Il Sahel sarà l’Afghanistan dell’Europa? – Parte Seconda

Su pressione della Francia, diversi Paesi europei (compresa l’Italia) hanno deciso di inviare soldati delle forze speciali in Sahel nell’ambito dell’Operazione Takuba per combattere una sempre più vasta insurrezione jihadista, stabilizzare sempre più deboli e corrotti governi, e bloccare il movimento verso nord degli africani che cercano di raggiungere la “fortezza Europa”. Ma, negli ultimi 10 anni, l’enfasi sulla sicurezza e militarizzazione del territorio non ha raggiunto gli obiettivi di stabilizzazione auspicati dai governi europei, mentre ha avuto conseguenze catastrofiche per le vite di milioni di saheliani. Per leggere la prima parte dell’articolo clicca qui.

Il “golpe nel golpe” in Mali, un Paese dove in due terzi del territorio lo Stato non c’è

Dopo l’uccisione del fidato alleato Déby, risolta con un golpe dinastico in Chad, un secondo colpo alla strategia francese di stabilizzazione del Sahel è arrivato il 24 maggio, quando ufficiali militari hanno arrestato e portato nella base militare di Kati, fuori dalla capitale, Bamako, il presidente Bah Ndaw (un ex militare in pensione), il primo ministro Moctar Ouane, e il ministro della Difesa, Souleymane Doucoure, dopo un rimpasto di governo all’inizio della giornata in cui erano stati rimossi due ministri nominati dall’esercito con l’intenzione di riequilibrare i poteri militari e civili all’interno del governo transitorio. Le tensioni tra i funzionari civili del governo e l’esercito erano state costanti da quando un colpo di Stato dei militari il 18 agosto 2020 aveva rovesciato l’allora presidente, Ibrahim Boubacar Keita (detto IBK). Anche IBK venne portato a Kati e poi costretto a dimettersi dopo le proteste anti governative di massa che erano esplose a partire dalla primavera del 2020 per le accuse di corruzione e nepotismo a lui e al suo clan1. Ndaw e Ouane erano stati incaricati di supervisionare una transizione di 18 mesi verso il governo civile e hanno dato le loro dimissioni quando erano ancora sotto arresto, per poi essere liberati. Si è trattato di “un colpo di Stato nel colpo di Stato”.

Le organizzazioni della società civile avevano avvertito che il governo di transizione dovesse essere in grado di agire in modo indipendente dai militari, prima delle elezioni amministrative e presidenziali del 27 febbraio 2022. Nel rimpasto i militari avevano mantenuto i portafogli strategici che controllavano durante la precedente amministrazione, ma due golpisti – l’ex ministro della Difesa Sadio Camara e l’ex ministro della sicurezza colonnello Modibo Kone – erano stati sostituiti.

I leader dell’Unione Europea, l’Unione Africana e gli Stati Uniti hanno prontamente condannato il “rapimento” della leadership civile del Mali, hanno avvertito di potenziali sanzioni contro i responsabili e hanno respinto “qualsiasi atto imposto dalla coercizione, comprese le dimissioni forzate“.”Quello che è successo è stato grave e siamo pronti a prendere in considerazione le misure necessarie“, ha detto il presidente del Consiglio Europeo, Charles Michel, dopo il vertice dei 27 leader dell’UE. Il blocco era “pronto a prendere in considerazione misure mirate contro i leader politici e militari che ostacolano la transizione maliana“, ha aggiunto una nota.

Reazioni ben diverse da quelle espresse in occasione del colpo di Stato del figlio di Déby e dei suoi generali in Chad in aprile. Secondo alcuni osservatori, UE, UA e USA erano soprattutto preoccupati del possibile posizionamento internazionale della giunta dei colonnelli. Nelle manifestazioni dei sostenitori della giunta, oltre alle fotografie con le immagini degli autori del colpo di Stato dell’agosto 2020, sono comparse bandiere della Russia e si sono sentiti slogan contro la Francia e pro-Russia, con un centinaio di persone davanti all’ambasciata russa che hanno invocato l’intervento di Mosca e la cacciata dei militari francesi2

In ogni caso, pochi giorni dopo la Corte Costituzionale del Mali ha dichiarato nuovo presidente ad interim Assimi Goita, il 38enne colonnello ed ex-capo delle forze speciali anti-terrorismo che ha guidato un colpo di Stato militare mentre era vicepresidente ad interim. La sentenza ha messo il Mali in rotta di collisione con la Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale (ECOWAS), composta da 15 Stati membri, che ha insistito affinché la transizione restasse a guida civile. Dopo aver concordato a ottobre di revocare le sanzioni imposte dopo il colpo di Stato contro Keita, l’ECOWAS aveva sostenuto in una dichiarazione che il vicepresidente della transizione “non può in nessun caso sostituire il presidente“. ECOWAS e Unione Africana hanno deciso di sospendere temporaneamente il Mali, minacciando di imporre sanzioni se un governo a guida civile non fosse stato ripristinato.

Gli Stati Uniti hanno annunciato la sospensione della loro assistenza alle forze maliane. Anche Parigi è passata dalla minaccia all’azione e ha deciso di sospendere “a titolo precauzionale e temporaneamente” la sua cooperazione militare bilaterale con il Mali. Una decisione che porta alla cessazione delle attività di addestramento svolte dai francesi con i militari e le forze di sicurezza maliane, ma anche ad uno stop sine die delle operazioni congiunte di contro-terrorismo effettuate dai soldati della forza francese Barkhane con le Forze armate del Mali. Infine, anche la Banca Mondiale – la cui International Development Association (IDA) sta attualmente finanziando progetti per 1,5 miliardi di dollari – ha deciso di sospendere temporaneamente i pagamenti alle operazioni in Mali.

Goita ha nominato nuovo primo ministro ad interim Choguel Kokalla Maïga, ex ministro del governo e presidente del comitato strategico del Mouvement du 5 juin-Rassemblement des forces patriotiques (M5-RFP), il movimento cittadino che nel 2020 ha contribuito alla cacciata dell’ex presidente IBK. Nel nuovo governo ad interim, i militari della Giunta occupano i posti-chiave. Il Colonnello Sadio Camara, uno dei principali autori del colpo di Stato dell’agosto 2020, ritrova il Ministero della Difesa, il compagno Modibo Koné quello della Sicurezza e Ismael Wagué, altro golpista, ottiene il dicastero della Riconciliazione Nazionale3.

Il colpo di mano dei colonnelli era stato preceduto dalle proteste della società civile maliana e dei sindacati contro la nomina di alcuni ufficiali militari alla testa dei centri del potere politico ed economico di Bamako, come la presidenza dell’Ospedale Gabriel Touré, principale ospedale pubblico della capitale. Una sollevazione sindacale organizzata dall’Union National de Travailleurs du Mali (UNTM) ha portato, due settimane prima del golpe, a uno sciopero generale contro il Consiglio Nazionale di Transizione allora guidato dal presidente Ndaw, fortemente criticato anche per il mancato pagamento degli stipendi arretrati agli amministratori pubblici.

Il “golpe nel golpe” ha reso evidente la profondità della crisi politica che attraversa il Paese da dopo un decennio di interventi militari volti alla “stabilizzazione”. Paradossalmente, sul piano politico il Mali era invece riuscito per circa un ventennio, dall’inizio degli anni ‘90 fino a quasi tutta la prima decade del 2000, ad accreditarsi come il principale protagonista delle cosiddette “transizioni democratiche” che, nel nuovo clima della fine della Guerra Fredda e dietro l’impulso di Mitterrand, avevano coinvolto (a eccezione del Chad) diversi Paesi della regione, sia pure con tempi sfasati e difficoltà di percorso.

Il regolare svolgimento di elezioni politiche non è stato privo di effetti positivi nel Paese, riuscendo quantomeno a radicare nella popolazione un certo attaccamento alle forme e alle prerogative dell’Assemblea Nazionale. Né la classe politica, né la società civile sono però riuscite ad estendere la partecipazione democratica oltre i confini della capitale Bamako, dove peraltro la guerra non mai arrivata, e delle provincie meridionali, dove peraltro si concentra il 90% della popolazione del Paese, restando sostanzialmente insensibili alle domande, d’inclusione politica ma soprattutto di servizi e sviluppo, delle popolazioni delle regioni centrali e settentrionali, diverse etnicamente e già percorse da pulsioni separatiste. Questo profondo divario interno, ancor più politico e sociale che etnico, era stato una delle cause principali della progressiva perdita di controllo, già durante il 2011, di ampie porzioni del Paese, poi culminato l’anno successivo con la sollevazione indipendentistica da parte di movimenti Tuareg, già in parte contaminati dall’ideologia islamista.

Il Mali è un Paese largamente desertico grande due volte la Francia, dove oggi gruppi e milizie jihadiste (le katiba o cellule combattenti) controllano di fatto più di due terzi del territorio. La guerra, confinata alla parte settentrionale del Paese tra il 2012 e il 2015, si è poi estesa al centro e ora sta lentamente spostando verso sud. Lascia dietro di sé giovani senza prospettive future e agricoltori stanziali ed allevatori nomadi spesso privati dell’accesso ai loro campi da parte di gruppi armati. Il ritorno della pace e della sicurezza, l’occupazione giovanile e i buoni raccolti sono le priorità dei maliani, ma da anni rimangono un miraggio e sono destinate a rimanere tali data la gravità del conflitto in corso e dell’approccio militare applicato per cercare di risolverlo.

Migliaia di pastori Peuhl/Fulani e di agricoltori Dogon con le loro famiglie hanno allestito campi di baracche autocostruite come quello in una discarica nella capitale, Bamako, dopo essere fuggiti dai loro territori del Mali centrale per evitare le violenze prodotte dalla lotta tra le forze militari del governo del Mali e un movimento islamista in espansione che si sta penetrando dal nord del Paese dal 2015.

I militanti islamisti si sono stabiliti per la prima volta nelle aree rurali della regione settentrionali più di 10 anni fa e hanno iniziato a lanciare attacchi sporadici contro stazioni di polizia, funzionari eletti e leader religiosi che si sono espressi contro di loro dal 2012. Sono via via cresciuti in audacia e violenza, causando gravi perdite tra le forze di sicurezza maliane. I civili che vivevano nelle aree sotto il loro controllo si sono trovati improvvisamente soggetti a nuove leggi non ufficiali, imposte dai jihadisti.

Amadou Koufa, un predicatore radicale Peuhl, è stato il fondatore e leader del Fronte di Liberazione del Macina. Questo movimento ha giurato fedeltà ad al-Qaeda ed è diventato una componente importante del “franchising” locale del cartello jihadista, Jama’a Nusrat ul-Islam wa al-Muslimin (JNIM), l’Organizzazione di al-Qaeda nel Maghreb Islamico, mentre l’equivalente di ISIS è lo Stato Islamico nel Grande Sahara o ISGS che ha il suo centro operativo tra le comunità che vivono in Niger occidentale, nella regione di Tillabéri4, ma il suo raggio d’azione comprende i tre Paesi saheliani. I combattenti di entrambe le coalizioni hanno fama di essere spietati: oltre ad attaccare le forze armate, saccheggiano, violentano e minacciano i civili affinché collaborino.

Koufa è l’organizzatore di decine di attacchi alle forze armate maliane. Ha preso parte all’assalto alla città di Konna nel 2013, quando la spinta dei militanti islamisti verso il sud del Mali, su richiesta del governo di Bamako, ha portato i francesi ad intervenire sul terreno per combattere l’insurrezione con l’Operazione Serval.

Koufa, che è nella lista delle persone sotto sanzioni delle Nazioni Unite per i suoi legami con al-Qaeda, è uno dei leader del JNIM e ha invocato una “jihad dei Peuhl”. Ha reclutato e recluta giovani pastori Peuhl/Fulani sfruttando i sentimenti di esclusione e la mancanza di opportunità economiche nella regione. L’organizzazione di Koufa si finanzia attraverso le razzie, il traffico di armi e di droga, con i riscatti e le tasse che impone laddove controlla il territorio. E’ quindi in grado di pagare un salario alle sue giovani reclute in uno dei Paesi più poveri al mondo. Così, gli abitanti dei villaggi del Mali centrale, vicino al confine con il Burkina Faso, hanno visto i loro giovani – soprattutto quelli appartenenti a famiglie Peuhl/Fulani impoverite, con pochi o senza capi di bestiame, la cui unica prospettiva era di fare il mandriano per conto terzi o emigrare – trasformarsi in combattenti sotto la sua influenza. Pensavano e pensano che unirsi ai jihadisti possa essere un’opportunità per un riscatto, per ottenere del denaro, per battersi contro le autorità o a volte contro un vicino con cui sono in disaccordo.

Da questo punto di vista, il jihadismo è un movimento che promuove il capovolgimento sociale dell’ordine costituito in Mali: molti tra coloro che si sono uniti ai gruppi armati sono giovani che provengono dalle classi inferiori della società – noti come “prigionieri” o “schiavi” – che servono le caste superiori. Molte posizioni di autorità, come i capi villaggio e gli imam, erano ereditarie, ma ora quelli che hanno il potere sono quelli che hanno le armi.

Le persone che vivono nei territori sotto il controllo dei jihadisti sono realistiche sul fatto che lo Stato non riprenderà presto il controllo e, quindi, si rivolgono a coloro – gli uomini armati – che ritengono siano in grado di dare loro una qualche forma di protezione e stabilità, anche se questi nuovi governanti chiudono le scuole pubbliche, vietano la musica, impongono un rigido codice di abbigliamento, le leggi islamiche e le proprie tasse. Se si obbedisce alle loro regole, non si hanno problemi, si può continuare a vivere in pace. I jihadisti riscuotono anche la zakat, una tassa (islamica) sulle proprietà, in denaro o bestiame, anche se a volte l’imposizione di questo prelievo provoca delle rivolte.

La reazione del governo alla penetrazione jihadista da nord verso sud, è stata essenzialmente di tipo militare. Il Mali afferma di avere una forza militare di 16 mila uomini, ma probabilmente meno di 10 mila sono quelli operativi. Poi, ci sono i soldati delle missioni/operazioni internazionali: 15 mila caschi blu all’interno della missione ONU Minusma, 5.100 soldati francesi all’interno della forza Barkhane e 5 mila uomini della Joint Force del G5 Sahel.

Come spesso accade in Africa, i soldati maliani, addestrati alla guerra tra Stati o alla protezione dei regimi politici, sono poco preparati ai conflitti interni o di confine. La mobilità della fanteria è fortemente limitata dalla scarsa capacità logistica e di proiezione, quindi questo corpo militare è spesso confinato in caserme o postazioni fisse, divenendo un obiettivo primario per gli attacchi dei miliziani jihadisti, i quali, con le loro motociclette e pickups, sono invece estremamente mobili sul terreno. Così ci sono stati e ci sono attacchi ripetuti con perdite anche gravi in termini di uomini e di perdita progressiva del controllo del territorio5. I jihadisti controllano solo le aree rurali, nessuna piccola, media o grande città, ma questo è sufficiente per intimidire la popolazione e per rendere molto rischiose la mobilità e tutte le attività economiche realizzate in ambito non urbano (dalle coltivazioni all’allevamento). Buona parte delle regioni del nord e centro del Paese sono di fatto governate dai jihadisti, che ora stanno iniziando anche la penetrazione nelle regioni del sud. L’attentato perpetrato a fine maggio contro un checkpoint di Bougouni, situato a 170 km a sud di Bamako, sottolinea il rischio sempre maggiore che la capitale sia circondata dai gruppi jihadisti.

Quando poi l’esercito maliano è andato e va nei villaggi ha causato e causa spesso molti danni. Gli uomini Peuhl/Fulani sono automaticamente percepiti come sospetti dall’esercito maliano. Così nelle aree infestate dai jihadisti sono stati arrestati migliaia di uomini Peuhl/Fulani, sostanzialmente tutti quelli che l’esercito è riuscito e riesce a trovare. Alcuni sono stati arrestati e poi rilasciati, altri sono stati portati via, accusati di essere terroristi e uccisi. Molte sono le sparizioni ed esecuzioni extragiudiziali. Le persone devono vivere secondo le regole imposte dai jihadisti, ma sono anche molestate, a volte assassinate, da coloro che dovrebbero ufficialmente proteggerle. Nel 2020, le forze di sicurezza sono state responsabili della morte di 322 civili, rispetto agli 87 del 2019, secondo l’ONG Armed Conflict Location and Event Data Project (ACLED), un’organizzazione che monitora e analizza i conflitti.

L’incoraggiamento delle autorità maliane alla creazione di “gruppi di autodifesa” per aiutare a contrastare l’insurrezione è diventato un importante catalizzatore nell’escalation del conflitto. Questi gruppi sono stati in larga parte costituiti trasformando i Dozo – le confraternite di cacciatori dei Dogon (ma diffuse anche tra le popolazioni di lingua mandé e dyula della Costa d’Avorio settentrionale, del Mali sudorientale e del Burkina Faso) – in milizie di autodifesa (conosciute come Koglweogo). I Dozo sono considerati nella cultura Dogon “i padroni della boscaglia”, detentori di poteri occulti e protettori della comunità. Ma, secondo i Peuhl/Fulani, queste milizie sono armate dall’esercito del Mali e usate per sferrare attacchi non solo contro i jihadisti, ma anche contro di loro, sospettati di collaborare con i nemici6. I cacciatori Dozo collaborano con l’esercito maliano (fanno le guide e gli informatori) e, per vendetta, i jihadisti attaccano i leader e i villaggi Dogon e uccidono i contadini Dogon mentre vanno nei campi, bruciando le riserve di grano nei villaggi.

In questo modo, la popolazione civile di buona parte del Mali centro settentrionale, come di altre aree del Sahel, si trova presa in mezzo dal conflitto tra le milizie jahadiste e le forze militari di sicurezza. Le milizie applicano una strategia di cooptazione e coercizione delle comunità locali che consente loro di espandere la loro presenza dal Sahel al nord-est della Nigeria, con un territorio che ora si estende per migliaia di chilometri a nord fino al confine libico e a sud fino a parti del Benin e Ghana. Approfittano delle frontiere porose del deserto o delle foreste7, ma soprattutto della fragilità dei governi, delle strutture statali e degli eserciti per seminare terrore, controllare parti di territorio, taglieggiare le popolazioni locali, sequestrare locali e stranieri a scopo di riscatto e praticare traffici illegali (di armi, merci contraffatte, tabacco, droga ed esseri umani).

In questa guerra civile, ognuno si considera vittima dell’altro e le antiche rivalità intercomunitarie tra pastori Peuhl/Fulani e agricoltori Dogon, rispettivamente circa il 9% e il 6% della popolazione del Mali, sono state sfruttate da tutte le parti e ulteriormente aggravate dalla pressione demografica sulla terra e dalla proliferazione di armi da fuoco. I Peuhl/Fulani del Mali centrale, come i Tuareg del nord, si sentono discriminati. Negli ultimi decenni, il governo maliano ha teso a sostenere politiche di sviluppo favorevoli agli agricoltori sedentari piuttosto che ai pastori nomadi, spesso assimilati a un mondo obsoleto e congelati sulla pratica della transumanza transfrontaliera meno compatibile con le leggi e i regolamenti dello Stato. Inoltre, da sempre i pastori nomadi Peuhl/Fulani si scontrano con i contadini, che spesso sono di etnia Dogon, per il controllo dei terreni (da usare come pascolo o per le colture).

Distribuzione territoriale dei principali gruppi etnici nel Mali

Per decenni i maliani hanno risolto pacificamente questi conflitti comunitari, ma ora sono finiti nella spirale della “guerra al terrorismo”8. L’arrivo e la presenza dei gruppi jihadisti nel Mali centrale trasforma le tensioni sociali locali in un conflitto sanguinoso. Lo Stato è generalmente assente e i leader religiosi e comunitari, incapaci di garantire la sicurezza dei loro compaesani, stanno perdendo la loro autorità, rendendo più difficile risolvere le tensioni attraverso i metodi consuetudinari di risoluzione dei conflitti (tra l’altro, il diritto consuetudinario si basa anche su principi come la proprietà comunitaria della terra che discriminano alcuni gruppi sociali come i più giovani o vulnerabili, i migranti e le donne). Quindi, il crollo dello Stato non viene mitigato dal ruolo dei mediatori tradizionali, dagli imam o dalle istituzioni decentrate che hanno via via perso legittimità agli occhi di gruppi etnici sempre più polarizzati e contrapposti.

Secondo l’ACLED, sono stati registrati più di 1.500 morti legate al conflitto nella regione del Mali centrale di Mopti nel 2020, l’anno più mortale dall’inizio delle ostilità. Si è determinato un circolo vizioso mortale che in larga parte non ha nulla a che fare con la jihad o con l’Islam, quanto con conflitti tra persone espropriate dei loro beni, animali e terre, i cui parenti spesso sono stati uccisi. Persone che a loro volta prendono le armi per chiedere ed ottenere giustizia. Gli scontri intra e inter-comunitari causano centinaia di morti all’anno e migliaia di persone devono abbandonare i loro villaggi attaccati e distrutti. L’esodo fa crollare la produzione agricola e mette a rischio la sicurezza alimentare degli abitanti dell’area.

Dall’inizio della guerra, i magistrati, come il resto dei rappresentanti dello Stato, hanno continuato a fuggire dal nord del Paese9. Al 30 aprile, secondo l’ONU, c’era solo il 14% degli amministratori civili. Di fronte alla persistente assenza dello Stato e ad un esercito che ha paura di lasciare le sue caserme cittadine, le comunità del Mali centrale del Macina, stanche del conflitto, hanno avviato un negoziato con i jihadisti del Fronte di Liberazione del Macina (Katiba Macina) per il cessate il fuoco, siglato nel marzo 2021, consentendogli di predicare, applicare la sharia, l’uso del velo e le decisioni giudiziarie nelle zone sotto il loro controllo10

Questo e altri accordi di pace tra i leader della comunità e i gruppi jihadisti (soprattutto con quelli affiliati ad al-Qaeda, che è presente nel Sahel da 15 anni e ha costruito una rete consistente di fazioni e leader) sono stati conclusi poiché entrambi cercano modi per adattare il nuovo equilibrio di potere nell’aspettativa che duri nel tempo. Trattative mediate dall’Alto Consiglio Islamico, in cui il governo maliano non è stato direttamente coinvolto. Questi accordi di cessate il fuoco hanno permesso di porre fine agli scontri mortali che da mesi insanguinavano la zona e sembrano suggerire un cambio di strategia anche da parte dei gruppi affiliati alle due grandi coalizione jihadiste. Sono segnali inviati dai jihadisti per dimostrare che non fanno più solo la guerra, ma governano il territorio e sono in grado di amministrare una certa giustizia, riempiendo il vuoto lasciato dallo Stato da anni. Una strategia, quindi, che punta al radicamento sulla base della fornitura di sicurezza e servizi di base alle comunità locali. Questa creazione di zone di “governo jihadista” nel Sahel potrebbe rappresentare una ulteriore importante sfida per autorità nazionali deboli, corrotte e inefficienti.

Ma, si tratta sempre di accordi instabili, sempre suscettibili di essere rimessi in discussione. Dall’inizio di luglio nuovi scontri hanno messo a rischio questi accordi. Dai tre ai sei cacciatori Dozo sono stati uccisi e diversi feriti dai jihadisti della Katiba Macina, nei villaggi del distretto di Niono, ed in particolare nel comune di Dogofry (a circa 340 km da Bamako), che riunisce più frazioni. Secondo i jihadisti, alcuni “elementi incontrollati” dei cacciatori di Dozo non hanno rispettato i termini degli accordi, impedendo ai pastori Peuhl/Fulani di spostarsi con i loro animali, estorcendo un intero villaggio Peuhl/Fulani o tagliando legna in aree che dovrebbero essere preservate dagli accordi. E’ dovuto intervenire un mediatore dell’Alto Consiglio Islamico per cercare di salvare gli accordi attraverso nuove trattative con i cacciatori Dozo e i jihadisti.

Le lacerazioni nella Terra degli uomini integri

In Burkina Faso, una Paese di circa 20 milioni di persone e più di 60 diversi gruppi etnici, la violenza militante ha spinto il governo fuori da gran parte del nord e dell’est. La “Terra degli uomini integri“, come è anche noto il Paese, è passato dall’essere uno dei Paesi più sicuri dell’Africa occidentale a uno dei più pericolosi. E non è solo l’avanzata di gruppi armati provenienti da oltre il confine con il Mali che ha portato a questo declino. Anche la violenza intra e inter-comunitaria ha avuto un ruolo rilevante nel mettere in ginocchio il Paese.

Sia le forze di sicurezza dello Stato sia le milizie di autodifesa di recente costituzione hanno ripetutamente preso di mira gruppi di minoranze etniche accusati di attività terroristica. I Peuhl/Fulani hanno subito il peso di questi abusi. A lungo messi da parte dalla società del Burkina Faso, le loro tradizioni pastorali hanno spesso portato a controversie sulle risorse con gli agricoltori. Le rimostranze risultanti hanno isolato molti Peuhl/Fulani, che sono diventati obiettivi primari per i gruppi terroristici in cerca di nuove reclute.

In Burkina Faso gli sfollati sono diventati oltre 1,3 milioni e in passato queste persone si spostavano nel villaggio più vicino, a una decina di chilometri di distanza, e da lì tornavano periodicamente a controllare le loro terre e i loro animali. Ma, nel 2020 le cose sono cambiate, perché il governo ha abbandonato le postazioni militari e le ha sostituite con delle pattuglie mobili. Da allora, le persone minacciate hanno cominciato a riversarsi nelle città (o addirittura, in almeno 40 mila persone, al di là dei confini), l’unico luogo dove si sentono sicure. Più di un milione di persone sono ora ridotte a vivere in campi mal gestiti e township fuori dalla capitale Ouagadougou (che sta crescendo con un tasso del 5-7% all’anno).

Il jihadismo è arrivato in Burkina Faso dal vicino Mali, come forma di rivolta comunitaria e politica più che religiosa. I primi attacchi hanno colpito il nord nel 2015, e poco dopo è emerso il gruppo locale Ansard Islam. In seguito, il conflitto si è allargato all’est del Paese per mezzo di altri gruppi come lo Stato Islamico nel Grande Sahara (ISGS), guidato da Adman Abu Walid al-Saharawi. Dal 2015 le vittime della violenza in Burkina Faso sono state circa 5 mila, ma Human Rights Watch ha riferito di oltre 600 omicidi illegali da parte delle forze di sicurezza di Burkina Faso, Mali e Niger in operazioni antiterrorismo dalla fine del 2019. Ad oggi, nessun membro dei servizi di sicurezza del Burkina Faso è stato processato per violazione dei diritti umani.

Anche il difficile rapporto tra il governo centrale e le autorità locali ha contribuito al declino del Burkina Faso11. Anni di incompetenza e corruzione hanno fatto sì che il presidente Roch Marc Christian Kaboré, nonostante sia stato rieletto nel novembre 2020, abbia poca influenza su molte zone rurali. Questa mancanza di governance ha significato che alcune comunità hanno trovato un migliore sostegno e accesso alla giustizia sotto il governo dei gruppi armati.

Nel 2018 ci sono stati meno di 200 morti in Burkina Faso, che sono saliti a quasi 2.000 l’anno scorso. Secondo l’ACLED, le morti per violenza politica nei primi 4 mesi del 2021 sono diminuite rispetto allo stesso periodo del 2020, con solo circa 90 morti. Secondo gli analisti e le autorità locali, gran parte della ragione di tale miglioramento erano i negoziati in corso tra islamisti armati, il governo centrale e le milizie di autodifesa locali (i volontari per la difesa della patria – VDP), costituite dal gennaio 2020 da cittadini per lo più da etnia Mossi, Gourmantche, Bisa e Foulse.

Ma, la decisione del governo di implementare l’operazione militare Houné (“integrità” in lingua fulfuldé) tesa a neutralizzare i gruppi terroristi, e l’uso dei VDP ha esacerbato di nuovo la violenza, indirizzandola verso le popolazioni civili, in un ciclo di violenze e rappresaglie. Questi gruppi ausiliari sono stati istituiti per sostenere l’esercito nella lotta al terrorismo, con la missione di “servire come agenti dell’intelligence“, e anche cercare di “resistere in caso di attacco“, in attesa dell’arrivo dell’esercito. Ma, in realtà, questi gruppi di civili armati alimentano la dimensione comunitaria del conflitto attraverso i loro discorsi e le loro pratiche. Da entrambi i lati, tendono a separare le comunità etniche l’una dall’altra imponendo embarghi alla comunità etnica identificata come avversaria. Esercitano sempre più una violenza mortale mirata sulla base dell’etnia, indipendentemente dall’età o dal sesso. Attaccano persino coloro che nelle loro comunità etniche si oppongono alla comunitarizzazione del conflitto, accusandoli di collusione con il nemico.

Colpendo i VDP e i villaggi che attivano basi di VDP, i jihadisti intendono mandare un messaggio alla popolazione, per evitare che vi sia un’adesione in maniera massiccia a questa forma di autodifesa che in alcune regioni ha dato i suoi frutti, ma che in altre sta pericolosamente esponendo le popolazioni civili, soprattutto se i VPD partecipano ad operazioni militari congiunte con l’esercito del Burkinabè.

Dalla loro costituzione nel gennaio 2020, i VDP hanno subito diversi attacchi. Ad agosto, uno dei loro campi nel villaggio nordoccidentale di Kombori è stato preso di mira da uomini armati. Due mesi dopo, nella provincia di Sanmatenga nel centro-nord, 25 uomini sono stati giustiziati da uomini armati, come rappresaglia per la presenza di VDP nel loro villaggio. In tutto, quasi 200 VDP sono stati uccisi da gennaio 2020 ad aprile 2021.

Poi, alla vigilia della stagione delle piogge e apparentemente su impulso della nuova leadership dell’ISIS (Abu Ibrahim al-Hashimi al-Qurashi), gli attacchi alla popolazione civile sono ripresi con una nuova grande intensità. Il 3 maggio è stato attaccato il villaggio di Kodyel da 300 uomini armati che hanno ucciso 30 uomini (tra cui il capovillaggio e diversi membri della sua famiglia), risparmiando solo donne e bambini. Nel villaggio c’era una base dei VDP aperta da pochi giorni; 2 dei volontari sono stati uccisi, insieme a una dozzina di assalitori. Il centro sanitario è stato vandalizzato, svuotato il deposito farmaceutico ed è stato ordinato agli operatori sanitari di lasciare il villaggio. Attività commerciali e granai sono stati dati alle fiamme, mentre il bestiame è stato portato via. La maggior parte degli abitanti è fuggita per trovare rifugio nelle città di Gayéri e Foutouri, dove si trovano le forze di difesa e di sicurezza.

Il 19 maggio sono stati uccisi 15 uomini nel quartiere Adjarara nella città di Tin-Akoff (già colpito nella notte tra l’8 e il 9 maggio, quando 3 uomini erano stati uccisi e alcune case incendiate) e in un successivo scontro a fuoco le forze militari hanno ucciso 15 uomini armati.

Il 4 giugno 132 civili civili sono stati uccisi ufficialmente (ma altre fonti parlano di oltre 160) a Solhan (30 mila abitanti), nella provincia di Yagha, al confine col Niger, un crocevia della corsa all’oro, da un gruppo armato (secondo il governo afferma appartenenti ad un gruppo chiamato Mujaïd al-Qaeda, letteralmente “i combattenti dell’Islam di al-Qaeda“, affiliato al Gruppo di Sostegno per l’Islam e i Musulmani) che ha ha attaccato la caserma dei VDP, bruciato diverse case, veicoli e anche il mercato del villaggio. Lo stesso giorno, in un altro attacco, 13 civili e un soldato sono stati uccisi da uomini armati nel villaggio settentrionale di Tadaryat. Gli uomini armati hanno preso motociclette e bestiame della comunità. Il 21 giugno uomini armati hanno attaccato un convoglio delle forze di polizia nazionale nella regione centro-Nord, uccidendo 15 poliziotti.

A fine giugno il presidente Roch Marc Christian Kaboré ha licenziato Chérif Sy, che fino a quel momento era ministro della Difesa, così come Ousseini Compaoré, ministro della Sicurezza. A loro è stato fatto pagare il prezzo degli attentati a Solhan e contro la squadra della polizia nazionale, dopo che le popolazioni avevano espresso la loro rabbia per l’impennata e la violenza degli attacchi attribuiti a gruppi jihadisti, e dopo che i partiti di opposizione avevano sospeso la loro partecipazione a un dialogo politico e stavano pianificando marce in tutto il Paese per denunciare “l’incapacità del governo” di far fronte agli attacchi.

L’11 luglio è stato attaccato il villaggio di Nahi-Mossi, situato nel centro-nord del Paese a una decina di chilometri dal comune di Pensa, che ospita una base di VDP. Gli uomini armati hanno ucciso 10 persone (di cui 7 VDP), bruciato case e il mercato, ucciso o portato via i bovini.

La complessità della crisi in Burkina Faso, come nel più ampio Sahel, non si è adattata all’approccio diplomatico, di intervento militare ed economico top-down di Francia, USA e delle altre potenze straniere occidentali. Data la violenza intra e inter-comunitaria e la governance inefficace, molti abitanti delle zone rurali vedono il governo centrale come complice nel disfacimento delle loro vite. In Burkina Faso, molti leader locali si oppongono al predominio dei Mossi, che sono il gruppo etnico più numeroso del Paese, quindi evitano il centro, il che rende più difficile il lavoro degli approcci di sviluppo dall’alto verso il basso, soprattutto se vengono forniti attraverso la lente di antiterrorismo.

Se veramente si vuole impedire alle persone di unirsi ai gruppi jihadisti o di avere un incentivo ad aiutare quei gruppi, il modo migliore per farlo sarebbe creare una struttura di governo che fornisca alle persone le cose – risorse e servizi – di cui hanno bisogno, come protezione, opportunità economiche, una voce politica. Il 65% della popolazione burkinabé ha meno di 25 anni. Ragazzi che hanno poche opportunità di studiare e di trovare un lavoro. Nelle zone rurali molti sono costretti a scelte difficili: entrare in un gruppo armato, subire la violenza o emigrare. Ma, la lente dell’antiterrorismo – per cui la politica ufficiale non prevede di negoziare con i terroristi, ma solo eliminarli fisicamente o catturarli – per ora annebbia la vista dei veri problemi e delle possibili soluzioni da implementare.

La Nigeria del Nord tra jihadismo e banditismo

Nel nord-est della Nigeria e nei Paesi vicini (Chad, Cameroun e Niger) dal 2009 opera il gruppo jihadista Boko Haram (”ciò che è straniero impuro”), un’organizzazione terroristica che ha provocato direttamente (con attentati, rapimenti, assalti alle forze di polizia e ai villaggi) la morte di oltre 40 mila civili12, almeno due milioni di sfollati nel nordest della Nigeria e ha rapito centinaia di ragazze, convertendole forzatamente all’Islam.

Boko Haram è stata affiliata all’ISIS e dal 2016 ha subito una scissione che ha dato vita alla Provincia dell’Africa Occidentale dello Stato Islamico (Iswap) guidato da Abu Musab al-Barnawi. L’Iswap è stata poi riconosciuta dalla leadership dell’ISIS in Iraq e Siria e ora, dopo aver sconfitto Boko Haram nel maggio 202113, ereditando molti dei suoi seguaci, nonché il suo tesoro e le armi, sta cercando di mettere in pratica una nuova strategia dell’ISIS in Africa basata sulla fornitura di sicurezza e servizi di base alle comunità locali. Nelle ultime settimane, infatti l’Iswap ha aperto aree di pascolo ai pastori, liberato i detenuti dalle sue prigioni, ha iniziato a imporre tasse religiose sui ricchi in alcune aree che controlla e ha cercato di limitare le incursioni per il “bottino di guerra” da distribuire tra i combattenti al posto della paga.

In effetti, poche parti del nord e del centro della Nigeria sono oggi completamente sicure. Nel 2020 e finora nel 2021, circa 1.400 nigeriani hanno perso la vita a causa degli insorti islamisti nello stato nord-orientale del Borno e nelle aree limitrofe. Boko Haram, una milizia di ispirazione fondamentalista arrivata ad avere forse 5 mila miliziani, è intervenuta anche nel vicino Chad e nel nord del Cameroun, e si rifugia nella foresta di Sambisa lungo il confine montuoso del Borno con il Cameroun. Non è chiaro esattamente perché le forze armate nigeriane di 300 mila soldati e un budget di 2 miliardi di dollari non siano riuscite a estirpare Boko Haram e Iswap; la corruzione nell’esercito è presumibilmente un fattore importante, così come la leadership incoerente di ufficiali e politici, e, come i talebani afghani, Boko Haram e Iswap sembrano avere un certo sostegno locale.

Negli Stati settentrionali della Nigeria a prevalenza musulmana, in particolare nei grandi e popolosi Stati di Kaduna, Katsina e Yobe, bande armate hanno rapito e rapiscono persone (almeno 2 mila) e soprattutto gli scolari nelle loro scuole. Il motivo è quello di riscuotere un riscatto e sono stati effettivamente fatti dei pagamenti (raramente dichiarati) per restituire fino a 600 bambini ai loro genitori dopo aver prelevato con la forza grandi gruppi di alunni dai loro dormitori, spesso portandoli a piedi nudi verso accampamenti distanti14. Finora le forze di sicurezza federali e statali sembrano essere state per lo più superficiali nei loro tentativi di proteggere le scuole negli Stati del nord e generalmente incapaci di proteggere i loro cittadini. Dal 2019, poi, l’esercito nigeriano si è ritirato da villaggi e dalle piccole basi per trincerarsi in “supercampi”, una strategia criticata da molti analisti, perché consente ai terroristi di muoversi senza ostacoli nelle aree rurali e che, ad oggi, non ha portato a risultati consistenti.

Nel nord-ovest e in Nigeria centrale (la cosiddetta Middle Belt della Nigeria) operano bande criminali di ladri di bestiame che, razziano i villaggi, uccidendo e rapendo i residenti per ottenere un riscatto dopo aver saccheggiato e bruciato le case. Queste bande sono accampate nella foresta di Rugu che si trova a cavallo degli Stati di Zamfara, Katsina (lo Stato del presidente federale Muhammadu Buhari), Kebbi, Kaduna, Sokoto e Niger. In questi stessi Stati, i pastori Fulani si sono da sempre scontrati con gli agricoltori stanziali per l’accesso alla terra, ai pascoli e all’acqua. Questi conflitti sono spesso violenti e ricorrenti. Né le brigate di sicurezza centrali né quelle del governo statale hanno messo in sicurezza queste aree, in cui si è formato un settore della sicurezza sovraccaricato15 e spesso illegale o abusivo e c’è un afflusso di armi di livello militare provenienti dalla Libia e dal Sahel16. I conflitti tra bande armate ed esercito hanno causato quasi 4 mila morti tra il 2016 e il 2018, più della mortale insurrezione di Boko Haram nel nord-est.

Molti dei banditi provengono dalla comunità di pastori Fulani, sebbene alcuni siano membri della maggioranza Hausa della Nigeria settentrionale, mentre altri sono sospettati di essere nigerini o maliani che hanno approfittato dei confini porosi della Nigeria. Il furto di bestiame è stato a lungo un problema tra i Fulani e, nell’ultimo decennio, i ladri di bestiame hanno iniziato a compiere anche più redditizi rapimenti per ottenere un riscatto, in particolare prendendo di mira le autostrade. Molti Fulani accusano l’élite Hausa nel nord-ovest di espropriarli del loro bestiame e di costruire sui pascoli della transumanza, spingendo i giovani Fulani verso l’indigenza e la criminalità.

Il governo nigeriano ha svelato un piano ambizioso per creare delle zone riservate al pascolo del bestiame per mitigare la violenza tra contadini e pastori, che molti credono sia la chiave per ridurre il banditismo. I funzionari sperano che le aree di pascolo delimitate riducano i contatti e quindi l’attrito tra agricoltori e pastori, modernizzando l’industria del bestiame in Nigeria e rafforzando lo sviluppo socio-economico dei Fulani attraverso scuole e servizi sanitari, cose a cui un popolo semi-nomade spesso non ha un accesso affidabile. Ma, il piano deve affrontare diverse sfide, incluso il fatto che i pastori sembrano riluttanti ad abbandonare la loro tradizionale pastorizia.

Molti osservatori ritengono che non vi sia una sovrapposizione tra il fenomeno delle milizie jihadiste e quello del banditismo, nonostante ci siano stati tentativi da parte delle diverse organizzazioni di forgiare delle alleanze. Finora tutti i tentativi si sono dimostrati temporanei, transazionali e hanno sortito scarso successo. I “banditi” operano in base a motivazioni economiche e non ad orientamenti ideologici.

Ora, si tratta di vedere se la nuova strategia “di governo” dell’Iswap riuscirà a stabilizzare i conflitti etnici e a contenere il fenomeno del banditismo. In alcune zone del Mali e del Burkina Faso sotto il loro controllo, i jihadisti amministrano la giustizia islamica (amputando mani e piedi a coloro che vengono condannati per furto) e alla popolazione piace molto questo tipo di sentenza, perché frena i furti. Applicare la giustizia islamica contro i furti di bestiame o i rapimenti potrebbe essere un modo per rendere l’Iswap più popolare tra le popolazioni, stanche del banditismo che prospera nonostante l’intervento armato statale e le milizie private di autodifesa. Gli analisti ed esperti di intelligence occidentali temono che in uno Stato come la Nigeria, la combinazione di una maggiore potenza di fuoco, l’imposizione di una maggiore disciplina, attraverso l’applicazione della legge islamica, e la possibile acquiescenza dei leader delle comunità locali al governo dell’Iswap possa costituire una sfida formidabile per le forze armate e le autorità locali che dovrebbero essere in grado di offrire alle comunità locali delle prospettive alternative non limitate al solo intervento di tipo militare e securitario (contrasto al jihadismo, ai traffici illeciti e controllo delle migrazioni).

La “guerra al terrorismo” e l’esplosione dei conflitti intra e inter-comunitari

La ribellione guidata dai Tuareg nel nord del Mali nel 2012 ha reso il Sahel un terreno fertile per i militanti islamisti per prendere piede nella regione. Molti analisti ritenevano che ISIS avesse esagerato quando nel 2015 ha lanciato una campagna per espandersi nell’Africa subsahariana. I progressi sono stati lenti, ma i gruppi jihadisti sono riusciti a identificare aree e comunità molto specifiche con cui poter costruire legami per radicarsi. La loro strategia è determinata dalle circostanze locali e ci sono state violenze brutali contro le comunità che si oppongono a loro o collaborano con lo Stato attraverso la costituzione di milizie civili. Queste milizie, istituite dai governi locali per combattere la crescente presenza di miliziani legati all’ISIS e ad al-Qaeda, sono state prese di mira dai jihadisti in modo spietato.

Oggi, i movimenti jihadisti sono in una posizione di forza come mai prima nel Sahel, con due organizzazioni dominanti: il Gruppo per il Sostegno dell’Islam e dei Musulmani (Jamaat Nusrat al-Islam wal-Muslimin – JNIM), legato ad al-Qaeda, e lo Stato Islamico nel Grande Sahara (ISGS), legato all’ISIS. Entrambe queste coalizioni di milizie attaccano le basi militari in aree rurali remote e organizzano attentati contro le truppe internazionali e i civili. Hanno il controllo del nord del Mali, che è scarsamente popolato, e si sono spinte nelle aree rurali nel Mali centrale, in Burkina Faso e nel Niger occidentale, uccidendo migliaia di persone e provocando lo sfollamento di milioni. Sono in diretta concorrenza tra di loro, ma in alcuni casi sono anche pronte a collaborare insieme.

Le vittorie delle forze militari nazionali ed internazionali contro questi gruppi sono solo state fugaci. Lo scorso novembre, il ministro delle Forze armate francese, Florence Parly, ha annunciato la neutralizzazione del capo militare del JNIM, Ba Ag Moussa, durante un raid guidato da Barkhane. Ma, secondo diversi analisti, l’ISGS avrebbe approfittato di questo colpo alla concorrenza per guadagnare terreno, mentre anche il JNIM continua i suoi attacchi.

Nel centro del Mali, le popolazioni civili Peuhl/Fulani, accusate di sostenere i gruppi armati salafiti, sono fatte oggetto di attacchi da parte di gruppi di auto-difesa costituiti su base etnica, mentre le comunità Dogon, Fulbe, Djerma, Songhay e Bambara rappresentano talora l’obiettivo di attacchi indiscriminati dei movimenti jihadisti nelle regioni centrali di Mali, Niger e Mauritania e nel nord del Burkina Faso. Solo nel 2018 gli attacchi portati a termini dalle milizie jahadiste motorizzate con motociclette17 e pickups hanno provocato 1.754 vittime e dall’inizio del 2019 la fuga dai loro villaggi di 200 mila persone. Nei primi mesi del 2020 i profughi dal solo Burkina Faso sono diventati 800 mila e il Paese ha dovuto affrontare un’elezione presidenziale dominata dalla violenza jihadista di gruppi legati ad al-Qaeda e all’ISIS che è costata più di 2 mila vite nel 2020 e che ha impedito il voto in centinaia di villaggi delle regioni del nord e dell’est, e agli oltre 1 milione di sfollati interni.

Si è ormai creata una situazione in cui è sempre più difficile di identificare focolai precisi di crisi, da estirpare con interventi militari chirurgici o curare con politiche più inclusive. Anche se ciascuno dei Paesi del Sahel presenta le proprie specificità, forti similarità di struttura li accomunano sotto il profilo sociale e geopolitico (con l’ovvia eccezione della Nigeria che da sola rappresenta oltre un sesto del’intera popolazione africana ed una delle maggiori economie del continente). C’è il forte divario fra nord (spopolato e desertico o semi-desertico) e sud (densamente popolato e agricolo). C’è l’impatto degli spostamenti di popolazione avvenuti dagli anni ‘70 che hanno modificato il profilo etnico e la composizione economica, gettando il seme dei conflitti d’interesse fra le popolazioni nomadi e semi-nomadi e quelle stanziali. Infine, c’è l’impatto delle insurrezioni islamiste provenienti dall’Africa settentrionale, che (non diversamente da quanto accaduto in Iraq e in Siria) hanno trovato alimento dal fallimento delle Primavere Arabe e della rivoluzione libica, sovrapponendosi ai conflitti intra e inter-comunitari preesistenti. E’ il caso dei Tuareg in Mali, dei Peuhl/Fulani in quasi tutti i Paesi del Sahel o infine dei Toubou insorti in Chad contro il regime di Déby.

I conflitti intra e inter-comunitari sono conflitti che preesistono all’attuale situazione di insicurezza. Si tratta di dinamiche che sono tradizionali nelle società postcoloniali, soprattutto in queste aree. Ciò che è preoccupante è la capacità che i gruppi jihadisti hanno sviluppato di sfruttare questi conflitti locali, assumendo la causa di alcune comunità (ad esempio, i Peuhl/Fulani) contro altre, ma anche svolgendo il ruolo di arbitri. È stato anche notato che nelle aree in cui i jihadisti si sono stabiliti stabilmente, ciò ha contribuito a congelare i conflitti, a pacificare o quanto meno a regolamentare i conflitti intra e inter-comunitari. Per questo sarebbe bene pensare al ruolo o all’interazione tra gruppi estremisti violenti e conflitti locali, nel modo più ampio possibile e non in modo riduttivo.

La crisi del Sahel è il prodotto dell’eplosione (spesso incontrollata) di tanti conflitti le cui motivazioni fondamentali tendono a replicarsi o ad essere simili da Paese a Paese, con protagonisti che appartengono spesso a etnie affini o ricoprono ruoli analoghi e attraverso una fitta rete di relazioni etniche, claniche, religiose, sociali ed economiche che superano lo spazio dei confini nazionali e riproducono, in altra forma, quella funzione di crocevia di popolazioni e culture che il Sahel aveva svolto prima dell’epoca coloniale.

Nel Sahel e nell’Africa Occidentale circa 50 milioni di persone di etnia Peuhl/Fulani, molte delle quali povere, semi nomadi e transumanti, dipendono economicamente dall’allevamento del bestiame (bovini, ovini e caprini) e dall’agricoltura di sussistenza18. Il loro stile di vita è minacciato dalla desertificazione avanzante, dalle devastazioni di eventi atmosferici sempre più estremi (siccità e piogge torrenziali che causano alluvioni e inondazioni), dall’espansione delle terre agricole e urbanizzate nella savana a scapito di quelle destinate al pascolo avvenuta negli ultimi 40 anni, e dalla crescente importazione a basso prezzo (grazie alle sovvenzioni e gli aiuti dell’Unione Europea) di prodotti di derivazione animale, come latte e formaggi. Questo mentre negli ultimi decenni, con la crescita demografica e del consumo di carne in Africa, la popolazione dei bovini è molto cresciuta. Ad esempio, in Nigeria è più che raddoppiata, da circa 9,2 milioni nel 1981 a circa 20 milioni nel 2020, rendendola una delle più grandi al mondo. La Nigeria è, inoltre, un importante crocevia per il bestiame transumante proveniente da altri Paesi, soprattutto del Sahel (Niger, Burkina Faso e Chad, ma anche Cameroun).

Sia i Peuhl/Fulani sia gli agricoltori stanziali hanno bisogno di terra, ma per ragioni molto diverse. Le famiglie di pastori Fulani sono sempre in movimento, alla ricerca di pascoli e acqua per i loro animali; non possono e non vogliono possedere le vaste terre che attraversano ogni anno. Le comunità pastorali e semi-pastorali sono costrette a spostamenti forzati o riallocazioni temporanee a causa della siccità. Sono però disposti a combattere per mantenere i loro diritti tradizionali – che esistevano/esistono quasi ovunque nella regione Saheliana – di utilizzo dei pascoli (anche delle stoppie post-raccolto delle zone agricole) e di accesso ai punti d’acqua lungo i lunghissimi corridoi pastorali che attraversano tutti i paesi dell’area. Per gli agricoltori, che vivono e lavorano in un unico luogo, la proprietà della terra è invece essenziale per programmare e gestire le coltivazioni.

Man mano che la popolazione aumenta e le terre di pascolo si trasformano in campi di manioca, arachidi o cotone19 o in aree di sviluppo investite da nuove urbanizzazioni o opere infrasrutturali (come strade e dighe), le antiche vie di migrazione del bestiame si chiudono e i pastori spingono le loro mandrie a invadere e nutrirsi sui campi degli agricoltori. Gli agricoltori uccidono il bestiame, i mandriani si vendicano; le rappresaglie vanno avanti e indietro con decine o centinaia di morti e la distruzione di interi villaggi20. Rendere stanziali gli allevamenti richiederebbe un cambiamento completo nello stile di vita dei nomadi Peuhl/Fulani, con nuove competenze specifiche, costosi mangimi per animali, accesso a una quantità di acqua sufficiente e – una merce sempre più rara – la terra. Significherebbe anche la fine di un’antica cultura.

Da forza politica ed economica a volte dominante nella regione fino al XIX secolo (prima della colonizzazione francese i Peuhl/Fulani avevano creato attorno al delta interno del fiume Niger un estesissimo Stato teocratico di ispirazione islamica), negli ultimi decenni i Peuhl/Fulani sono progressivamente diventati il segmento più emarginato della popolazione. Sono meno istruiti delle comunità degli agricoltori sedentari, sono la comunità che ha meno sfruttato le opportunità professionali offerte dalla diversificazione delle economie e dallo sviluppo del servizio pubblico, sono anche diventati la comunità più debole, meno organizzata, sul piano della rappresentanza politica. Questi sviluppi, uniti alle disastrose evoluzioni climatiche, hanno ampliato il divario tra comunità Peuhl/Fulani e quelle degli agricoltori stanziali e creato un clima di risentimento.

Etnia, religione e appartenenza politica giocano un ruolo cruciale nelle divisioni e nei conflitti. Una recente escalation in questo secolare conflitto sta causando enormi sconvolgimenti sociali in tutto il Sahel e Africa Occidentale. Il jiahadismo (ad esempio, la milizia Katiba Macina guidata dal predicatore Amadou Koufa, un peuhl/fulano del Mali21 ) si inserisce e alimenta le tensioni interetniche preesistenti ed esacerba ragioni di scontro tra gruppi sociali. Ad esempio, tra le comunità dedite all’allevamento nomadico come i Tuareg e i Peuhl/Fulani, che diventano il nucleo di reclutamento di milizie armate e di movimenti jihadisti nella regione (sebbene i Peuhl/Fulani siano tradizionalmente animisti), e quelle sedentarie dei Dogon, Bambara, Djerma ed altri gruppi etnici prevalentemente dediti all’agricoltura stanziale per la produzione di miglio, caffè, cotone e tabacco, che sono incoraggiate dai governi o si vedono costrette, in mancanza di di forme statuali di protezione dei loro diritti, a creare cellule di auto-difesa.

Il fallimento dell’approccio politico-militare sin qui utilizzato soprattutto dalla Francia sta conferendo nuova forza alle posizioni critiche espresse contro l’assoluta priorità conferita agli aspetti militari e di sicurezza su altri possibili elementi di una strategia di intervento, invocando un più solido “pilastro politico” mirato a ridare credibilità a Stati in evidente perdita di consensi e di fiducia, rafforzando la loro capacità di fornire servizi pubblici alle aree e alle popolazioni più marginali e di svolgere un ruolo di mediazione pacifica nei conflitti locali intorno alle risorse naturali (accesso alla terra e all’acqua). Un ruolo sempre più spesso svolto dai jihadisti, piuttosto che dalle autorità centrali e dalle leadership tradizionali (capi villaggio e imam).

L’accento sulla governance era già stato indicato da Romano Prodi, primo inviato per il Sahel dell’ONU, e viene ora di nuovo indicato come uno dei principali obiettivi strategici da perseguire. In passato, questa indicazione non era poi stata messo in pratica, restando a uno stadio astratto senza identificare specifiche pratiche di riforma, per il timore di destabilizzare i già precari governi in carica. Oggi, occorre andare oltre un approccio pragmatico e appiattito sull’esistente, riformando le strategie per il Sahel. E’ un imperativo auspicato da alcuni analisti – come ad esempio, l’International Crisis Group -, ma questo richiede un’iniziativa più incisiva da parte di tutti i soggetti politici internazionali, coinvolgendo soprattutto molto di più, e non solo per quanto concerne gli aspetti militari, sia i governi e le diverse componenti delle società civili (impegnando risorse economiche ed umane in azioni di capacity building e di mediazione e pacificazione dei conflitti) dei Paesi della regione sia le organizzazioni regionali e panafricane.

Al riconoscimento, in gran parte acquisito, della gravità della crisi sotto il profilo securitario, va aggiunta una maggiore consapevolezza che essa sarà difficilmente risolta se non se ne affronteranno anche le radici, che non rimandano solo a fattori esterni, ma anche a conflitti interni e all’incapacità delle classi politiche locali ad affrontarli con riforme inclusive.

E’ chiaro che una migliore governance richiederebbe molto più denaro sotto forma di supporto esterno massiccio e continuo per finanziare e modernizzare i servizi di base e pagare i dipendenti pubblici degli Stati del Sahel. I Paesi del Sahel sono estremamente poveri, con la parziale eccezione della Mauritania (e della Nigeria). Lo sfruttamento delle risorse naturali in oro, uranio, gas e petrolio – così come prima con le colture semi-industriali di arachidi, cotone e tabacco – non ha alzato in modo apprezzabile gli standard di vita per la maggior parte dei Saheliani e i governi rimangono fortemente dipendenti dagli aiuti esterni internazionali.

I numeri raccontano una brutta storia: mentre in Francia ci sono 89 dipendenti pubblici ogni mille abitanti, in Burkina Faso il numero di dipendenti pubblici ogni mille abitanti è di appena 8, in Mali è di 6 (poco più di 100 mila dipendenti pubblici – esclusi i militari – per 22 milioni di abitanti), e in Niger di 3. Se gli Stati del Sahel sono attualmente troppo scheletrici, straordinariamente sottoamministrati, gran parte della colpa è delle politiche di “aggiustamento strutturale” imposte da FMI e Banca Mondiale negli anni ’80 e ’90, che hanno portato al taglio dell’occupazione nel settore pubblico.

Oggi, da dove dovrebbero arrivare le risorse finanziarie per assumere un numero maggiore di dipendenti pubblici per fornire una migliore governance e maggiori servizi per la popolazione? Certo ci sono le spese militari e il costo della corruzione (spesso un vero e proprio furto che si verifica al vertice della gerarchia civile o militare), ma in ogni caso, i tre funzionari nigerini dovrebbero svolgere il lavoro dei loro 89 omologhi in Francia. Questi numeri rendono risibile qualsiasi ipotesi di una programmazione tecnica e di “capacity building” intorno alla governance. Non è, infatti, immaginabile che i burocrati del Sahel, una volta “addestrati“, possano ottenere risultati migliori con una frazione del personale che si trova nei governi dell’Europa occidentale.

I governi e la classi politiche nazionali devono trovare e dedicare risorse economiche e umane per ricreare luoghi e spazi di riprogettazione e ricostruzione del tessuto e della coesione sociale comunitaria, attraverso cantieri sociali che coinvolgano i poveri, i giovani, le donne che attualmente sono sostanzialmente esclusi dai processi economici. E’ del tutto evidente che non ci sarà la pace senza il coinvolgimento di queste realtà. Il terrorismo jihadista si radica laddove lo Stato latita e i popoli sono abbandonati a sè stessi.

Nel corso di oltre un decennio, l’obiettivo dei governi nazionali ed internazionali è stato quello di prendere di mira i gruppi militanti e uccidere il maggior numero possibile di combattenti, ma oggi questi gruppi sono sempre più radicati nei territori. Questo anche perché, in realtà, le cause principali dei conflitti sono le varie disparità a livello sociale, politico ed economico e le metodologie della contro-insurrezione – operazioni segrete, infiltrazione, azioni psicologiche, controllo ravvicinato delle popolazioni – fanno sì che i civili siano le prime e le principali vittime della strategia della “guerra al terrorismo” e che i diritti umani e civili non vengano rispettati, alimentando il circolo vizioso dei conflitti e del risentimento contro lo Stato.

L’approccio e la retorica narrativa della “guerra al terrorismo” portano a commettere errori politici e strategici, soprattutto per quanto riguarda il modo riduttivo con cui si designano i nemici, riducendoli ad un unicum: i jihadisti. Limitano la comprensione dei fenomeni nel Sahel dove diverse motivazioni si intersecano, a volte si combinano, spesso si scontrano, mentre sarebbe bene distinguere tra la lotta armata all’interno di un quadro di riferimento islamico, l’insurrezione che ha l’obiettivo di riformare lo Stato e la violenza usata per cambiare i rapporti di potere tra le comunità etniche (che ormai coinvolgono i conflitti tra Tuareg, Peuhl/Fulani, Dogon, Bambara, Dierna, Mossi, etc.). L’approccio della “guerra al terrorismo” porta a mettere tutto assieme – jihadisti, indipendentisti, ladri di bestiame e narcotrafficanti – in linea con l’idea di un unico nemico. Certo, ci sono confini porosi e mutevoli tra queste categorie e tra alleanze di gruppi armati, ma ci sono anche significative differenze che vanno colte e sulle quali occorre intervenire.

Nel 2017, Francia e Germania hanno lanciato l’Alleanza del Sahel – la cui vocazione era armonizzare e coordinare le azioni dei donatori per accelerarne l’attuazione. Da allora, si sono moltiplicati gli annunci di nuove iniziative e strategie, in particolare con il partenariato per la sicurezza e la stabilità nel Sahel, ad agosto 2019, poi, la Coalizione per il Sahel, a gennaio 2020 che dovrebbero avere come primo obiettivo migliorare le condizioni di vita delle popolazioni direttamente colpite dai conflitti, attraverso un migliore accesso ai servizi di base. Ma, l’enfasi sulla minaccia jihadista globale e sulla “strategia di stabilizzazione” (con il monodimensionale “military first approach”) è rimasta prevalente, perché è anche un modo per giustificare gli interventi militari all’opinione pubblica occidentale da parte dei loro governi. Questo dà anche una spinta geopolitica ai leader locali. Finisce per legittimare l’istituzione di regimi eccezionali che violano lo Stato di diritto. Il successo delle insurrezioni jihadiste segnalano ed esprimono il bisogno di cambiamento delle società rurali saheliane locali, mentre la “strategia di stabilizzazione” finisce per assecondare il bisogno di stabilità delle élite che vivono nelle capitali, da Bamako a N’Djamena, da Niamey a Ouagadougou.

Inoltre, con questo approccio, alle forze militari (occidentali e locali) viene garantita l’impunità per tutte le atrocità commesse contro gli abitanti dei villaggi che dovrebbero proteggere. Tra febbraio e aprile del 2020 in Mali, Niger e Burkina Faso soldati governativi hanno distrutto villaggi e ucciso circa 200 civili, ha denunciato Amnesty International. Nel marzo 2021, i soldati chadiani dispiegati in Niger all’interno della missione G5 Sahel hanno violentato tre donne, tra cui una bambina di 11 anni. Episodi che hanno l’effetto di aumentare significativamente il reclutamento nei movimenti jihadisti, che si presentano come resistenza a un’occupazione militare, autoritaria e neocoloniale.

Alla fine, questi movimenti si radicano quando la popolazione locale cerca protezione per la sopravvivenza, non principalmente per motivi religiosi. Presentare il jihadismo come una minaccia importata dal mondo arabo e dare la colpa degli atti terroristici ad una radicalizzazione dell’Islam consente ai governi locali di minimizzare le responsabilità dei propri fallimenti. Al tempo stesso, impedisce un’analisi più dettagliata delle minacce e dei conflitti per causa, Paese e regione e impedisce quindi la risoluzione delle crisi politiche.

La Francia e i suoi alleati dovrebbero dare la priorità all’affrontare la crisi di governance della regione: incoraggiare gli Stati del Sahel a impegnarsi nel dialogo, ossia nel trovare soluzioni politiche ai conflitti, non solo con gli abitanti delle zone rurali – in particolare attenuando le crescenti tensioni intra e inter-comunitarie che ruotano intorno all’accesso alle risorse naturali (terra, acqua, animali) e che sono sfruttate dai jihadisti, assumendosi la responsabilità di attività a beneficio della popolazione locale, come il recupero del bestiame rubato (un tema da affidare ad una rafforzata polizia locale e non alle forze armate), e migliorando la fornitura dei servizi di base ai cittadini (assistenza sanitaria e istruzione) -, ma potenzialmente anche con i leader jihadisti per concordare dei cessate il fuoco e dei patti locali di non aggressione, nella speranza che nel medio-lungo termine il successo dell’apertura di un dialogo possa spingerli ad abbandonare la jihad violenta (compresa l’estrazione del zakat, la tassa islamica, sotto la minaccia delle armi). Da questo punto di vista, le autorità dovrebbero offrire una serie di incentivi simili a quelli offerti ai Tuareg ribelli del Niger a partire dagli anni ‘90, come l’impegno di integrare i combattenti smobilitati nelle forze di sicurezza, consentire l’ascesa a posizioni di influenza regionale di leader jihadisti che si impegnano a non usare la violenza nella lotta politica, proteggere le minoranze vulnerabili e investire in risorse per lo sviluppo regionale.

 

 

 

 

Il 10 febbraio 2020, IBK aveva affermato a Radio France International di voler aprire il dialogo con i leader jihadisti attivi nel suo Paese. Questo cambio di strategia era stato interpretato come un riconoscimento del fallimento del metodo militare finora utilizzato dai francesi. “Oggi ho il dovere e la missione di creare tutti gli spazi possibili e di fare tutto in modo che, in un modo o nell’altro, possiamo raggiungere una pacificazione. Poiché il numero di morti oggi nel Sahel sta diventando esponenziale, credo che sia tempo che vengano esplorate nuove strade”. Una dichiarazione che ha reso evidente che erano saltati i rapporti fiduciari tra Keïta e la Francia. Pochi mesi dopo (18 agosto), con oltre 3 milioni di profughi interni e dopo mesi di proteste popolari contro corruzione, disoccupazione, fame e jihadismo, il presidente ha annunciato le sue dimissioni (3 anni prima della fine del suo mandato) e lo scioglimento dell’assemblea nazionale alla televisione di Stato, poco dopo che lui e il primo ministro Boubou Cissé sono stati sequestrati da soldati ribelli guidati da colonnelli in un di colpo di Stato.E’ bene ricordare che ai tempi della Guerra Fredda il Mali faceva parte della sfera di influenza dell’Unione Sovietica, alla quale era legato attraverso la collaborazione economica e militare. La Russia potrebbe quindi profittare del colpo di Stato del maggio scorso che, secondo alcuni osservatori, avrebbe influenzato. Mosca, infatti, ha in questi anni rafforzato la presenza nel Paese con una serie di accordi di cooperazione militare e ha beneficiato della presenza di simpatizzanti filo-russi. Ma, soprattutto il colonnello Assimi Goita è considerato uomo vicino a Mosca. Mercenari e consiglieri militari russi e turchi sono stati avvistati nei pressi di Kati già durante il golpe di agosto 2020. Anche la Turchia, attualmente impegnata su più fronti (come Libia e Mediterraneo orientale) contro la Francia, starebbe dialogando con la giunta di Bamako. Ankara sta rafforzando i legami con le capitali del Sahel, costruendo moschee e ospedali e aprendo i mercati di esportazione. Il suo patto di difesa con Niamey (rimasto segreto e firmato nel 2020) ha portato Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti, ma anche Francia, a sospettare le sue intenzioni. A far gola a Russia e Turchia sono le prospettive economiche e le ricche possibilità di cooperazione militare coi Paesi saheliani impegnati nella lotta al jihadismo.La situazione politica è tutt’altro che stabilizzata se si pensa che il 20 luglio una persona ha tentato di accoltellare Goita durante il rito musulmano dell’Eid al-Adha, la festa del Sacrificio, presso la Grande Moschea di Bamako. È stato dopo la preghiera e mentre l’imam si dirigeva verso l’uscita della moschea per macellare le pecore che si sono svolti i fatti. Goita è stato poi portato via, senza che sia stato ferito. L’attentatore è morto 5 giorni dopo in circostanze non chiarite mentre era detenuto. Negli ultimi due anni, la regione di confine del Niger di Tillabéri è stata scossa dagli attacchi jihadisti alle forze di sicurezza e negli ultimi mesi è diventata anche uno degli epicentri della violenza intra e inter-comunitaria. In quattro recenti occasioni (2 gennaio e 15 e 21 marzo), circa 270 cittadini, quasi tutti dell’etnia maggioritaria Djerma (che sono in prevalenza agricoltori sedentari), sono stati massacrati, suscitando timori di ritorsioni fuori controllo. Questi assalti sono stati rivendicati da affiliati allo Stato Islamico e sono avvenuti dopo che gli abitanti dei villaggi di etnia Djerma si sono rifiutati di pagare la tassa islamica (zakat) e hanno deciso di armarsi volontariamente sotto il comando di ufficiali militari in pensione contro i jihadisti, che sono percepiti localmente come per lo più appartenenti all’etnia Peuhl/Fulani e visti come i principali responsabili di un’ondata di criminalità. Le autorità nigerine continuano a scoraggiare la formazione di milizie di autodifesa volontaria, cercando di intensificare gli sforzi per proteggere i villaggi e di disinnescare le tensioni inter-comunitarie.L’esercito maliano, come altri nella regione del Sahel, ha dovuto assimilare diverse ondate di ex combattenti, soprattutto Tuareg, a seguito di vari accordi di pace (1992, 2006, 2013, 2015). La paga dei soldati rimane inadeguata, le condizioni per l’avanzamento sono controverse e la corruzione è endemica anche nell’alto comando; elicotteri e aerei da combattimento troppo costosi acquistati negli anni ’90 sul mercato internazionale si sono rivelati inutilizzabili. L’esercito del Mali, nonostante sia stato equipaggiato e addestrato da UE, Francia e Stati Uniti, e ricostruito secondo un ambizioso piano quinquennale dal 2015, ha subito molteplici battute d’arresto: è stato attaccato e presto sopraffatto nelle sue caserme nel centro del Mali, e cacciato dal nord, che non controllava completamente da decenni, riguadagnando un debole punto d’appoggio solo nel gennaio 2020.Durante un raid nel giugno 2018, gli uomini Dozo hanno circondato un villaggio nella regione di Mopti, hanno separato quelli del gruppo etnico Peu/Fulani dagli altri abitanti del villaggio e hanno ucciso 32 persone, prendendo di mira loro a causa del loro percepito sostegno ai jihadisti. Il massacro più grave è avvenuto nella notte tra il 23 e il 24 marzo 2019, quando un gruppo armato ha preso d’assalto il villaggio Fulani di Ogossagou, situato a circa 15 chilometri a est della città di Bankass. Sono state uccise quasi 160 persone di etnia Peuhl/Fulani, tra cui donne, bambini e anziani, è stato macellato bestiame e bruciate almeno 220 case e dozzine di granai. Il gruppo armato di vigilanti Dogon, Dana Ambassagou (“cacciatori che confidano in Dio”), formato prevalentemente da membri della confraternita dei cacciatori Dozo alla fine del 2016 (dopo l’assassinio da parte dei jihadisti di un famoso cacciatore Dogon, Théodore Somboro), è accusato della strage. Da allora, massacri simili, ma di minori dimensioni, colpiscono periodicamente la regione e gli omicidi mirati sono diventati quasi quotidiani.I jihadisti sono molto mobili sul territorio e usano anche foreste, riserve naturali e parchi nazionali come rifugi dove possono muoversi liberamente tra i diversi Stati e provare anche ad espandersi in tutto il Golfo di Guinea, arrivando ad avere una presenza attiva nelle regioni settentrionali di Senegal, Benin Togo, Costa d’Avorio e Ghana. I parchi di Comoé, in Costa d’Avorio, e Pendjari in Benin, sono stati teatro di attacchi terroristici, mentre quelli di W in Niger e Arby in Burkina Faso sono pieni di gruppi armati. L’ISGS ha stabilito una delle sue basi principali nella foresta di Ansongo, che separa il Mali dal Niger, poco lontano dalle regioni mliane centrali di Gao e Ménaka che, tra gennaio e marzo del 2021 sono state bersaglio di una dozzina di attacchi, con quello più violento che ha provocato la morte di circa 30 soldati maliani a Tessit (15 marzo). Nel parco nazionale di Pama, nel Burkina Faso orientale, vicino al confine con il Benin, sono stati uccisi due gornalisti spagnoli e un ambientalista irlandese il 26 aprile 2021. Le forze speciali burkinabé, supportate dalle forze convenzionali, hanno condotto un’offensiva nei parchi forestali a fine luglio e diversi “terroristi” sarebbero stati “neutralizzatie una trentina di moto distrutte. Nelle riserve naturali i miliziani trovano anche risorse da contrabbandare, in particolare animali, avorio e legname. Se i jihadisti riuscissero a diffondersi nell’area settentrionale del Golfo di Guinea, destabilizzando ulteriormente l’Africa Occidentale, potrebbero allargare la crisi umanitaria e disperdere i militanti, rendendo più difficile la loro sconfitta. La strategia delle milizie jihadiste di fare leva sui conflitti intercomunitari facendosi portavoce di un gruppo discriminato come i Peuhl/Fulani è la stessa che è stata adottata dall’ISIS in Iraq, dove si è proposto come portavoce della minoranza sunnita. E come è successo con i sunniti in Iraq, ora in Mali i Peuhl/Fulani sono i primi sospettati di ogni attentato.La scomparsa dei funzionari statali fuori dalle città è il fenomeno più immediatamente visibile: in un cerchio (l’equivalente di una provincia), i funzionari statali sono poco più di dieci. Questi ultimi – in particolare giudici e prefetti – non hanno tutele e risiedono raramente fuori città. I prefetti hanno perso gran parte delle loro prerogative nel processo di decentramento in atto dagli anni ’90 e principalmente mediano. Gli incidenti ricorrenti – riguardanti la riscossione dei tributi o alcune decisioni giudiziarie – determinano un sistematico arretramento dello Stato, che preferisce trasferire i dipendenti pubblici piuttosto che rischiare una rivolta. I servizi pubblici di base sono sempre meno funzionali, con una corruzione endemica nel sistema giudiziario e un notevole deterioramento della qualità dell’istruzione. Le tasse non si pagano più: la pressione fiscale in Mali è inferiore al 10%.A Tin-Ama, un villaggio vicino al confine con il Niger, i miliziani dello Stato Islamico nel Grande Sahara hanno amputato una mano destra e un piede sinistro a tre uomini condannati da un tribunale islamico per aver rapinato i passeggeri di un autobus. La punizione è stata eseguita in un giorno di mercato davanti a una grande folla. In un rapporto, pubblicato nel giugno 2020, l’ONU segnala che almeno dieci persone sospettate di furto da parte della polizia islamica sono state amputate, a Gao e ad Ansongo. Fenomeni simili sono stati segnalati nel nord del Burkina Faso, dove l’ISIS spera di espandersi. In questo modo, stanno dimostrando la loro intenzione di fornire legge e ordine, mentre le comunità locali non mettono in discussione i metodi attraverso cui avviene questa fornitura. Questo tipo di pena era stato applicato anche in Mali nella primavera del 2012, quando le principali città del nord del Paese caddero nelle mani di una coalizione di gruppi jihadisti, ed erano stati istituiti tribunali con giudici musulmani che avrebbero dovuto essere il simbolo della genesi di un governo islamico che poi è stato sconfitto dall’operazione militare francese Serval nel 2013.E’ bene ricordare che l’ex presidente in esilio del Burkina Faso, Blaise Compaoré, sarà processato in contumacia (insieme ad altre 13 persone) per l’omicidio di Thomas Sankara, uno dei leader africani post-indipendenza più venerati, ucciso in un colpo di Stato del 1987. Sankara, un leader marxista e panafricano, è stato assassinato dopo quattro anni al potere e gli è succeduto il suo ex amico Compaoré, che ha ripetutamente negato il suo coinvolgimento nell’assassinio. Compaoré è diventato uno dei leader africani più longevi, governando il Burkina Faso per 27 anni. L’ex presidente è in esilio in Costa d’Avorio dal 2014 (Paese che gli ha anche concesso la cittadinanza e ha rifiutato di concedere l’estradizione), quando è stato spazzato via dalle proteste di massa innescate dal suo tentativo di estendere il suo mandato. Il processo è un momento fondamentale in una ricerca di giustizia durata 34 anni, guidata dalla famiglia di Sankara e sostenuta da molti in Burkina Faso. Sankara, noto come il Che Guevara africano, era salito al potere nel 1983 dopo una lotta interna a seguito di un colpo di Stato. A 33 anni, era uno dei leader più giovani della storia africana moderna. Il suo programma radicale di nazionalizzazioni, ridistribuzione della terra e benessere sociale di massa è stato visto come trasformativo, nel corso di un governo di quattro anni di uno dei Paesi più poveri del mondo. Investimenti nell’istruzione e nella fornitura di assistenza sanitaria, riforme sociali per porre fine alla poligamia e alle mutilazioni genitali femminili, il suo veemente sostegno all’indipendenza dal dominio coloniale in Africa e il disconoscimento degli aiuti da parte delle istituzioni finanziarie occidentali come l’FMI e la Banca Mondiale hanno reso il 37enne caro a molti nel continente. La sua amministrazione è stata anche criticata per aver ridotto la libertà di stampa e l’opposizione politica nel Paese prima di essere ucciso. In Burkina Faso, la reputazione di Sankara è cresciuta solo dopo la sua morte, in mezzo all’impoverimento diffuso.Secondo un rapporto del Programma ONU per lo Sviluppo (UNDP) pubblicato a giugno, i miliziani di Boko Haram sono responsabili di 350 mila vittime, considerando anche quelle indirette, la maggior parte per malattia e fame, che rappresentano l’impatto generale che oltre 12 anni di terrorismo hanno provocato nel nord-est della Nigeria, ma anche in diverse zone dei confinanti Cameroun, Chad e Niger. Secondo il rapporto, tra l’altro, oltre il 90% delle morti attribuibili al conflitto (circa 324mila) sono rappresentate da bambini di età inferiore ai cinque anni. Migliaia di sfollati, infatti, non hanno avuto accesso a cibo, strutture sanitarie, rifugi e acqua pulita, con una maggiore vulnerabilità dei bambini. Nella regione del Lago Ciad, secondo l’ONU “oltre 3,2 milioni di individui sono sfollati, con 5,3 milioni di persone la cui insicurezza alimentare è ai livelli di crisi e di emergenza”. La situazione peggiore resta quella degli Stati nigeriani del nord-est: Borno, Adamawa e Yobe. “Nel solo nord-est della Nigeria, 13,1 milioni di persone vivono in aree colpite dal conflitto, di cui 8,7 milioni hanno bisogno di assistenza immediata”, afferma l’ONU. Secondo l’UNDP, se il conflitto continuerà fino al 2030 oltre 1,1 milioni di persone potrebbero morire. ”La distruzione e lo sfollamento hanno rallentato di decenni lo sviluppo nella regione e il conflitto continuo non farà che provocare nuove cicatrici all’intera area.”Abubakar Shekau, il famigerato fondatore e leader di Boko Haram, è stato ucciso nel maggio 2021 dopo essersi fatto esplodere con un ordigno esplosivo, mentre era inseguito dai miliziani dello Stato Islamico dell’Africa Occidentale (Iswap). I combattenti Iswap avevano preso d’assalto la foresta di Sambisa, una fascia di foresta densa strategicamente importante nel nord-est della Nigeria, che era la base di Shekau. L’operazione dell’Iswap contro Shekau era stata lanciata su ordine diretto della leadership dell’ISIS in Medio Oriente che lo considerava incontrollabile, imprevedibile, troppo estremista e violento (fautore delle uccisioni di civili anche se musulmani). Shekau è stato responsabile dell’utilizzo di giovani donne e ragazze come attentatori suicidi e del rapimento di 300 studentesse da un collegio divenuto noto a livello mondiale nel 2014. La morte di Shekau ha deliziato e, allo stesso tempo, imbarazzato i servizi di sicurezza nigeriani e internazionali, che hanno trascorso dieci anni dedicando enormi risorse alla sua caccia. Ma, soprattutto, ha evidenziato la continua portata globale dell’ISIS attraverso le sue affiliate (Iswap) e la possibilità di un’ulteriore sua espansione in Africa.I rapimenti su larga scala di dozzine o addirittura centinaia di persone, compreso un rapimento di oltre 130 studenti nello Stato del Niger il 30 maggio, sono diventati più facili da realizzare poiché il flusso di armi dal Nord Africa e dal Sahel è aumentato dalla guerra civile in Libia nel 2011. I funzionari di polizia lamentano che i banditi sono spesso meglio armati delle forze di sicurezza locali. Alcuni banditi hanno anche acquistato armi da poliziotti e soldati, direttamente o tramite intermediari del mercato nero, come storicamente ha fatto Boko Haram nel nord-est. La corruzione, spesso ai massimi livelli, ha a lungo tormentato gli sforzi della Nigeria per combattere l’insicurezza. Un ex consigliere per la sicurezza nazionale e un ex capo dell’aeronautica, tra gli altri, sono finiti sotto processo per appropriazione indebita nella lotta contro Boko Haram.Le forze di sicurezza nel nord-ovest sono sovraccariche e spesso non riescono a rispondere agli attacchi. I funzionari incolpano la carenza di manodopera e di fondi, in particolare tra la polizia, sebbene queste siano aggravate da discutibili allocazioni delle risorse esistenti. Molte forze di polizia sono concentrate nelle capitali degli Stati, dove sorvegliano gli uffici governativi, nonché i politici, uomini d’affari e le imprese che possono permettersi di assumere una protezione. Le unità militari hanno assunto gran parte dell’onere di condurre pattuglie (a volte in coordinamento con polizia e paramilitari) e offensive su enclave di banditi. Con schieramenti attivi in circa 30 Stati su 36, l’esercito può disporre di pochi uomini per il nord-ovest. A Kaduna sono state chiamate unità speciali dell’aviazione per rafforzare la limitata presenza dell’esercito. Lo Stato del Niger, il più grande Stato della Nigeria in termini di massa continentale, ha solo 4.000 agenti di polizia, con 10 divisioni concentrate nella capitale dello Stato. I banditi viaggiano in moto lungo i sentieri poco conosciuti della transumanza, dando loro più mobilità rispetto ai veicoli più pesanti della polizia e dei militari. Nella capitale dello Stato di Kaduna, dove i banditi hanno recentemente rapito 39 studenti universitari in fondo alla strada dall’Accademia della Difesa Nigeriana, molti residenti sono preoccupati persino di spostarsi in città.Il 18 luglio 2021, per la prima volta dalla comparsa del fenomeno nel 2011, dei “banditi” hanno abbattuto un caccia dell’esercito nigeriano nello Stato di Zamfara, nella Nigeria Occidentale. Un evento che dimostra che il conflitto con il banditismo ha assunto ormai una nuova dimensione militare. I “banditisono riusciti ad accumulare armi – come missili antiarei – capaci di distruggere obiettivi militari importanti.Le moto sono i mezzi di trasporto fondamentali utilizzati dai ribelli nelle operazioni di attacco. Il Ministero della Difesa francese, ad esempio, ha comunicato di aver distrutto/catturato durante il 2020 ben 700 moto utilizzate dagli insorti in Mali. Il 3 febbraio 2021 una colonna di ribelli ha assaltato la posizione di Boni, nel Mali centrale, arrivando a bordo di 100 motociclette e di un blindato preda bellica: la guarnigione è stata costretta a ripiegare e l’aviazione francese ha condotto raids (uno dei quali avrebbe causato vittime civili). La posizione di Boni è stata attaccata nuovamente a fine giugno e sei soldati maliani sono stati uccisi e un altro è rimasto ferito. Alle truppe della Unité légère de reconnaisance et d’intervention maliana sono state fornite moto di produzione cinese – 125, marca Sanya -, indiana e giapponese poi dotate di GPS e sottoposte a modifiche per renderle compatibili all’impiego bellico. Un ufficiale ha spiegato i vantaggi: consumano poco rispetto a modelli più sofisticati, costano 400-500 euro, la manutenzione è facile ed è possibile rimediare pezzi di ricambio sul posto. La logistica – ricordiamolo – è uno dei nodi più duri nel Sahel. L’esercito francese, per parte sua, ha condotto un training specifico con moto da cross spagnole Rieju a Camp Canjuers, il grande poligono nel Var.Tradizionalmente, la maggior parte delle persone nel Sahel sono semi-nomadi, coltivando e allevando bestiame in un sistema di transumanza, che è probabilmente il modo più sostenibile di utilizzare il Sahel. La differenza tra il nord secco, ma con livelli più elevati di nutrienti del suolo, e il sud più umido viene sfruttata in modo che le mandrie pascolino con erbe di alta qualità nel nord durante la stagione delle piogge e percorrano diverse centinaia di chilometri verso sud, per pascolare erba più abbondante, ma meno nutriente durante il periodo secco. L’aumento degli insediamenti permanenti e della pastorizia nelle aree fertili è stato fonte di conflitti con i pastori nomadi tradizionali.Nelle regioni della savana di tipo sudanese a sud, la coltivazione del cotone viene condotta in modo tradizionale, senza irrigazione e con pochissima meccanizzazione, e ha permesso, attraverso la sua organizzazione integrata, di distribuire reddito (cash crop) nelle campagne, migliorare le pratiche agricole e contribuire con attrezzature al miglioramento della vita nelle aree interessate. Il reddito generato dal cotone consente l’acquisizione di input e attrezzature agricole che avvantaggiano direttamente le colture alimentari. Ad esempio, in Mali, il 56% della produzione cerealicola proviene da bacini di cotone. Ha facilitato anche l’accesso ai servizi sanitari ed educativi e la promozione di cooperative e organizzazioni professionali. Inoltre, la coltivazione del cotone contribuisce alla sicurezza alimentare, attraverso la produzione di olio di semi di cotone per il consumo umano, mentre gli scarti diventano mangimi per il bestiame. I principali Paesi produttori di cotone dell’Africa occidentale e centrale – Mali, Benin, Costa d’Avorio, Burkina Faso, Cameroun, Chad, Togo e Senegal – producono da soli 1,3 milioni di tonnellate di filaccia di cotone, che rappresenta il 14% del commercio mondiale. Le aree di questi Paesi rappresentano circa 3,4 milioni di ettari su cui lavorano 2,5 milioni di agricoltori. Si stima che in totale, 30 milioni di persone vivono di cotone e che nel 2019/2020 l’attività cotoniera abbia permesso di iniettare più di 800 miliardi di franchi CFA (circa 1,2 miliardi di euro) nelle aree di produzione. Si tratta di un sistema produttivo essenzialmente familiare, con aziende agricole dell’ordine di poco più di un ettaro in media.In Mali, ad esempio, una delle dispute territoriali più famose riguarda il conflitto tra il villaggio Peuhl/Fulani di Sari e i Dogon di Dinangourou (nel distretto di Koro). Nel 2012 questo conflitto ha causato il massacro di oltre 40 Peuhl/Fulani, la completa distruzione del villaggio e l’esilio di oltre 200 Peuhl/Fulani in Burkina Faso. A nord del distretto di Koro, da decenni un conflitto oppone i Dogon di Gondogourou ai Peuhl/Fulani di Mbana. In questa zona, l’occupazione da parte dei contadini Dogon di una riserva pastorale denominata Tolodié, sotto il controllo dei Peuhl/Fulani, sta provocando tensioni tra le due comunità. Nel 2002, queste tensioni sono aumentate, spingendo i Dogon ad attaccare il villaggio Peuhl/Fulani di Mbana, uccidendo almeno cinque persone, compreso il capo villaggio. Nonostante diverse decisioni del tribunale, il conflitto non è stato risolto. Nel 2017 le tensioni sono riemerse dopo la costituzione di gruppi armati di volontari, composti principalmente da Peuhl/Fulani e Dogon, che hanno dato origine a nuovi scontri durante i quali è stato assassinato il cacciatore Souleymane Guindo, fervente difensore degli “interessi Dogondella zona. La sua morte ha contribuito allo scoppio della violenza che ha travolto l’intera regione.L’organizzazione jihadista Katiba Macina è saldamente radicata nella regione di esondazione del delta interno del fiume Niger, a forte predominanza Peuhl/Fulani, e attira simpatizzanti dall’area, in particolare tra i pastori nomadi Peuhl/Fulani, giocando su dinamiche molto locali: tensioni intracomunitarie, conflitti territoriali tra comunità nomadi e sedentarie, e strumentalizzazione di gruppi alloctoni impoveriti dopo la grande siccità del Sahel.

L’articolo Il Sahel sarà l’Afghanistan dell’Europa? – Parte Seconda proviene da Transform! Italia.

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