Il vero degrado di Roma

di Paolo Berdini –

Il degrado di Roma ha radici lontane. Oggi continua a scendere come in un girone infernale, con gli autobus che prendono fuoco e le stazioni della metropolitana chiuse per mancanza di sicurezza, ma la causa principale del degrado sta nel fatto che da decenni si è smarrito il quadro complessivo della città e si è continuato a rincorrere gli eventi straordinari come i mondiali di nuoto del 2008 o lo stadio della Roma. Con la cultura dei grandi eventi si vuol far scomparire i problemi reali. Scompare infatti lo stato disperato delle periferie. Scompare il debito economico insostenibile che sta soffocando la città. Ad oggi, come noto, l’indebitamento della città è di 13,5 miliardi ed è questa cifra che spiega il degrado imperante.

Roma aveva bisogno di uno scatto culturale fin dal 2012, quando era evidente che si erano esauriti i meccanismi su cui la città era cresciuta. La crisi economica e finanziaria del 2008 aveva già provocato un vero e proprio terremoto. Finiva il lungo periodo della crescita dei valori fondiari e molte ipotesi di trasformazione urbana si bloccano. Roma, in particolare, è stata la città italiana che con più convinzione ha praticato l’urbanistica neoliberista. La sinistra postcomunista, che non aveva evidentemente fatto ancora i conti con l’economia di mercato, era salita con entusiasmo sul carro della ”valorizzazione immobiliare”. La nuova urbanistica capitolina iniziò con il “pianificar facendo”, un artificio linguistico che giustificò molte discutibili scelte, fino ad approdare al “modello Roma” di Goffredo Bettini e Walter Veltroni.

Fino alla crisi del 2008, molte proposte private erano state accettate dalle amministrazioni capitoline convinte che solo l’iniziativa privata fosse in grado di cambiare la città. Le amministrazioni pubbliche si limitavano ad un ruolo di passiva accettazione, il motore della crescita dei valori immobiliari giustificava il via libera ad ogni progetto.

Del resto, i valori immobiliari in Italia sono aumentati esponenzialmente a partire dal 1995 e tale aumento consentiva di far funzionare il meccanismo dell’urbanistica contrattata. Venivano accettate le più disparate proposte, poiché ogni volta il proponente metteva sul piatto della bilancia un pacchetto di opere pubbliche che le amministrazioni locali non potevano più permettersi di realizzare a causa dei tagli dei bilanci imposti dalle politiche di bilancio. Si poteva abolire ogni forma di governo pubblico del territorio perché il motore della rendita non si sarebbe fermato mai.

Con la crisi del 2008 quel meccanismo è entrato in crisi e da allora, nella capitale sono oltre cento i progetti e le opere incompiute. L’urbanistica contrattata che ha privatizzato la città lascia dunque un cumulo di macerie, fisiche e morali, in termini di vivibilità, socialità e benessere urbano. Si tratta di 8 convenzioni urbanistiche bloccate; di 17 tentativi di valorizzazione immobiliare fermi a causa della crisi del mattone; di 12 parchi e servizi pubblici mai aperti; 30 quartieri di edilizia pubblica da completare; 20 punti verde qualità abbandonati; 30 piani urbanistici per le periferie chiusi nei cassetti. Una città abbandonata a se stessa.

Il caso delle convenzioni tra il comune (la collettività) e la grande proprietà fondiaria è il paradigma della privatizzazione della città che ha trionfato a Roma. Alcuni esempi.

Piazza dei Navigatori è un luogo strategico a metà strada tra il centro storico e l’Eur lungo la via Cristoforo Colombo. La convenzione stipulata con i proprietari prevedeva che a fronte di uffici e abitazioni si sarebbero dovute realizzare alcune opere pubbliche, tra cui un sottovia di attraversamento della Cristoforo Colombo. Da anni una buona parte degli edifici privati è completato ma delle opere pubbliche non c’è traccia.

Stesso discorso vale per il complesso delle Terrazze del Presidente di Acilia, nome pretenzioso poiché i piani alti degli edifici vedono in lontananza il meraviglioso polmone verde della tenuta di Castel Porziano della Presidenza della Repubblica. Negli anni ‘80 furono realizzati numerosi scheletri di edifici da destinare a uffici e attività produttive. Con le deroghe previste dalla legislazione sul condono, la proprietà (gruppo Pulcini) stipulò con il Comune di Roma una convenzione che in cambio della possibilità di realizzare residenze in quegli scheletri, prevedeva di realizzare un sottovia di attraversamento carrabile della via Cristoforo Colombo.

Da circa venti anni centinaia di alloggi sono stati completati e venduti. Centinaia di famiglie vivono in una perenne opera incompiuta perché alcuni scheletri stanno ancora lì a ricordare le origini della zona. E, ogni giorno, per immettersi sulla Cristoforo Colombo trascorrono venti o trenta minuti in fila in attesa che si costruisca il sottovia che, in tutta l’Europa civile, sarebbe stato realizzato prima delle abitazioni.

Cambiamo zona. Lungo la via Flaminia, a nord della città, nel quadrante di Tor di Quinto, fu approvato negli anni novanta l’ennesimo cambio di destinazione d’uso da manufatti produttivi in abitazioni proposto dai proprietari (gruppo Bonifaci). Nella convenzione urbanistica furono previste opere pubbliche quali il potenziamento di una stazione ferroviaria e una nuova sede del municipio. Gli appartamenti sono stati terminati da anni, venduti e abitati da famiglie che ancora oggi si affacciano su una barriera antirumore che attenua malamente il frastuono dell’autostrada urbana della via Flaminia. Ovviamente, le opere pubbliche non ci sono ancora.

All’Alberone, quartiere della periferia storica orientale, esisteva un deposito di materiale rotabile della Stefer, la società che gestiva le linee tramviarie periferiche. L’area venne “privatizzata” per realizzare un centro commerciale, in cambio si prevedeva la realizzazione della sede del mercato pubblico che attualmente insiste, degradandole, sulle strade vicine. Dal 2014 il centro commerciale “Happio” realizzato dal gruppo Mezzaroma è funzionante, mentre l’edificio destinato al mercato è ancora al di là dall’essere completato.

Sempre in tema di depositi delle società di trasporto è da sottolineare il caso della privatizzazione dell’edificio dell’Atac di via della Lega Lombarda. La vendita avvenne a favore dell’impresa Parsitalia (la stessa società promotrice dello stadio della Roma) e, in cambio, era stata progettata la costruzione di una biblioteca pubblica e di altri servizi. Gli alloggi sono stati tutti realizzati e venduti. La parte pubblica, invece, non c’è e l’area è un esempio di degrado in un quartiere poco distante dall’Università La Sapienza e dalla nuova stazione ferroviaria “Tiburtina”.

Tor Marancia è uno splendido esempio di campagna romana adiacente all’Appia Antica e la sua salvaguardia fu l’ultima battaglia di Antonio Cederna. Le volumetrie previste furono trasferite, con un enorme incremento, in altri luoghi. Gli alloggi previsti sono stati ultimati da molti anni ma il parco di Tor Marancia è ancora un sogno per i cittadini.

E’ nell’urbanistica malata e nei diritti negati alla popolazione il vero degrado di Roma

Guarda il video Il vero degrado di Roma di Paolo Berdini.

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