Il tempo di chi non è libero

La relazione annuale al Parlamento del Garante nazionale delle persone private della libertà personale1 è una lettura estremamente interessante non solo per chi si occupa di luoghi di custodia e segregazione ma anche – e forse soprattutto – per chi non se ne occupa e non li conosce. È, infatti, soprattutto nelle prime 130 pagine2, tutt’altro che un testo per addetti ai lavori, perché è ricco di spunti di riflessione sulla società, sulle relazioni che la attraversano e la costuiscono, sulle idee che la percorrono, sulle spinte e sulle resistenze al cambiamento. Il linguaggio e lo stile della relazione stimolano ulteriori letture e approfondimenti e ci interrogano sulla consapevolezza con la quale parliamo di temi decisivi per le esistenze di chi è – temporaneamente o permanentemente – privato della libertà: i detenuti in carcere, i migranti nei centri di rimpatrio o negli hotspot, le persone trattenute nelle residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza, gli anziani e i disabili confinati nelle strutture di lungo-degenza…3. Una condizione in cui opera il sequestro dell’autonomia decisionale, di riduzione a “minus habens” di fatto, anche se non codificata giuridicamente (come nei casi, minoritari) di interdizione legale e di tutela.

Ognuno di noi conosce almeno una storia e/o un luogo di privazione della libertà, direttamente o attraverso i racconti di altri. Nella Relazione se ne raccontano, con misura e dettaglio, due che stimolano ulteriormente una necessaria riflessione. Sono due storie di eccesso di tutela, potremmo dire, l’una di una persona considerata esposta al pericolo di truffe a causa della sua età, l’altra di una persona considerata potenzialmente pericolosa a causa della sua condizione di straniero irregolare.
La prima storia è quella di Carlo Gilardi, un ex professore novantunenne ricoverato nel 2020 in una struttura residenziale su istanza all’autorità giudiziaria dell’amministratore di sostegno per proteggerlo da potenziali profittatori. Il tempo di permanenza, che sarebbe dovuto essere breve ed esclusivamente finalizzato alla costruzione di condizioni di ritorno in sicurezza a casa, è diventato indefinito. “Una sorta di ‘inglobamento’ all’interno dell’istituzione che di fatto limita la sua capacità di autodeterminazione e lo separa dal mondo esterno e da quella che era stata fino ad allora la sua vita, anche per il divieto o la forte limitazione dettati dalle autorità responsabili di ricevere visite di familiari e di conoscenti, se non in sporadici casi. […] Il tutto in funzione della sua protezione. Sorge allora l’interrogativo di cosa significhi proteggere una persona quando la protezione stessa finisce col togliere il senso – debole, ma consueto – assegnato dalla persona alla propria vita” (pp. 52-53).
La seconda storia è quella di Musa Balde, cittadino guineano di 23 anni morto suicida il 23 maggio del 2021 all’interno di una delle stanze del reparto di isolamento sanitario detto “ospedaletto” del CPR di Torino4, 14 giorni dopo essere stato brutalmente pestato a Ventimiglia ed essere passato attraverso diverse strutture pubbliche senza ricevere alcuna forma di supporto psicologico quale vittima di reato. “Rimane il dubbio che, forse, se la risposta ai suoi bisogni contingenti, quelli di una persona aggredita, percossa per strada, fosse stata diversa, se la sua presa in carico da parte delle autorità pubbliche avesse tenuto conto, non solo della sua condizione di straniero irregolare, ma del riconoscimento dei suoi diritti e del suo bisogno di cura nel senso più ampio del termine, probabilmente ora si racconterebbe (o non si racconterebbe affatto) una storia diversa” (p. 69).

Le relazioni sono sempre percorse da un “filo di Arianna”, che consente di attraversare gli spazi e le dimensioni analizzati: negli anni precedenti sono stati offerti spunti di lettura dei luoghi, delle persone, delle parole con cui ci si misura con la privazione della libertà, delle norme che la regolamentano. Il “filo” di quest’anno è il tempo, tema tanto suggestivo quanto apparentemente banale in questo contesto, trattato invece approfonditamente anche con ampi riferimenti alla saggistica, alla narrativa, alla poesia e alla musica e oggetto di contributi esterni all’Ufficio del garante e per lo più lontani dal suo ambito di competenze5. Un filo che si dipana attraverso i mutamenti percettivi dello stesso concetto di tempo nelle varie fasi che si snodano da un evento alle sue conseguenze, alla successiva realtà vissuta, al difficile recupero della libertà. Ci sono, perciò, un ampio capitolo dedicato al “tempo dell’inizio”, quello della decisione presa o subita che cambia la vita (per esempio “l’attimo di una speranza”, che è quello della decisione di lasciare il proprio paese per un luogo più sicuro o che offra maggiori opportunità); uno incentrato sul “tempo riconfigurato”, nel quale si manifestano gli effetti di quella decisione iniziale (espropriato, sospeso, disciplinante); uno che affronta la “durata”, cioè la misura quantitativa della privazione della libertà ma anche dell’operato di chi ha la responsabilità pubblica di affrontare le questioni che questa limitazione produce.

Di questo ultimo aspetto si occupa la sezione “Orizzonti” della relazione, nella quale si affronta la questione di cosa si può fare, di cosa si dovrebbe fare (e non si sta facendo): si parla di abolizione dell’ergastolo ostativo, di affettività e sessualità in carcere, di ampliamento delle misure alternative al carcere, di superamento dei cosiddetti “decreti flussi”, del riconoscimento della cittadinanza italiana ai minori figli di stranieri, di strumenti di riconoscimento degli operatori di polizia, di cessazione delle pratiche di contenzione, di ripensamento del sistema delle residenze per l’attuazione delle misure di sicurezza, che rischiano di diventare i nuovi ospedali psichiatrici giudiziari.
Un bel po’ di lavoro per il Parlamento, se volesse farlo.

Maria Pia Calemme

La sesta edizione della relazione, quella di quest’anno, è disponibile all’indirizzo: https://www.garantenazionaleprivatiliberta.it/gnpl/resources/cms/documents/c8c57989b3cd40a71d5df913412a3275.pdf. Dal sito del Garante sono scaricabili anche le precedenti relazioni.Ampia parte della relazione è dedicata ai contributi dei singoli Garanti territoriali e alle raccomandazioni del Garante nazionale, con i relativi esiti.Una voluminosa appendice alla relazione – disponibile sullo stesso sito del Garante – riporta, come di consueto, tabelle e grafici che “fotografano” la condizione delle persone e la situazione dei luoghi sui quali l’Ufficio ha competenza: istituti penitenziari per adulti, istituti penali e centri di prima accoglienza per i minori, reparti ospedalieri detentivi e camere detentive di degenza ospedaliera, comunità per adulti e minori, residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza (REMS), strutture psichiatriche pubbliche e private, presidi assisistenziali per anziari e disabili (tra cui RSA e RSD), camere di sicurezza di Polizia, Carabinieri e Guardia di finanza, centri di permanenza per i rimpatri, hotspot, locali di trattenimento ai valichi di frontiera, voli di rimpatrio forzato, navi quarantena e altri luoghi formali di quarantena (tra cui gli hotel Covid-19).Il repartino è stato chiuso a settembre dello scorso anno a seguito della Raccomandazione del Garante.Sono i testi di Carlo Rovelli, fisico; Matteo Maria Zuppi, presidente della CEI; Fiorinda Li Vigni, segretario generale dell’Istituto Italiano per gli Studi filosofici; Davide Petrini, docente di diritto penale; Massimo Bray, direttore generale dell’Istituto dell’Enciclopedia Italiana.

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