di stabilizzazione auspicati dai governi, ma non ha fatto altro che generare risentimento contro l’intervento militare straniero, addizionale violenza, conflittualità tra gruppi etnici e distruzione delle economie locali. I francesi e i loro alleati hanno cercato di “decapitare” i gruppi terroristici, eliminando i dirigenti attraverso l’utilizzo di missili lanciati da droni; solo nel 2020 il capo di Al Qaeda nel Maghreb islamico (Aqim) e Bah Ag Moussa di JNIM; prima ancora Mokhtar Belmokhtar, il “guercio”. Secondo dati riportati dalla stampa, la missione Barkhane ha neutralizzato una media di 80 ribelli al mese nel 2020. Colpi pesanti, ma che non hanno fermato le formazioni jihadiste, anche perché queste, e non gli Stati, ormai esercitano l’effettivo controllo del territorio rurale dove sono presenti.

Da oltre 8 anni i francesi e i loro alleati sono impegnati in una “guerra sporca” che uccide civili. Il 3 gennaio 2021, ad esempio, un raid aereo francese nel Mali centrale ha ucciso 19 civili Peuhl/Fulani riuniti per la celebrazione di un matrimonio, scambiato dai militari francesi per un summit di jihadisti armati (un piccolo gruppo di jihadisti era effettivamente presente sulla scena, ma per imporre la separazione tra uomini e donne durante la celebrazione e la festa, e in 3 sono stati uccisi), secondo un rapporto dell’ONU.

Nel corso del summit a N’Djamena (Chad), in teleconferenza con i leader dei Paesi del G5 a metà febbraio 2021, Macron aveva escluso una riduzione del contingente, promesso maggiori sforzi per l’eliminazione dei capi guerriglieri, e comunque aveva lasciato intendere che in futuro la presenza francese sarebbe stata diversa. Una posizione che venne interpretata come l’inizio di una possibile exit strategy con un passaggio di consegne agli eserciti locali. Un segnale in questo senso è stato dato dai 1.200 militari chadiani mandati dal presidente Déby nella “zona delle tre frontiere”.

Tra inizio giugno e inizio luglio Macron ha poi annunciato di voler rivedere una campagna ormai troppo lunga – con risultati molto parziali – e di voler chiudere gradualmente l’Operazione Barkhane per abbassare la “spesa”, ridurre i sacrifici di vite umane e trovare alternative. Che nel medio termine sono ancora militari, ma che nel lungo devono essere politiche, considerato anche che i governanti di Mali e Burkina Faso hanno espresso la volontà di aprire un dialogo e trattare con alcuni gruppi jihadisti, anche se la Francia ha posto il veto. “Non parliamo con chi uccide i francesi” ha affermato Macron. Nessun dialogo e compromesso con i jihadisti. “Non possiamo tollerare ambiguitàe condurre operazioni con poteri che decidono di discutere con i gruppi che sparano ai nostri bambini.

Il 9 luglio, nel corso di un nuovo incontro in videoconferenza dei Paesi G5, Macron ha presentato i contorni del nuovo sistema militare francese nella regione. Le basi di Kidal, Tessalit e Timbuktu, nel nord del Mali, saranno chiuse entro la fine del 2021. L’idea è quella di continuare la “rifocalizzazione” dell’azione militare francese nell’area dei “tre confini”, nella “terra di mezzo” tra Mali, Burkina Faso e Niger, dove a predominare sono deserti e boscaglie, zone non controllate dove è facile per i gruppi armati infiltrarsi, passando indisturbati attraverso i confini dei Paesi limitrofi.

Alla fine, nella regione ci saranno solo “da 2.500 a 3.000” soldati francesi, riducendo la presenza attuale a quasi la metà. Questa trasformazione, che comporterà la chiusura delle basi militari nel nord del Mali, risponde alla necessità di adattarsi al nuovo atteggiamento dei gruppi terroristici e di sostenere l’assunzione di responsabilità da parte dei Paesi della regione, ha dichiarato Macron. Un’affermazione che ha fatto temere alcuni osservatori che alcune aree del Sahel, in particolare il nord e il centro del Mali, siano destinate a passare completamente nelle mani dei jihadisti, poiché gli Stati locali sembrano del tutto incapaci di ripristinare la loro autorità militare ed amministrativa in queste vaste fasce territoriali desertiche e semi-desertiche estremamente povere.

Ma, Macron ritiene che sia necessaria una pronta riconfigurazione del sistema militare francese con due obiettivi principali in Sahel:

la neutralizzazione e disorganizzazione dell’alto comando” di ISGS e JNIM portata avanti attraverso l’Operazione Sabre, gestita da forze speciali e servizi d’intelligence militare francese dal lontano 2009;
il sostegno agli eserciti della regione, anche se questa sarà una missione affidata all’Operazione Takuba (dal nome di una spada in uso tra Peuhl/Fulani e Tuareg), alla quale partecipano diversi Paesi dell’Unione Europea. È intorno a questa task-force europea, infatti, che si rifocalizzerà il sistema militare francese. Il centro di comando di Takuba avrà sede a Niamey, in Niger, che diventerà l’epicentro della lotta al terrorismo nella regione.

La task-force Takuba è stata decisa nel giugno 2020 e si sta via via definendo e rafforzando. Sono coinvolte diverse forze speciali europee per un totale di un migliaio di soldati e attualmente sono già operative la TG1 a Gao, composta da francesi ed estoni, la TG2 a Menaka, con francesi, cechi e 150 svedesi, dotati di tre elicotteri Blackhawk. A questa missione partecipano anche belgi, danesi, tedeschi, norvegesi, inglesi, olandesi, greci, ungheresi e portoghesi, oltre ai Paesi membri del G5 Sahel13.

Anche l’Italia partecipa dal marzo 2021 all’Operazione Takuba con un contingente militare di 200 uomini delle forze speciali, 20 mezzi terrestri e 8 elicotteri per un costo di quasi 49 milioni di euro. La motivazione ufficiale della partecipazione italiana riguarda il contrasto ai gruppi jihadisti e al traffico di esseri umani sulle rotte dell’emigrazione verso il Mediterraneo e l’Europa. L’obiettivo della missione italiana è quello di “assist, advise e accompany” a favore delle forze regolari maliane nelle operazioni di contrasto al terrorismo.

I militari europei dovrebbero appoggiare l’esercito maliano e al tempo stesso rappresentare un’unità di reazione rapida da “lanciare” dove sia necessario. Il profilo risponde anche alla riorganizzazione dei contingenti francesi attualmente impegnati nell’Operazione Barkhane, attraverso la creazione di avamposti più piccoli rispetto alle grandi basi. E questo sempre nell’intento di avere una risposta flessibile davanti a incursioni di una guerriglia che sarebbe errato considerare puramente jihadista. Il vessillo nero è sventolato da militanti che hanno anche rivendicazioni più specifiche, di tipo politico e legate al loro territorio.

Parigi spera di restringere il numero degli effettivi coinvolgendo maggiormente le forze speciali dei Paesi UE e le truppe del G5, una soluzione “internazionale” e “sahariana”. Fin dai primi mesi del 2020 i francesi hanno intensificato l’addestramento della Unité légère de reconnaisance et d’intervention maliana (detta URLI) destinata a “lavorare” con gli uomini di Takuba.

Allo stesso tempo, però, la Francia intende anche concentrare i propri sforzi verso sud e ovest, perché, secondo Macron, i gruppi terroristici “hanno oggi abbandonato un’ambizione territoriale in favore di un progetto di diffusione della minaccia non più solo sulla scala del Sahel, ma su tutta l’Africa Occidentale”. A questo proposito, il 23 giugno scorso, il senatore comunista Pierre Laurent ha espresso forti preoccupazioni: “Credo che la ‘razionalizzazione’ della nostra politica d’intervento militare in Africa non verta sul ritiro del nostro esercito, ma piuttosto su una sua ‘riconfigurazione’. L’obiettivo evidente resta quello di dispiegare le nostre forze d’intervento sempre più avanti ed in un più grande numero di Paesi. Noi siamo protagonisti di un escalation militare che si sta sviluppando ad un ritmo incredibile.

D’altra parte, in oltre 20 anni, in Africa, i jihadisti hanno dimostrato di essere stati in grado di espandersi dopo la sconfitta subita nella guerra civile algerina degli anni ’90. Hanno ormai consolidato la loro presenza in Mali, Niger, Burkina Faso, nord-est della Nigeria, Lago Chad e nord Cameroun, mentre in Somalia14 e Kenya sono attivi con le milizie al-Shabaab (“i ragazzi”), legate ad Al Qaeda, e nel nord Mozambico15 con il gruppo al-Shabab affiliato all’Islamic State Central Africa Province (ISCAP), legato all’ISIS. La propaganda dell’ISIS pubblicata dalla leadership del gruppo in Medio Oriente sta sottolineando sempre più come l’Africa sub-sahariana – Sahel, Nigeria, Somalia, Mozambico e Repubblica Democratica del Congo16 – rappresenta un nuovo fronte che può compensare il gruppo per le significative sconfitte subite altrove (Medio Oriente e Asia).

Il riorientamento delle forze militari francesi che arriva con l’avvicinarsi delle elezioni presidenziali del 2022 in Francia, dove questo impegno militare solleva interrogativi crescenti, soprattutto per quanto riguarda gli oltre cinquanta soldati uccisi e gli oltre 300 feriti in azione dal 2013. Macron è consapevole dell’insostenibilità dei vecchi approcci verso le ex-colonie, ma appare in difficoltà nell’articolare un piano d’azione che non equivalga a un puro e semplice abbandono. Macron vorrebbe fare in modo che la Francia possa mantenere lo status di media–potenza, ma riducendo l’impegno diretto in termini di uomini e costi finanziari attraverso la responsabilizzazione di altri Paesi europei.

Parigi conta anche su un rinnovato supporto da parte degli USA. Durante gli anni dell’ex presidente degli Stati Uniti Donald Trump, la presenza militare americana è stata avvolta nell’incertezza intorno all’interesse degli Stati Uniti per la regione. La nuova amministrazione Biden si è riallineata al vecchio alleato francese – anche nell’ambito del più ampio tentativo di riavvicinamento ai Paesi dell’Unione Europea e della NATO -, tornando a sostenere la strategia militare di contro-insurrezione. “Mentre gli affiliati di ISIS e al-Qaeda cercano di espandere la loro portata in tutta l’Africa, gli Stati Uniti continueranno a lavorare a stretto contatto con i nostri partner africani“, ha detto in teleconferenza il Segretario di Stato Antony Blinken al vertice del G5 Sahel di N’Djamena, prima di aggiungere: “Costruiremo sugli sforzi esistenti in Africa Occidentale e le lezioni condivise nella lotta globale contro l’estremismo violento”.

L’interesse americano per la regione è cresciuto e calato nel corso degli anni, ma l’obiettivo finale di impedire agli islamisti armati di pianificare un attacco sul suolo americano è rimasto lo stesso. Gli Stati Uniti forniscono supporto logistico e addestramento e le forze speciali statunitensi svolgono operazioni in tutta la regione. In sostanza, quella dell’antiterrorismo è la lente attraverso la quale gli Stati Uniti, come i loro alleati nazionali ed internazionali, continuano a vedere lo stato delle cose sul terreno17. Nonostante quando si è insediato a gennaio, Biden abbia promesso di invertire il declino della democrazia e di rilanciare la leadership degli Stati Uniti sui diritti umani, nel Sahel e in Africa Occidentale la politica americana rimane ancorata all’approccio muscolare della “guerra al terrorismo“, dando priorità alle partnership militari e solo dopo alle questioni relative a governance, democrazia e diritti umani.

La morte del maresciallo Déby

L’annuncio del riorientamento dell’intervento militare francese e dell’allargamento del coinvolgimento militare dei Paesi europei nell’ambito dell’Operazione Takuba, è arrivato dopo che il 20 aprile 2021 è stato ucciso il presidente del Chad Idriss Déby Itno (68 anni), “l’uomo del sacrificio” secondo i suoi sostenitori e “il tiranno” secondo i suoi avversari, che governava il Paese dal colpo di Stato del 1990, dopo anni di dittatura da parte dell’ex presidente, Hissène Habré18.

Il maresciallo Déby, dopo essere stato eletto per la sesta volta presidente con quasi l’80% dei voti (ma in un processo elettorale molto controverso secondo l’opposizione, i cui membri principali sono stati intimiditi anche con le armi19), era tornato al fronte della guerra civile (vicino alla città di Mao, capoluogo della regione di Kanem, a circa 300 km dalla capitale N’Djamena), dove l’esercito nazionale stava combattendo contro i ribelli del FACT (Fronte per l’alternanza e la concordia in Chad) ed era stato ferito (in circostanze non chiare20) durante gli scontri, due giorni prima di morire.

Per i suoi critici Déby era un dittatore sostenuto dietro le quinte dalla Francia – “Abbiamo perso un amico coraggioso”, ha detto Macron – che per 30 anni non ha tollerato l’opposizione ed è stato disposto a imprigionare e uccidere chiunque minacciasse il suo potere, mentre ha utilizzato corruzione21, nepotismo22, logiche di fedeltà clanica (con l’esercito dominato dagli ufficiali di etnia Zaghawa) e pratiche di cooptazione delle élite locale tramite l’utilizzo dei proventi derivanti dallo sfruttamento di risorse come uranio e petrolio (130 mila barili al giorno), che una nuova pipeline trasporta fino all’Atlantico per conto di compagnie americane e cinesi. Una nuova costituzione fatta approvare da Déby nel 2018 gli avrebbe permesso di rimanere al potere fino al 2033 e per questo il voto di aprile era stato boicottato dalle opposizioni che consideravano illegittima la sua ennesima candidatura.

I miliziani del FACT sono ex ufficiali dell’esercito chadiano disillusi, principalmente appartenenti ai popoli sahariani Goran e Toubou (presenti su entrambi i versanti del confine tra Chad e Libia), ben armati e grandi conoscitori della regione. Dal 2016 avevano pubblicamente rivendicato la loro intenzione di deporre Déby. Stavano rientrando nel Paese dalla Libia dopo aver combattuto come mercenari, dapprima a sostegno delle milizie di Misurata e Bengasi, per poi siglare un patto di non aggressione con le forze di Khalifa Haftar nel sud del Paese. Haftar ha fornito loro quasi 300 pickups con armi pesanti. Gli sviluppi politici a Tripoli, e le pressioni internazionali per il ritiro delle forze straniere dal paese, hanno indotto i miliziani del FACT a rientrare in patria e lanciare l’offensiva contro il governo.

Il deserto montuoso del Chad alle spalle della Libia, il Tibesti23, era stato il luogo dove si era combattuta la guerra tra al-Gheddafi e Hissène Habré, il predecessore di Déby. Qui, i chadiani sbaragliarono la colonna libica guidata da Khalifa Haftar, che venne fatto prigioniero e poi liberato dai francesi per essere consegnato alla CIA. Da quel deserto l’11 aprile 2021, il giorno delle presidenziali vinte da Déby, i ribelli del FACT avevano lanciato la loro nuova offensiva con l’obiettivo di arrivare a prendere la capitale. FACT è nato nel 2016, a seguito di una scissione interna all’Union des forces pour la démocratie et le développement (UFDD), ed è guidato da Mahdi Ali Mahamat, un combattente ribelle veterano che ha trascorso del tempo in esilio in Francia prima di tornare in Libia nel 201524. Secondo gli esperti dell’ONU, FACT aveva circa 700 combattenti nel dicembre 2019 e veniva sostenuto da Turchia e Paesi arabi.

Il Chad è un grande Paese di circa 17 milioni di abitanti suddivisi in un mosaico di oltre 120 gruppi etnico-linguistici differenti, diversi dei quali sono parte di popolazioni stanziate a cavallo con gli Stati vicini e separate dai confini tracciati in epoca coloniale, come nel caso dei Toubou. È un Paese strategico soprattutto per la Francia e per i Paesi europei che vogliono bloccare i flussi migratori subsahariani verso l’Europa e il jihadismo islamista.

Déby, figlio di un allevatore ed ex ufficiale dell’esercito, è stato un fedele alleato della Francia. Con lui il Chad è stato un Paese stabile con un esercito forte al centro di una regione instabile su ogni fronte: la Libia a nord, sprofondata nel caos con la caduta di al-Gheddafi dal 2011 e ancora alla faticosa ricerca di una via d’uscita dalla guerra civile; ma c’è anche l’Algeria alla ricerca di una soluzione politica dalla caduta di Abdelaziz Bouteflika, rimasto al potere dal 1999 al 2019; la Repubblica Centrafricana a sud, ventre molle del continente (alla quale la Francia ha sospeso, a fine aprile, gli aiuti diretti al bilancio dello Stato), da anni investita da una sanguinosa guerra civile25; il Sudan a est, alle prese con una transizione democratica molto delicata dopo le proteste che hanno provocato la caduta di un regime tra i più longevi del continente, quello di Omar al-Bashir; il bacino del lago Chad, scosso dai jihadisti di Boko Haram e da un rapido disastro ambientale che ha comportato la perdita del 90% dei 25 mila kmq della sua superficie d’acqua storica26, Nigeria, Cameroun e il Sahel a ovest, con la cosiddetta zona “dei tre confini” fra Mali, Niger e Burkina Faso sotto il costante controllo dei jihadisti dal 2013.

In particolare, Déby ha messo l’esercito chadiano – uno di quelli più efficaci e meglio remunerati del continente africano27, ma altrettanto noto per i crimini di guerra e gli abusi sistematici nei confronti dei civili e la sua irrequietezza interna (per 30 anni Déby è sopravvissuto a tentativi di golpe, ammutinamenti, rivolte armate, rovesci anche drammatici, solo grazie alla fraterna presenza militare francese) – “al lavoro” in tanti conflitti africani28 e soprattutto a disposizione dell’alleato francese. Decine dei suoi soldati sono rimasti uccisi nelle missioni in Mali e Nigeria, come nella parte chadiana del Lago Chad contro Boko Haram (con una offensiva nel 2019-20, per vendicare il massacro di circa 90 militari chadiani). Il Chad partecipa alla Forza multinazionale congiunta (Mnjtf) con Niger, Nigeria, Benin e Cameroun in funzione anti Boko Haram e negli ultimi tempi, Déby aveva espresso dubbi riguardo all’intervento militare dei francesi e dei loro alleati nel nord del Sahel, preferendo concentrare le sue truppe d’élite a sud, intorno al lago Chad, per combattere Boko Haram. Per questo tra la popolazione sono circolate anche voci riguardo ad un possibile coinvolgimento nel suo assassinio dell’ex potenza coloniale, la Francia.

Subito dopo la sua morte le forze armate del Chad hanno, di fatto, annunciato un colpo di Stato dinastico, mettendo il 37 enne figlio del presidente, il generale Mahamat “Kaka” Idriss Déby Itno, alla guida di un Consiglio Militare Transitorio (CMT) che guiderà il Paese per 18 mesi, fino alle prossime elezioni. Secondo la costituzione, invece, il presidente dell’Assemblea nazionale avrebbe dovuto diventare presidente ad interim. Ma, il Consiglio ha sospeso la costituzione e sciolto parlamento e governo, come ha respinto le offerte di cessate il fuoco e di colloqui dei miliziani del FACT che ha definito “terroristi, forze del male e seguaci dell’oscurantismo“.

Mahamat é un ufficiale dell’esercito, addestrato in un’accademia francese, già a capo della guardia presidenziale con esperienza di guerra in Mali, dove ha svolto l’incarico di secondo in comando delle forze speciali impegnate nel conflitto in Azawad. Nel suo primo discorso pubblico, Mahamat ha rassicurato Parigi: nonostante “gli uccelli del malaugurio e i falsi profeti“, il Chad avrebbe rispettato i suoi impegni.

Così, Francia e USA hanno accolto il passaggio dei poteri con favore, senza battere ciglio. Hanno solo chiesto la creazione di un governo civile in un “periodo limitato“, senza un accenno a temi come democrazia, Stato di diritto e diritti umani29. L’Unione Africana ha deciso di non sanzionare la giunta militare (seppure questa abbia rifiutato di accogliere l’Alto Rappresentante incaricato dalla UA di sovrintendere alla transizione), mentre i miliziani del FACT, le organizzazioni della società civile e le forze politiche di opposizione hanno respinto il piano di transizione, affermando che: “Il Chad non è una monarchia. Non ci può essere una devoluzione dinastica del potere nel nostro Paese”.

Alla cerimonia funebre per Déby hanno partecipato i capi di Stato di tutta la regione del Sahel, così come il presidente francese, Emmanuel Macron, che ha promesso che la Francia non permetterà “a nessuno di mettere in discussione o minacciare la stabilità del Chad“. D’altra parte, al vertice dei Paesi del G5 Sahel di metà febbraio Macron aveva affermato che: “La tenuta del Chad è essenziale: se cedesse la diga chadiana, dopo la Libia, tutta la regione sarebbe sommersa dal terrorismo”.

L’esercito del Chad è il più attivo – con il dispiegamento di 1.200 soldati nel febbraio 2021 per integrare 5.100 soldati francesi nell’area – tra quelli dei cinque Paesi del Sahel nella lotta ai jihadisti al fianco della forza francese Barkhane, il cui quartier generale si trova nella capitale chadiana N’Djamena. L’aviazione francese è intervenuta contro i miliziani del FACT, a sostegno dell’esercito chadiano che avrebbe causato la morte di oltre 300 combattenti (e l’arresto di 550), mentre perdite importanti sarebbero state registrate anche tra le forze armate regolari.

Con la morte di Déby, non solo il Chad, ma l’intera regione potrebbe ulteriormente destabilizzarsi. È assai probabile che possa aprirsi una lotta per la successione a Déby all’interno del gruppo etnico Zaghawa del nord est chadiano30, tra la sua grande famiglia Itno e l’altra grande famiglia degli Hagar da sempre sua rivale e concorrente, molto ricca e con esponenti di alto livello culturale. Questa nuova lotta di potere tra le due famiglie potrebbe chiamare in causa l’etnia dei Goran, nel nord-ovest del Chad, e ancora quella dei Toubou contro i quali si era battuto a lungo Déby.

Il 27 aprile il popolo chadiano, spinto dalla coalizione di opposizione Wakit Tama, si è fatto sentire dai nuovi padroni del Paese con manifestazioni che hanno sfilato nella capitale N’Djamena e a Moundou, nel sud, e con bandiere francesi date alle fiamme. Estromesso dai giochi politici tra le etnie del nord (Zaghawa, Goran Toubou, etc.), il popolo del Chad ha manifestato la sua opposizione alla confisca del potere da parte di un Consiglio Militare di Transizione presieduto dal figlio di Déby. Come spesso accade in Africa, l’irruzione della società civile ha avuto un risvolto tragico, con cinque morti (nove secondo alcune fonti) durante le manifestazioni represse con proiettili veri.

L’Unione Africana ha ricordato la necessità di rispettare la costituzione e, a questo punto, Macron ha goffamente fatto marcia indietro. Parlando sulla scalinata dell’Eliseo al fianco del presidente della Repubblica Democratica del Congo Félix Tshisekedi, Macron ha condannato “con la più grande fermezza la repressione” dei manifestanti, e soprattutto ha dichiarato di non essere favorevole al “piano di successione”, prendendo le distanze in questo modo dal figlio di Déby e dalla sua “giunta”. Francia e Repubblica Democratica del Congo si sono pronunciate a favore di una “transizione pacifica, democratica e inclusiva” con la formazione di un esecutivo civile d’unità nazionale.

Le posizioni contraddittorie espresse da Macron nel giro di pochi giorni testimoniano tutto l’imbarazzo della Francia nella gestione di una crisi imprevista nell’ambito della complessa guerra del Sahel, in cui il Chad ricopre un ruolo militare cruciale. La morte di Déby ha indebolito inevitabilmente la strategia francese. Macron sa benissimo che non ci sarà alcuna vittoria militare in Sahel, così come non ce n’è stata una in Afghanistan dopo 20 anni di “guerra infinita” statunitense cui Trump e Biden hanno di recente deciso di porre fine in modo precipitoso.

La Francia non sembra avere una vera strategia di scorta, e considera troppo grandi i rischi di un ritiro all’americana. Trasferirsi fuori dal Mali o ritirarsi del tutto libererebbe la Francia da qualsiasi responsabilità diretta, ma probabilmente fornirebbe una via d’ingresso ai jihadisti e forse anche a Russia, Turchia, Cina, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti31. Che lo voglia o meno, per ora Macron resta il gendarme di un Sahel che, con la scomparsa di Déby, è diventato ancora più instabile.

Accanto al CMT, è prevista la costituzione di un Consiglio Nazionale di Transizione (CNT) di 93 membri “di tutte le classi sociali“, che dovrebbe essere responsabile del potere legislativo e dell’esame del progetto di una nuova Costituzione. È prevista anche la costituzione di un governo di transizione che avrebbe il compito di organizzare le prossime elezioni. Gli oppositori e la società civile hanno dubitano della sincerità dei militari. Dopo le manifestazioni, duramente represse, Mahamat Idriss Déby ha promesso un “governo di riconciliazione nazionale” e un dialogo nazionale inclusivo che “non eluderà alcun tema di interesse nazionale“. Ha ribadito l’obiettivo di “organizzare al più presto elezioni democratiche, libere e trasparenti” prima di concludere con un appello alla “sacra unione.

Come Primo Ministro, la scelta del CMT è caduta su Albert Pahimi Padacké, un uomo che ha servito a lungo Déby padre prima di opporsi e competere alle ultime elezioni presidenziali. Il suo governo, formato il 2 maggio, si apre al di là della precedente maggioranza, comprendente in particolare l’avversario Mahamat Ahmat Alhabo, il candidato presidenziale Lydie Beassemda e membri dell’UNDR di Saleh Kebzabo. Ma, finora, il CNT non è stato costituito, mentre un decreto prevede che la quasi totalità delle nomine venga fatta “previo parere del presidente del Consiglio Militare di Transizione“.

A metà giugno, a Jeune Afrique, Mahamat Idriss Déby ha assicurato: “Il nostro desiderio è di non andare oltre (i 18 mesi), ma ci sono due condizioni perché questa scadenza venga rispettata. La prima è che noi, chadiani, siamo in grado di arrivare a un’intesa per andare avanti al ritmo pianificato. La seconda è che i nostri partner [la Francia] ci aiutano a finanziare il dialogo e le elezioni, perché è ovvio che il Tesoro chadiano non sarà in grado di sostenere da solo tale costo. Se andiamo d’accordo e se veniamo aiutati, i 18 mesi sono alla nostra portata. Altrimenti sarà molto difficile”. Nella stessa intervista, Mahamat ha risposto all’altra domanda chave: se potrebbe essere un candidato alla fine della transizione. “I membri della CMT non si candideranno alle elezioni […] è un impegno che è stato preso davanti alla gente”, ha detto, non senza lasciare un piccolo dubbio. “Detto questo, come credente, penso che dobbiamo dare a Dio la sua giusta parte. Dio decide tutto, destino come potere”.

La morte improvvisa di Déby padre potrebbe finalmente essere un’opportunità di dialogo e cambiamento politico in Chad. L’influenza della Francia potrebbe aiutare se Parigi fosse disposta a trasformare il suo sostegno militare incondizionato in pressione politica. Invece, se la Francia rinnoverà con la nuova giunta lo stesso accordo avuto con Déby padre – soldati combattenti in cambio di sostegno politico, finanziario e militare – mancherà quel tanto atteso punto di svolta per cui il cambiamento democratico in Chad potrebbe effettivamente diventare una realtà.

Il Sahel è un’ecozona che segna la transizione tra il deserto del Sahara a nord e la savana a sud. Sebbene per molti il riferimento al Sahel evochi immagini di una regione arida e impoverita, è in termini ecologici ricca della diversità di flora e fauna del deserto e della savana che può supportare. Storicamente, era il luogo di scambi transregionali, fiorenti centri urbani, e regni e imperi leggendari – Ghana (300-1200), Mali (1230-1600), Songhay (1464-1591), e Segu (1640-861) – che sono prosperati molto prima del dominio coloniale francese (1895-1960) e degli attuali confini di Senegal, Mauritania, Mali, Niger, Nigeria e Chad. Prima dell’ascesa del commercio transatlantico, i preziosi prodotti della savana e delle zone forestali più umide dell’Africa venivano scambiati verso il Sahel, che produceva grano, carne e cuoio. Alcuni beni forestali, in particolare l’oro, erano scambiati attraverso il deserto del Sahara a nord. In cambio i commercianti arabi e berberi trasportavano beni di prestigio come stoffe, sale del Sahara e cavalli. Le principali città del Sahel (Timbuktu, Gao, Djenné, Agadez, etc.) erano i “porti” nel commercio transahariano, mentre i loro mercati, resi possibili dalla produzione eccedentaria di cereali delle terre aride, come miglio, sorgo e fonio, fornivano il luogo di convergenza per tutte queste merci variegate.Da tempo i governi italiani definiscono come “vitale interesse nazionale” la stabilità della regione euro-mediterranea che comprende 23 Stati con circa 450 milioni di abitanti. In particolare, l’interesse nazionale italiano è per forza di cose concentrato sul Mediterraneo o meglio sul “Mediterraneo allargato”, che include un’area che va dai Balcani al Corno d’Africa e al Sahel. Un’area geo-economico-politica che rappresenta il 30% del commercio mondiale di petrolio, il 20% del traffico marittimo (con 450 porti e terminali e il canale di Suez che è stato in parte raddoppiato di recente), un mercato di 500 milioni di consumatori (il 50% dei quali hanno meno di 25 anni), con un PIL che, nonostante i conflitti militari e l’instabilità politica, è cresciuto ad un tasso annuo del 4,4% negli ultimi 20 anni. Si spiega così la presenza militare in Libia, Niger, Somalia, Golfo di Guinea e Burkina Faso, così come l’apertura delle ambasciate in Niger (2017), Guinea (2018) e Burkina Faso (2018), aree considerate fondamentali per il controllo dei flussi migratorie per il contrasto al jihadismo. Ma, il “vitale interesse nazionale” tende ormai ad estendersi anche ad altre aree del pianeta, rendendo “necessario assumere responsabilità maggiori per risolvere le situazioni di crisi”. Dal 1993, dallo sbarco a Mogadiscio, militari italiani sono impegnati in alcuni dei posti più pericolosi del pianeta, in aree di guerra nel Mediterraneo, Sahel, Balcani, Medio Oriente, Afghanistan e Corno d’Africa. Sono 39 le diverse missioni, di cui 35 internazionali (ONU, OSCE, NATO, UE, etc.), in 24 Paesi in cui le forze militari italiane mobilitate comprendono circa 16 mila uomini (7200 nelle operazioni nazionali e oltre 8.600 in quelle internazionali) in cui sono state o sono direttamente impegnate anche in aree di guerra (Kosovo, Afghanistan, Libano, Golfo di Aden, Gibuti, Somalia, Iraq, Turchia, Libia, Lettonia, Golfo di Guinea) per un costo di oltre 1,2 miliardi all’anno. Sorveglianza aerea e pattugliamenti navali, addestramento delle forze armate e di polizia, sostegno al consolidamento delle strutture democratiche, sono i compiti di queste missioni.L’attuale, rinnovato interesse dell’Unione Europea verso il Sahel si fonda sulla percezione che l’instabilità di questa regione sia legata a quella della Libia, e che entrambe pongano serie minacce all’Europa stessa sotto il profilo della sicurezza, del terrorismo e dei traffici illegali, fra cui soprattutto quello degli esseri umani. Per questo il Sahel è stato riconosciuto dal 2019 come una priorità strategica dell’UE, comportando l’avvio di numerose iniziative di sostegno alle forze armate e di sicurezza locali, mediante iniziative di formazione, il potenziale utilizzo (anche per gli armamenti) di un fondo come la European Peace Facility e infine l’avvio di una task-force militare operativa come l’Operazione Takuba (pur non esplicitamente “targata”, operante sotto le insegne dell’UE), destinata ad essere attiva nel triangolo di frontiera fra Mali, Niger e Burkina, con la partecipazione volontaria di alcuni Paesi (fra cui anche l’Italia).Nel sistema del franco CFA le banche centrali africane sono state obbligate per decenni a depositare una parte consistente delle loro riserve in valuta estera nel Tesoro francese. Gli africani hanno perso sui loro depositi del Tesoro, non solo perché i bassi tassi di interesse e l’inflazione più alta significano che stanno perdendo in termini reali, ma perché avrebbero potuto usare questo denaro che costituisce metà delle loro riserve di valuta estera in modi molto più produttivi nel corso degli anni. Tali importi rappresentano il doppio dell’importo degli aiuti dalla Francia all’Africa subsahariana. La Francia essenzialmente restituisce ai Paesi africani una parte di questi depositi forzati come “aiuto“.Tre cose dovrebbero cambiare, ma solo per i paesi dell’Africa Occidentale coinvolti, non quelli dell’Africa Centrale: la prima è il nome della moneta (ora si chiama “eco”), la seconda è che i rappresentanti francesi non siederanno più negli organi della Banca Centrale degli Stati dell’Africa Occidentale, e il terzo è la rimozione dell’obbligo di depositare il 50% delle riserve valutarie nel Tesoro francese. Ma, il collegamento principale rimarrà. Questi Paesi dovranno comunque riferire quotidianamente alla Francia in virtù della “garanzia di convertibilità“, che è la promessa della Francia di prestare tanti euro quanti sono necessari alla Banca Centrale degli Stati dell’Africa Occidentale, una promessa che non mantiene.In Burkina Faso, Chad, Mali e Niger, tra la metà e i tre quarti dei bambini sono sposati e un’adolescente su due partorisce prima dei 18 anni. I bambini sono anche esposti al lavoro minorile, allo sfruttamento economico, al reclutamento e all’abuso di minori, alla violenza fisica e verbale e al disagio psicologico.Nel 2014 è riuscito con enormi difficoltà a rinegoziare con Areva (controllato per l’87% dallo Stato francese e uno dei maggiori colossi di energia atomica e della Francia, che dipende dal nucleare per ¾ della sua elettricità) un accordo che impone all’azienda il pagamento del 12% di royalties contro il 5,5% precedente e che dovrebbe portare nelle casse pubbliche circa 40 milioni di dollari all’anno.Dopo il 2016, l’economia del Niger ha sofferto anche per la crisi del lucroso traffico di migranti dell’Africa occidentale (l’ONU ha calcolato che attraverso il nord del Paese siano transitate 334 mila persone dirette verso Libia ed Algeria in quell’anno), messo fuori legge ad inizio 2016 (con la legge numero 36, in un momento in cui i gruppi jihadisti espandevano la loro presenza in tutta la regione del Sahel) a seguito delle pressioni dei Paesi europei che in cambio hanno promesso aiuti economici. Il fondo europeo di sviluppo ha stanziato 731 milioni di dollari per il ciclo 2014-2020 per il Niger, ai quali se ne sono aggiunti prima altri 108 milioni, poi altri 30 per l’assistenza ai profughi nella regione del Diffa. Il traffico di migranti è stato criminalizzato (si rischiano fino a 10 anni di prigione) ed è crollato dell’80% alla fine del 2017 (e a meno di 50 mila nel 2018), ma finora nuove vere opportunità alternative di lavoro per i trafficanti Tuareg e di sviluppo economico per il territorio non si sono materializzate (mentre sono arrivati i militari francesi, americani ed italiani). Migliaia di uomini (almeno 6.500) che da Zinder, Niamey e Agadez hanno trasportato, nutrito e ospitato le centinaia di migliaia di migranti che attraversavano il povero Paese dell’Africa occidentale verso la Libia o l’Algeria (che nel 2018 ha deportato in Niger oltre 25 mila migranti subsahariani irregolari) sono ora disoccupati e potrebbero facilmente essere sfruttati da uno dei maggiori gruppi jihadisti che operano nella regione. Lavoravano come “passeurs” alla luce del sole, ma ora alcuni di loro continuano a farlo in modo clandestino, prendendo strade tortuose nel deserto per evitare l’arresto e sono aumentati i casi di migranti abbandonati, depredati o che si perdono nel deserto (dall’ottobre 2016 l’OIM ne ha recuperati oltre 9 mila, ma migliaia sono morti). Inoltre, molti di loro si stanno dedicando al banditismo, contrabbando di automobili, armi da fuoco e droghe (oppiacei come il Tramadol dalla Nigeria).I Peuhl/Fulani e il loro bestiame generalmente hanno sempre occupato uno spazio intermedio a sud dei pastori di cammelli Tuareg che abitavano nel deserto, ma a nord degli agricoltori sedentari. Si sono spostati gradualmente verso est dal Futa Toro e Futa Jalon nel corso di molti secoli. Le relazioni tra pastori Peuhl/Fulani e le popolazioni degli agricoltori sedentari dipendevano da accordi di cooperazione che garantivano l’accesso ai pozzi dell’acqua e al foraggio. Gli agricoltori sedentari affidavano parte del proprio bestiame a questi pastori che migravano a nord con le loro mandrie durante la stagione delle piogge. I pastori ottenevano l’accesso stagionale al foraggio e ai cereali dopo il raccolto, facendo pascolare le loro mandrie sulle terre degli agricoltori sedentari, mentre in cambio gli agricoltori avevano accesso a letame, latte e carne. Oggi, nel Sahel l’agricoltura impiega la maggioranza della forza lavoro, contribuisce fino al 45% al PIL in alcuni Paesi e svolge anche un ruolo centrale nella sicurezza alimentare. Eppure rimane molto sottosviluppata ed è caratterizzata da una dipendenza quasi totale dai tre o quattro mesi di pioggia all’anno, nonché da un basso uso di input esterni come semi e fertilizzanti, dall’assenza di meccanizzazione e da scarsi collegamenti con i mercati.Tra gli anni ’80 e i primi anni ’90, in Algeria furono introdotte politiche di liberalizzazione e privatizzazione, tra cui le riforme condizionali all’aiuto del FMI, che portarono ad una grave crisi socio-economica. Tra il 1988 e i primi anni ’90, la repressione spietata ha gettato la popolazione nelle braccia degli islamisti e il Paese ha vissuto una guerra civile che ha fatto oltre 200 mila morti. La guerra civile è scoppiata dopo che l’esercito aveva annullato un’elezione che gli islamisti avrebbero vinto nel 1991.La presenza dei gruppi di Al-Qaeda nel Maghreb Islamico (Aquim) e del gruppo Ansar Dine fondato dal maliano di etnia Tuareg Iyad ag Ghali, sostenuti dagli indipendentisti Tuareg e insediati principalmente nel nord del Mali, si è rapidamente estesa in tutta la parte centrale e occidentale del Sahel. Le forze jihadiste si sono rese responsabili negli anni 2000 del rapimento e dell’uccisione di turisti stranieri, diplomatici e soldati algerini e maliani, di un attentato all’ambasciata israeliana di Nouakchott, capitale mauritana, nel 2008 e di un altro a quella francese nella stessa città nel 2009. Nel luglio 2010, le forze armate del Mali, con l’appoggio di truppe francesi, avviarono un’operazione militare contro le forze dei ribelli, replicata poi nel giugno 2011. Il 12 ottobre 2012, con l’aggravamento della crisi nell’area e a seguito della richiesta di aiuto inviata dal neonato governo di unità nazionale guidato da Modibo Diarra, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha adottato la risoluzione 2071 che ha disposto un intervento armato a guida della Unione Africana con l’apporto delle forze NATO e dei Paesi occidentali. L’11 gennaio 2013 il presidente francese François Hollande, a seguito di una nuova richiesta di intervento urgente da parte del governo maliano guidato da Dioncounda Traoré, predispose un nuovo invio di truppe francesi con l’Operazione Serval.La missione Minusma è una missione di stabilizzazione decisa dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite nell’aprile 2013 su pressione della Francia. Ha il compito di proteggere i principali centri abitati, fungendo da cuscinetto contro il ritorno dei gruppi armati, ripristinando una presenza statale, soprattutto nel nord del Mali, e aiutare le forze maliane a ricostruire uno stato di sicurezza. Ha un costo annuale che supera il miliardo di dollari e ha registrato circa 230 vittime dal 2013, rendendola la più mortale delle di missioni dell’ONU. A fine giugno 15 soldati di una pattuglia dell’esercito tedesco che fanno parte dell’unità di Minusma in Mali sono rimasti feriti da un’autobomba guidata da un attentatore suicida che è stata fatta esplodere al loro passaggio in una località a 155 km a nord di Gao, dove i soldati della Bundeswehr sono di stanza a Camp Castor. La Germania contribuisce con 1.100 soldati sia nella missione militare dell’ONU sia nell’Operazione Takuba. Il 26 luglio, il Segretario generale dell’ONU Antonio Guterres ha chiesto al Consiglio di Sicurezza di autorizzare truppe aggiuntive per la missione di mantenimento della pace in Mali in risposta alla crescente violenza dei militanti islamisti. L’aumento proposto di 2.069 soldati e agenti di polizia porterebbe la dimensione autorizzata della missione Minusma a 17.278 militari, il numero più grande da quando è stata istituita nel 2013.L’operazione Takuba risponde alla necessità di Parigi di condividere le incombenze legate alla presenza politico-militare in Africa settentrionale e centrale con gli alleati europei. Un obiettivo caro a Macron che già durante il discorso alla Sorbona del 2017 aveva fatto riferimento alla necessità di una strategia europea comune che fosse in grado di europeizzare non solo la politica estera, ma anche la difesa e quindi le missioni internazionali. In tal senso Takuba è un esempio di come Parigi concepisca il quadro europeo: funzionale alla sua ridotta capacità di esercitare lo status di media–potenza in modo autonomo. L’obiettivo francese è quello di condividere gli oneri senza cedere ad un’altra autorità (l’Unione Europea) le prerogative in materia di difesa.La Somalia è uno Stato fallito, sebbene il FMI abbia di recente cancellato 5 miliardi di dollari del suo debito, reintegrandolo nell’economia globale. Dalla caduta del regime socialista di Mohamed Siad Barre il 26 gennaio del 1991. I signori della guerra e le milizie hanno lottato per il potere, le istituzioni statali e i servizi di base si sono sbriciolati, l’economia formale ha cessato di funzionare e la Somalia meridionale si è disintegrata in feudi governati dai signori della guerra rivali e dalle loro milizie. La carestia indotta dalla guerra, aggravata dalla siccità, ha minacciato (e minaccia) la vita di gran parte della popolazione. Nel 1992, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha autorizzato l’istituzione di una task force militare multinazionale guidata dagli USA per garantire la consegna di aiuti umanitari. L’anno seguente, un’altra missione dell’ONU, anch’essa guidata dagli USA, permise al personale militare di disarmare e arrestare forzatamente i signori della guerra e i membri delle milizie. Ma, l’invischiamento degli USA nella guerra civile ha generato un’enorme ostilità da parte della popolazione civile. Quando le forze speciali americane hanno tentato di catturare i principali leader delle milizie nell’ottobre 1993 e le milizie hanno abbattuto due elicotteri Blackhawk, folle arrabbiate hanno attaccato i soldati sopravvissuti e i loro soccorritori. Diciotto soldati americani e circa un migliaio di uomini, donne e bambini sono stati uccisi. Gli USA e l’ONU si sono ritirati in fretta dalla Somalia e la guerra civile si è intensificata. I gruppi islamisti hanno ottenuto un ampio consenso popolare fornendo servizi sociali e tribunali essenziali che hanno fatto rispettare la legge e l’ordine. Gli USA, che consideravano tutti gli islamisti una minaccia, hanno lavorato con i signori della guerra somali e la vicina Etiopia per estrometterli. Il risultato è stato un contraccolpo anti-straniero e la trasformazione di al-Shabaab, originariamente una milizia giovanile che difendeva i tribunali islamici, in una violenta organizzazione jihadista che ha ottenuto rapidamente il sostegno di al-Qaeda e preso il controllo di vaste aree della Somalia centrale e meridionale nel 2007. ONU e Unione Africana sono intervenuti, ma al-Shabaab ha esteso la sua attività ai Paesi vicini. Tra il 2002 e il 2018, il governo degli Stati Uniti ha fornito training ed equipaggiamento militare per 290 milioni di dollari all’esercito ugandese (una cifra importante per un esercito il cui budget totale era di 317 milioni di dollari nel 2016). L’Uganda, governato da Yoweri Museweni dal 1986, è visto dagli USA come un partner chiave nella battaglia contro al-Shabaab, in quanto contribuisce con oltre 6 mila soldati – il più grande contingente – alla Missione dell’Unione Africana in Somalia. Oggi, il governo somalo è debole, con uno scarso supporto interno, mentre al-Shabaab continua a creare scompiglio nel Paese (con autobombe, uccisioni e rapimenti) e nell’intera regione. Centinaia di migliaia di persone sono fuggite a Mogadiscio dalle aree rurali, mentre parte del Paese è stata trasformata in una sorta di poligono di tiro per droni, missili e forze speciali americane (circa 700) ed africane che dovrebbero contrastare ribelli jihadisti di al Shabaab, ma hanno ucciso anche migliaia di civili innocenti. Emirati Arabi Uniti e Turchia competono per influenzare il futuro del Paese attraverso aiuti finanziari e progetti economici e militari. Nel 2017, la Turchia ha aperto la sua più grande base militare all’estero a Mogadiscio per “marcare” stretto gli EAU che avevano aperto basi militari a Gibuti e Berbera (Somaliland).Nel nord del Mozambico, a partire dall’ottobre 2017 gli attacchi della locale al-Shabab (affiliata alla Provincia dell’Africa Centrale dello Stato Islamico – Iscap, ma apparentemente con rapporti tenui con l’ISIS in Medio Oriente) contro i villaggi e la città di Palma (50 mila abitanti) e i massacri commessi dalle forze governative e dai mercenari russi (Wagner Group) e sudafricani (Dyck Advisory Group) ingaggiati da Stato mozambicano e aziende nazionali e multinazionali hanno messo in fuga 670 mila persone e causato oltre 2.600 morti nel 2020-21. Nella provincia di Cabo Delgado, dal 2010 sono stati decisi investimenti per oltre 60 miliardi di dollari per l’estrazione e liquificazione del gas da parte delle maggiori mulinazionali petrolifere (in particolare dalla Total con 20 miliardi di investimenti, ma anche Exxon-Mobil e le italiane ENI, Saipem e Bonatti) che rivoluzionerebbero l’economia del Mozambico (che vale 15 miliardi di dollari) e lo renderebbe il secondo Paese al mondo esportatore di gas dopo il Qatar. In questo territorio, da sempre negletto da Maputo, ci sono anche giacimenti di rubini e minerali ed una base del traffico di eroina e di avorio, ma la popolazione locale non trae alcun beneficio da tutte queste risorse ed è attraversata da conflitti etnici, tra Mwani, Macua e Maconde. Il territorio della provincia rimane in una condizione di marginalizzazione socio-economica, con le comunità locali escluse dal godimento dei benefici economici derivanti dallo sfruttamento delle risorse naturali del territorio. Una ricchezza, quella del sottosuolo, che alla popolazione ha portato solo miseria, sfollamenti e violenze. Negli ultimi dieci anni, infatti, il governo mozambicano ha rimosso con la forza intere comunità da terreni di proprietà statale, che ha poi dato in concessione a società private per la ricerca di rubini, pietre preziose e gas naturale. Nella totale assenza di servizi e sostegno alle persone da parte del governo centrale, quindi, le persone hanno perso la terra su cui facevano affidamento per avere cibo, riparo e un reddito. I giovani locali non trovano lavoro, mentre politici mozambicani e imprese del gas pensano ad accumulare denaro e USA e Portogallo considerano “strategica” la sfida (insieme allo Yemen e alla Somalia, quest’area destabilizza la costa occidentale dell’Oceano Indiano) e hanno mandato contingenti militari per combattere gli islamisti, contribuendo ulteriormente a militarizzare il conflitto.I militanti legati all’ISIS nella Repubblica Democratica del Congo hanno commesso una serie di sanguinosi massacri ai confini nell’est del Paese senza un evidente obiettivo strategico. A metà giugno almeno 50 abitanti di un villaggio sono stati uccisi in due attacchi attribuiti alle Forze democratiche alleate (ADF).Nel marzo 2020, l’amministrazione Trump aveva nominato J. Peter Pham, un esperto di Africa, inviato speciale per la regione del Sahel. Pham se n’è andato, ma deve ancora essere sostituito con un nuovo inviato dalla nuova amministrazione. Biden non ha fatto alcuna importante mossa politica sull’Africa Occidentale da quando ha preso il controllo, Per ora, non si preannuncia un netto cambiamento di policy dall’era di Trump. L’America rimane allarmata dall’aumento del terrorismo nell’Africa Occidentale e sta continuando a concentrare gli sforzi contro il terrorismo ereditati dal precedente amministrazione.È bene ricordare che Habré ha ordinato l’uccisione di oltre 40 mila chadiani, crimini contro l’umanità per i quali è stato condannato all’ergastolo nel 2016 in Senegal.Yaya Dillo Djérou, cugino di Déby, ex funzionario del governo del Chad e leader di un gruppo di opposizione che ha cercato di concorrere contro Déby alle elezioni di aprile, ha affermato che le forze di sicurezza di Déby hanno ucciso cinque membri della sua famiglia, inclusa sua madre, quando hanno cercato di arrestarlo prima delle elezioni, utilizzando anche dei carriarmati.Secondo alcune ricostruzioni, Déby non sarebbe morto durante i combattimenti, ma durante o immediatamente dopo un incontro con i miliziani del FACT, nel corso del quale sarebbero morti anche diversi generali dell’esercito regolare. Un’altra versione è che Déby sarebbe stato ferito durante un alterco con uno scontento generale Zaghawa, che è stato ucciso. Questa versione tende ad avvalorare la tesi che vi fosse un forte dissenso all’interno dell’esercito, con molti alti ufficiali che non volevano combattere contro i miliziani del FACT, molti dei quali ex ufficiali dell’esercito regolare e appartenenti allo stesso gruppo etnico.Secondo il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti, Déby ha ricevuto personalmente enormi tangenti da investitori stranieri, tra cui 2 milioni di dollari da una società energetica di proprietà cinese.Dei suoi molti figli conosciuti, Déby ne fece cinque generali dell’esercito e ne elevò altri sei al grado di colonnello dell’esercito. Ne nominò altri nove per gli incarichi istituzionali più sensibili e redditizi del Chad, incluso il capo dell’intelligence, e nominò suo fratello maggiore, Daoussa Déby Itno, ministro delle Poste; il più giovane dei suoi fratelli maschi, Saleh, era il capo della dogana del Chad. Suo nipote, Ahmat Youssouf Itno, ricopriva il ruolo di capo dell’intelligence militare. La first lady, Hinda Acyl, che era una delle sue otto mogli conosciute, era la sua segretaria privata, ruolo che il suo defunto figlio Brahim Déby aveva ricoperto prima di lei. Anche i nove fratelli e sorelle di Hinda hanno avuto ruoli influenti in Chad, tra cui Khoudar Mahamat Acyl come ministro dell’Aviazione, Ahmat Khazali Acyl come ministro dell’Istruzione e Mahamat zène Hissein Bourma come segretario capo.Le montagne del Tibesti, vicino alla frontiera libica, sono state spesso teatro di scontri tra ribelli ed esercito. Gli attacchi aerei francesi sono stati necessari per fermare un’incursione lì nel febbraio del 2019 dei ribelli dell’Union des Forces de la Résistance (UFR) verso la capitale. Nel febbraio 2008, un assalto dei ribelli aveva raggiunto le porte del palazzo presidenziale prima di essere respinto con il sostegno francese. Ogni volta che i chadiani sono insorti e hanno tentato di liberarsi di Déby – come fecero nel 2004, 2005, 2006, 2008, 2019 – la Francia, che lo considerava uno dei suoi più fedeli alleati, interveniva spesso inviando aerei da guerra. L’esercito francese era intervenuto in Chad anche nel 1968 per aiutare il presidente chadiano François Tombalbaye a riportare l’ordine nel Tibesti contro i ribelli del Frolinat.In passato, Mahdi Ali Mahamat aveva preso parte a due fallite ribellioni contro il presidente Déby, compresa la guerra civile combattuta tra il 2005 e il 2010, servendo però anche nel governo nel periodo di intermezzo con la carica di ispettore generale del Ministero delle Infrastrutture.La Repubblica Centrafricana ha firmato un accordo con il governo russo che prevede, in cambio di grandi concessioni minerarie, l’addestramento delle forze di sicurezza locali e la protezione del presidente Faustin-Archange Touadéra. Nel Paese sono presenti circa 2 mila soldati di ventura della russa Wagner Group impegnati a combattere ribelli e oppositori del regime. L’ONU sostiene che gli uomini della Wagner Group hanno commesso gravi crimini: esecuzioni sommarie di massa, stupri, torture durante gli interrogatori, attacchi contro le organizzazioni umanitarie, spostamenti forzati di popolazioni.Sia l’agricoltura sia la pastorizia sono corresponsabili del disastro ecologico: la prima per il prelievo smodato di acqua ad uso agricolo, la seconda per il pascolamento eccessivo nelle terre circostanti che le ha spogliate del manto vegetale, riducendo così la capacità del suolo di trattenere le precipitazioni, peraltro in diminuzione a causa del riscaldamento climatico. La crisi del lago Chad, nel cui bacino circa 11 milioni di persone vivono in uno stato di perenne emergenza umanitaria e necessitano aiuto, ha reso sempre più frequenti i conflitti comunitari tra allevatori nomadi (musulmani) e agricoltori stanziali (cristiani) che lottano per accaparrarsi acqua e suolo fertile. Lo scorso febbraio scontri particolarmente violenti tra le due parti hanno provocato dozzine di vittime nella provincia chadiana di Salamat.Secondo l’International Crisis Group, tra il 30 e il 40% del bilancio annuale del Paese viene destinato alle spese militari, nonostante il Chad sia uno dei Paesi più poveri del continente con il 42% della popolazione che vive con meno di due dollari al giorno secondo la Banca Mondiale e dove ci sono solo poche centinaia di medici qualificati, mentre il 70% dei chadiani non sa leggere né scrivere.Nella seconda “guerra mondiale africana” del Congo era con Kabila padre contro Rwanda e Uganda; nella vicina Repubblica Centrafricana ha spinto nel 2003 il golpe del generale François Bozizé, a cui dieci anni dopo ha girato le spalle, mentre i ribelli Seleka e mercenari chadiani si prendevano Bangui.D’altra parte, il presidente francese Macron, in occasione della visita di Stato di al-Sisi a Parigi (7 dicembre 2020), durante la quale al dittatore egiziano ha conferito la Grand Croix della Legion d’Onore, ha detto che la vendita di armi all’Egitto non sarà condizionata dal rispetto dei diritti umani, perché non vuole indebolire la capacità del Cairo di contrastare il terrorismo nelle regioni mediorientale ed africana (Sahel). “È più efficace avere una politica di dialogo esigente che un boicottaggio che ridurrebbe solo l’efficacia di uno dei nostri partner nella lotta al terrorismo“, ha aggiunto. D’altra parte, tra il 2013 e il 2017, la Francia è stata il principale fornitore di armi in Egitto e vuole tenere aperto questo lucroso mercato. L’Egitto di al-Sisi ha messo in piedi un costoso programma di armamento. Armi per oltre 10 miliardi di euro dall’Italia (navi, aerei, elicotteri e altri dispositivi), per 10 miliardi dalla Russia (tra cui 20 caccia Sukhoi 35), per 8 miliardi dalla Francia (navi e aerei), per 2,5 miliardi dagli USA, per 4,5 miliardi dalla Germania (fregate e altre navi). A queste forniture si aggiungono poi gli acquisti di armamenti vari da Cina e Bielorussia. Il Paese, da anni in enormi difficoltà finanziarie, potrà pagare questi enormi costi soltanto grazie al sostegno finanziario di Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti, i quali rafforzano di fatto l’Egitto come loro guardiano militare della regione.Il gruppo etnico Zaghawa rappresenta solo il 3-4% della popolazione chadiana, ma è molto presente nel vicino Sudan. Non a caso, nel 1990 Déby aveva guidato il colpo di Stato contro Habré (membro dell’etnia Goran) alla testa di una colonna di veicoli armati proveniente dal Darfur, regione del vicino Sudan.In questi ultimi decenni, i finanziamenti degli Stati del Golfo sono prevalentemente stati diretti a promuovere un’ideologia salafita e la lingua araba nelle madrase che educano fino a un quarto dei bambini in età scolare in Mali, Niger e Chad.

L’articolo Il Sahel sarà l’Afghanistan dell’Europa? – Parte prima proviene da Transform! Italia.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Compila questo campo
Compila questo campo
Inserisci un indirizzo email valido.
Devi accettare i termini per procedere

Menu