La questione urbana oltre una scialba competizione elettorale

Le città costituiscono un paradigma, una rappresentazione visiva della trasformazione sociale, sono il luogo da cui si sprigionano le energie del cambiamento. Il ‘time lapse’ della loro trasformazione -come nel romanzo di H.G. Wells1– nella vertigine di un viaggio nel tempo mostra il succedersi delle fasi storiche nel profilo degli edifici, nella tipologia dei mezzi di trasporto, nella configurazione compressiva degli spazi urbani, nel muoversi e nell’associarsi delle persone.

La ricostruzione delle epoche storiche, dalla nascita dell’agricoltura che permise la nascita dei primi agglomerati urbani e con essi forme di società sempre più complesse, legate allo sviluppo della scrittura e della matematica, passa per la ricostruzione della forma urbana.

Le città dall’origine ad oggi sono il punto di incrocio dei flussi e immateriali e immateriali che caratterizzano le società e sono a loro volta rappresentabili da un reticolo più o meno gerarchizzato, secondo il modello di organizzazione sociale, economica e politica che le ha prodotte.

Nelle società attuali l’immagine che ne può dare il time lapse è inadeguata a rappresentare a complessità dei flussi di informazione che innervano la riproduzione sociale; le città, le aree metropolitane che raggruppano milioni sino a decine di milioni di abitanti, costituiscono il luogo dove si concentrano i flussi informativi, tuttavia proprio la possibilità di connettere e coordinare, di coordinarsi e collaborare, ha permesso alle filiere produttive di decentrarsi, distendersi nei territori e nelle regioni, nei continenti e tra i continenti. Questo dispiegarsi delle attività produttive in realtà ha prodotto in altri luoghi concentrazioni di unità produttive, di addetti, servizi, ricreando nuove metropoli, che a loro volta, dopo poco più di vent’anni dall’inizio del loro travolgente sviluppo, subiscono l’innovazione tecnologica delle filiere produttive, come sta accadendo da alcuni anni in Cina con l’introduzione di decine di migliaia di robot che vanno a sostituire i lavoratori che hanno popolato le città, cambiandone ulteriormente la composizione sociale.

Le città costituiscono un dispositivo complesso di regolazione del ricambio organico, del rapporto tra riproduzione sociale e natura, dall’ambiente ricevono ed all’ambiente rendono, in termini di scarti, rifiuti ed emissioni. In quanto dispositivi che concentrano il ricambio organico le città sono il punto nodale della crisi ambientale, motori della distruzione degli ecosistemi e del riscaldamento globale. Il consumo concentrato nella città di prodotti, servizi ed energia è alimentato dal consumo di risorse il cui approvvigionamento ha richiesto di depredare il sottosuolo, gli ecosistemi, le comunità di luoghi distribuiti in ogni parte del mondo. Esiste una metrica di questa distanza, misurata sul consumo alla fonte delle risorse complessivamente impiegate per fornire la città e quelle necessarie per compiere quel viaggio.  Dal punto di vista ecologico, ambientale e climatico la città è una ‘macchina’ da riprogettare, da ricostruire forse da abbattere in una sua parte consistente prima di ricostruire. La realtà della città nel processo di urbanizzazione a livello globale è diventata quella della megalopoli da decine di milioni di abitanti, dove le condizioni di vita dei loro abitanti, le diseguaglianze sociali che le caratterizzano, riflettono la posizione delle nazioni a cui appartengono nella divisione mondiale della ricchezza: Shangai, Nairobi, Lagos, New York e Città del Messico, il Cairo e Londra possono ben esemplificare questa realtà. Se la città concentra sempre di più attività, popolazione e ricchezza essa contemporaneamente concentra ed esalta le diseguaglianze che ne disegnano la mappa.

La storia degli ultimi decenni ha visto processi che hanno cambiato la mappa delle città –   mappa dei lavori, della composizione demografica, delle retribuzioni, delle ricchezze e delle rendite, delle culture e delle etnie- dislocato diversamente qualità dell’abitare, dei servizi che qualificano l’abitare, producendo flussi interni oltre che da e verso il territorio circostante, sotto la spinta dei mutamenti tecnologici,.

In queste dinamiche mutano i confini delle città, si creano e mutano configurazioni di aree e regioni, concentrazioni urbane e urbanizzazioni diffuse; un time lapse dall’alto delle aree metropolitane, dei territori connessi mostrerebbe le dinamiche affascinanti e suggestive di questi mutamenti. Mettendo assieme antiche mappe, fotografie aeree e foto satellitari si ottiene un qualcosa che ricorda l’osservazione dell’evoluzione di forme di vita al microscopio.

Da quasi due anni, mentre si evolveva il quadro del cambiamento climatico, il contesto urbano è stato teatro dello sconvolgimento prodotto dalla pandemia da Sars-CoV-2 che di volta in volta ha interrotto o quanto meno scompaginato tutto il complesso delle attività umane, relazioni e flussi di merci, mezzi e persone. L’irruzione della pandemia ha messo in luce tutte le fragilità della macchina urbana nel momento in cui le opportunità offerte dal concentrarsi, dalla interazione diretta delle persone si sono rovesciate in rischio. Ha costretto a valutare il rischio insito in ogni azione, ogni spostamento, contatto in base alla possibilità di contagio, la trasmissione di un virus di cui all’inizio poco o nulla si sapeva oltre a constatare la straordinaria velocità con cui esso si diffondeva. Le città offrivano una immagine in cui all’attività febbrile si sostituivano il vuoto ed il silenzio interrotto solo dai pochi flussi necessari alla sopravvivenza, assieme alle sirene delle ambulanze, mentre negli ospedali si concentrava un’attività febbrile ed affannosa, carica di fatica e sofferenza. Se questo è vero per le metropoli, le città e i paesi delle cosiddette nazioni sviluppate, in altre situazioni come in India -certo non l’ultima delle nazioni- l’esodo dalle città di decine di milioni di persone, la massa delle persone impiegate nei lavori precari, ha costellato di morti e sofferenze inaudite le strade che portavano ai villaggi di origine; si potrebbe indugiare a lungo nel descrivere le diverse esperienze nelle megalopoli del mondo, dove milioni di persone per sopravvivere non potevano chiudersi in casa, ricavando i propri mezzi di sussistenza dalle attività di strada.

Nulla sarà come prima, anche nelle nazioni e nelle città dove la pratica diffusa delle vaccinazioni ha ridotto ai minimi termini -almeno per ora e quantomeno rispetto al passato- non si può pensare di ritornare allo ‘status quo ante’, in ogni aspetto della vita quotidiana e dell’organizzazione sociale.  L’irruzione della pandemia, di questo siamo ormai coscienti, non costituisce un evento irripetibile, anzi; costituisce infatti un evento di cui era stato previsto l’accadimento -come ormai è acclarato- e di cui non si può affatto -per le medesime ragioni, arricchite dall’esperienza in corso- escludersi il ripetersi, dove l’alternativa o la combinazione di zoonosi e ricerche di laboratorio al limite del suicidio planetario, quanto agli interrogativi sulle sue origini, non ci rassicura, ma moltiplica le possibilità di ripetersi dell’evento. Quindi va ribadito nulla sarà, potrà essere come prima.

L’esperienza in corso, la riflessione su come affrontare le conseguenze della pandemia aggiorna la mappa dei rischi -l’immagine della nostra società come società del rischio- impone di attualizzare la costruzione di strategie per il cosiddetto disaster risk management (DRM)2 e il   Global Assessment Report (UNISDR, 2015)  che abbiamo già preso in esame in un precedente articolo. Ricordiamo ancora una volta che la forma delle città, degli assetti territoriali connessi deve essere analizzata all’interno del percorso verso l’orizzonte catastrofico del cambiamento climatico, costellato da un numero crescente di eventi metereologici estremi e dalla crescente fragilità degli ecosistemi.

La pandemia ha sconvolto i ritmi più o meno regolari del ciclo economico, l’introduzione dei vaccini ha prodotto una ripresa dall’andamento a V che ha portato ad una carenza di materie prime, semilavorati e componenti in molti processi produttivi, vedi la carenza di microchips, stimolando una fiammata inflazionistica che ha colpito per prime le materie prime energetiche e ha fatto impennare i costi della logistica. In Cina i provvedimenti draconiani di taglio dei consumi energetici3, la lievitazione del costo delle materie prime, la razionalizzazione dei processi stanno portando ad interruzioni sia nei processi produttivi che nelle forniture energetiche per i consumi residenziali4. Nel frattempo l’intero settore di sviluppo immobiliare è sconvolto dal quasi default della società Evergrande con i suoi 305 miliardi di dollari debito, trascinando con sé la catena di società finanziarie e di sviluppo immobiliare collegate. Un combinato disposto di crisi energetica e finanziaria che per ora rallenta la crescita dell’economia, ma soprattutto colpisce il modello di sviluppo cinese fondato la crescita ipertrofica del settore immobiliare fondato sull’indebitamento dei costruttori e dei cittadini, l’urbanizzazione di centinaia di milioni di persone, la creazione di megalopoli sempre più estese, da questo punto di vista confermando i vizi originali del modello di sviluppo capitalistico.

A cosa ci portano le considerazioni fatte sin qui, da quale motivazione originale sono state sollecitate? Forse non la montagna ha partorito il topolino quanto il topolino non si è accorto della montagna.

Il topolino è il seguente, a fronte di tali e tanti accadimenti e sconvolgimenti, nella grande trasformazione delle nostre società, nello sviluppo del cambiamento climatico, nell’irrompere della pandemia -accadimenti e trasformazioni che nelle città, nelle realtà metropolitane hanno trovato e trovano il proprio epicentro- in occasione della tornata elettorale che coinvolge le maggiori città del nostro paese non c’ è stata traccia di un dibattito pubblico, di un confronto e scontro politico trasversale alle singole città, che prendesse atto e partisse dalle trasformazioni che stiamo vivendo, dagli orizzonti che si stanno avvicinando e delle conseguenze irreversibili indotte dalla pandemia. Una riflessione collettiva e condivisa comunque necessaria anche indipendente dalla scadenza elettorale, ma che nella scadenza elettorale, che mette all’ordine del giorno le prospettive del governo di quelle città, poteva e doveva trovare una occasione per attivarsi e prendere il volo. Non è emersa l’ attività sotto traccia, molto sotto traccia, di una parte degli addetti ai lavori, che comunque non sembrano aver colto l’occasione della eccezionalità del momento per prendere parola ed avviare un confronto facendo uso di tutte le proprie competenze, mettendosi al servizio di una necessaria riflessione collettiva, di una presa d’atto di quanto siano inadeguati gli assetti delle nostre città, l’organizzazione sociale che incarnano, le macchine amministrative e politiche che le governano.

Di certo non possiamo limitarci a constatare l’inadeguatezza delle classi dirigenti in senso lato, in tutta la loro articolazione ovvero la mancanza di forme di partecipazione politica, organizzazioni e conflitti sociali capaci di reagire ed attivarsi di fronte a questa situazione. se il giudizio sulla prima categoria di soggetti è categorico quello sulla seconda -forme di partecipazione politica, di organizzazione conflitto sociale- è più sfumato ed è a loro che queste osservazioni sono principalmente rivolte, sulla base della consapevolezza che almeno in questi ultimi 20 anni si sono creati legami complessi tra forme di organizzazione e partecipazione dal basso, la rete di attivisti che le ha prodotte e ne è stato prodotto, ed una rete di figure che detengono saperi complessi e ricoprono ruoli di responsabilità a livello politico e sociale, processi di condivisione delle conoscenze si sono prodotti e sono in atto, mantenendo una esistenza precaria dal punto vista dell’azione continuativa  e della stabilità dell’organizzazione.

Abbiamo detto delle città, delle aree metropolitane che sono al centro delle trasformazioni e delle contraddizioni che si manifestano, per sottolinearne ulteriormente l’importanza dobbiamo collegarle al contesto in cui collocano, alla articolazione del territorio nazionale. Le grandi città, il cui destino politico è in gioco, costituiscono realtà diverse tra di loro, al centro di regioni diverse tra loro, svolgono funzioni in parte diverse nella riproduzione della formazione sociale italiana, ma sono il frutto di un medesimo percorso di trasformazione, sono una esemplificazione locale del processo di urbanizzazione a livello globale.

Non entriamo ulteriormente nel merito di problematiche ben conosciute che dal consumo di suolo, al dissesto idrogeologico, all’inquinamento delle falde acquifere, al pericolo sismico caratterizzano l’intero territorio nazionale a cui è necessario aggiungere i cambiamenti indotti dal riscaldamento globale specifici di ogni territorio, vale quanto riportato sull’aumento delle temperatura media in Sicilia e l’intensificarsi dei fenomeni estremi5 Il cambiamento climatico accentua il processo di spopolamento e di invecchiamento della popolazione rimanente delle aree montane e marginali del paese. Il prodotto del modello di sviluppo del nostro paese è il suo declino demografico, i cui effetti sono solo in parte attenuati dai flussi migratori; l’invecchiamento medio della popolazione italiana si distribuisce in modo diversificato tra i diversi territori, così come il livello di occupazione lavorativa della popolazione femminile. Il processo di desertificazione sociale di intere aree del paese è anche il frutto della progressiva privatizzazione dei servizi di pubblica utilità che ha caratterizzato gli ultimi 30 anni di storia, privatizzazione che riguarda tutte le risorse e beni pubblici che vanno a comporre la realtà di una città e di un territorio, in primis il suolo.

Insomma il futuro delle aree metropolitane del nostro paese deve essere letto in connessione con quello del resto del territorio nazionale e merita una capacità di iniziativa ben diversa dalla scialba campagna elettorale di queste settimane -fatta salva qualche rara eccezione che è rimasta isolata nel proprio contesto locale. La critica del modello di sviluppo, le sue prospettive, nei suo-i caratteri interni ed il suo ruolo nella divisione internazionale del lavoro e negli equilibri strategici o competizione globale che dir si voglia- è cosa assai complessa in cui si colloca il ragionamento sulla questione urbana. Ciò che non ha trovato posto nella competizione elettorale deve trovare spazio nella mobilitazione e nel rinnovamento organizzativo di tutte le reti che hanno tenuto vivo il conflitto sociale e la critica radicale nel nostro paese.

https://en.wikipedia.org/wiki/The_Time_Machine https://www.frontiersin.org/articles/10.3389/frsc.2021.668263/full  “COVID-19 Pandemic: Rethinking Strategies for Resilient Urban Design, Perceptions, and Planning)”),  ciò avviene riconsiderando gli assetti urbani in ogni loro aspetto ed applicando ad essi tutte le metodologie conosciute in continuo aggiornamento;  Il riferimento in questa riflessione e nella definizione delle strategie relativo sono il Sendai Framework for Disaster Risk Reduction (UNISDR U, 2015) from 2015 to 2030((  https://link.springer.com/article/10.1007/s13753-015-0050-9    https://www.reuters.com/world/china/chinas-xi-targets-steeper-cut-carbon-intensity-by-2030-2020-12-12/   https://www.reuters.com/world/china/chinas-power-crunch-begins-weigh-economic-outlook-2021-09-27/     https://www.reuters.com/world/china/what-is-behind-chinas-power-crunch-2021-09-27/?utm_source=inline&utm_medium=article  https://palermo.repubblica.it/cronaca/2021/09/28/news/longform_cambiamento_climatico_sicilia-319659469/?ref=RHTP-BG-I304110180-P5-S1-T1  “Poco meno di due gradi. Tanto è cresciuta in mezzo secolo, tra il 1961 e il 2018, la temperatura media della Sicilia. Poi è arrivato il biennio della grande sete e del caldo record. Il 2020, il più rovente della storia dell’uomo, nell’Isola è stato l’anno della siccità con 90 giorni consecutivi senza una goccia d’acqua e solo 16 millimetri di pioggia tra gennaio e febbraio. Il 2021, con i 48,8 gradi del Siracusano – forse il record europeo di sempre – e 80mila ettari di boschi in fumo, si candida a insidiare il primato del 2003, per la Sicilia il più caldo di sempre.”

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