Una speranza per Roma.
La costruzione della città capitale dell’ecologia integrale
(Paolo Berdini, 30 agosto 2020)
Le brevi note che seguono hanno lo scopo di delineare un’idea per il futuro di Roma. Tra pochi mesi si svolgeranno le elezioni amministrative per l’elezione del sindaco e del consiglio comunale e ci sarà un’invasione di “programmi” sempre uguali. Le proposte di riforma istituzionale, ad esempio dalla città regione alla nuova forma dei municipi, occuperanno gran parte del dibattito elettorale insieme alla richiesta di maggiori poteri. Incapaci di delineare una speranza per Roma, gli schieramenti tradizionali concentreranno la loro azione su questo o quel dettaglio. Una prima avvisaglia arriva dalla proposta formulata in questi giorni di creare un sottosegretario presso la presidenza del Consiglio dei ministri con la delega per Roma capitale.
Sono temi importanti, senza dubbio. Ma lo sarebbe ancora di più la presa d’atto della crisi apparentemente irreversibile che sta vivendo la città. Perdita del ruolo istituzionale di fronte alle altre capitali mondiali. Perdita di opportunità di investimento e di lavoro a causa del trasferimento di importanti aziende in altre città. Debito economico insostenibile che rende sempre più aleatori gli indispensabili investimenti economici finalizzati al suo rilancio. Le aziende erogatrici di servizi pubblici in perenne stato di crisi. La macchina comunale demolita, incapace di progettare il futuro e di gestire l’esistente.
Un quadro così preoccupante non può essere risolto dall’ennesimo dibattito sulla riforma elettorale. E’ più urgente definire un’idea di città in grado di ridare speranza ai cittadini che ne vivono le contraddizioni. Sono tre i profili su cui si regge la proposta per una speranza per Roma.
Il primo riguarda il ruolo internazionale. Roma può tornare a diventare la capitale mondiale che sperimenta la costruzione della città dell’ecologia integrale. E’ nella città di Roma che questa proposta sociale e culturale è stata formulata da papa Francesco cinque anni fa e sarebbe simbolico che proprio la città che lo ospita avvii la prima concreta costruzione del lungo processo indispensabile per inverarla. “È fondamentale cercare soluzioni integrali, che considerino le interazioni dei sistemi naturali tra loro e con i sistemi sociali. Non ci sono due crisi separate, una ambientale e un’altra sociale, bensì una sola e complessa crisi socio-ambientale. Le direttrici per la soluzione richiedono un approccio integrale per combattere la povertà, per restituire la dignità agli esclusi e nello stesso tempo per prendersi cura della natura, (139)”. Il progetto di città dell’ecologia integrale deve conseguentemente fondarsi su quattro capitoli. Una città che ridefinisce in primo luogo i rapporti con l’ambiente naturale e che ridisegna anche in periferia un sistema di parchi urbani in grado di mitigare gli effetti del cambiamento climatico in atto. Una città che avvia anche la ricostruzione del welfare urbano perduto in questi ultimi tre decenni, così da integrare con i servizi pubblici la perdita di ricchezza delle famiglie meno abbienti. Una città che restituisce la lavoro la dignità perduta, chiudendo la fase delle privatizzazioni delle funzioni pubbliche che hanno precarizzato il lavoro. Una città, infine che da capitale delle occupazioni di senza tetto –questa è la Roma di oggi- persegue la costruzione di una nuova cultura dell’abitare fatta di alloggi integrati con i servizi sociali.
La seconda idea per il futuro riguarda la ricostruzione del ruolo pubblico della città. Non è più possibile tollerare che la capacità ideativa del comune di Roma sia stata cancellata da trenta anni di economia sbagliata. Se vogliano restituire una speranza alla città, dobbiamo avere un’amministrazione pubblica di livello elevato, dotata dei mezzi economici e le risorse umane per risolverli. Non deve essere più possibile, ad esempio, che da dieci anni il dibattito sul futuro della città sia concentrato sullo stadio della Roma, voluto per perseguire propri interessi da uomini come Parnasi e Pallotta. Invece di lavorare su un progetto per avvicinare le periferie al centro della città, tutto è ruotato intorno a convenienze private. E’ ora dunque di ricostruire la città pubblica. E’ questa la precondizione per poter avviare l’indispensabile dialogo con le altre istituzioni pubbliche coinvolte nel governo della città. La complessità dei problemi da risolvere, si pensi all’aumento dell’offerta dei servizi sanitari e di assistenza sociale, ad una differente utilizzazione degli spazi delle scuole, al riutilizzo a fini abitativi degli immobili pubblici abbandonati da anni, non possono essere risolti soltanto con l’azione del comune: questa istituzione deve avere la forza e l’autorevolezza per coinvolgere le altre istituzioni dello Stato. Dai ministeri, alla regione Lazio, deve iniziare un nuovo percorso basato sulla leale collaborazione istituzionale tra istituzioni che hanno come unico obiettivo il perseguimento del bene pubblico. In buona sostanza, la collaborazione istituzionale ha un peso ben maggiore, ai fini di raggiungere obiettivi virtuosi, di qualsiasi riforma istituzionale.
La terza idea attiene infine ad una svolta inedita: chiamare a contribuire al governo della città le associazioni di volontariato e no profit che in questi anni -e specie negli ultimi mesi- hanno svolto il ruolo di supplenza della sfera pubblica. Sono risorse umane preziose ed esistono in ogni parte della città, specie nelle periferie. Basti pensare a quanto è avvenuto nei mesi del lookdown, quando il rischio di una grave crisi sociale è stato scongiurato grazie al lavoro volontario e gratuito di tante associazioni e di tanti cittadini. E’ questa la ricchezza e la speranza di Roma. Persone che credono nella solidarietà sociale, ad una città più giusta e vivibile. Uomini e donne che non vogliono appropriarsi di questo o quell’appalto, ma vogliono soltanto contribuire a riaccendere una speranza per la città.

1. Una nuova cultura alla guida della città
Quanto è avvenuto durante i mesi di chiusura delle città a causa del Covid-19 rende urgente la necessità di una svolta culturale nel governo delle città. Le immagini ci hanno mostrato un quadro di insanabili squilibri. I centri storici «terziarizzati» e le città turistiche apparivano deserti. Il costante aumento dei valori immobiliari ha risparmiato pochi residenti, oggi troppo esigui per formare una comunità. Oltre la città, anche gli outlet e i grandi centri commerciali erano vuoti. Monumenti temporaneamente interdetti al consumo di massa. Tra queste due grandi aree, le periferie urbane evidenziavano invece una grande presenza umana intenta in file ordinate per accedere alle catene di supermercati che si sono divise il mercato alimentare. Le persone più anziane trascorrevano le ore affacciate da finestre di case spesso prive di decoro.
Le periferie apparivano dunque piene di persone e vuote di attività. La loro sopravvivenza si deve esclusivamente ai gesti del mondo della solidarietà, uniche ancore per non precipitare in una spirale senza fine. Per molte famiglie ormai prive di reddito, un pasto caldo o un cesto di generi alimentari hanno fatto la differenza. In questa immensa «città», lo Stato si è visto poco. Qualche pattuglia delle forze dell’ordine e poco altro. Inesistente, o quasi, la rete dei servizi assistenziali e di prossimità che formavano il welfare urbano. Le periferie sono state salvate soltanto grazie a un imponente moto di solidarietà spontaneo guidato da associazioni di cittadini e organizzazioni cattoliche, dalla Caritas a molte parrocchie. La funzione di supplenza svolta in tempi normali da queste realtà, in tempi di coronavirus è diventato l’unico welfare per non precipitare nella solitudine.

I tre mesi di lookdown hanno svelato la tragica illusione della città figlia dell’economia dominante. A partire dagli anni ’90, l’affermazione delle tesi economiche neoliberiste ha imposto due modalità di intervento. Da una parte sono stati privilegiati tutti gli interventi proposti dalla proprietà fondiaria e dagli operatori edilizi ad essa legati. D’altro canto, le amministrazioni pubbliche sono state emarginate, rese impotenti per i continui tagli di spesa di intervenire anche nella stessa manutenzione ordinaria della città. La terza caratteristica del trentennio trascorso riguarda l’attacco alla grande conquista del secolo breve: il welfare urbano. Sempre sulla base della mancanza di denaro pubblico sono stati chiusi molti servizi sociali, privatizzate molte funzioni, venduto in parte il patrimonio immobiliare pubblico.
La supremazia culturale ed economica della sfera privata su quella pubblica, ha provocato un disastro sociale di dimensioni inedite. Centri storici e centri commerciali sono luoghi di estrazione di reddito. A Roma all’interno delle mura aureliane esistono circa 20 mila B&B (D’Eramo, 2019): fanno guadagnare molto di più di un normale affitto ma creano il deserto urbano. Ed è così in tutte le città d’arte. L’antitesi dell’inclusione. L’antitesi dei legami sociali che sono stati alla base della nascita delle città. I trent’anni della «pandemia del pensiero neoliberista» lasciano città distrutte nella loro radice storica, lasciando città più ingiuste, dove la distanza tra le zone centrali e le periferie è aumentata oltre misura.
Le stesse condizioni del lavoro della parte più sfavorita della popolazione si sono aggravate proprio a causa dell’economia dominante. I comuni senza finanziamenti sono stati costretti ad esternalizzare molti servizi a imprese e cooperative colluse con la politica con la conseguenza di aver reso precarie le condizioni contrattuali di centinaia di migliaia di lavoratori. Negli ospedali, nelle scuole e in ogni altro servizio pubblico sono emerse nei giorni della crisi della pandemia stridenti ingiustizie e disuguaglianze: addetti alle pulizie, cuochi, infermieri e altre figure professionali abbandonate al mercato senza regole e senza diritti.
In autunno si inizieranno a cogliere le conseguenze della crisi. I gruppi dominanti tenteranno di uscire dalla crisi provocata dalla pandemia continuando sulla vecchia strada che produce –e aumenta- le disuguaglianze. E’ invece urgente costruire un’alternativa credibile. Da settembre saremo chiamati a contribuire a ricostruire una città più giusta ed è evidente che le idee dominanti il trentennio passato non servono a dare una speranza a Roma. C’è urgente bisogno di una discontinuità culturale. Non si può pensare seriamente al futuro di Roma applicando le politiche e la cultura che ha provocato l’attuale fallimento.
Fino a questo momento sono tre le candidature che si confronteranno nella sfida elettorale amministrativa di Roma 20121. La prima riguarda la sindaca uscente, Virginia Raggi. Nei cinque anni del suo mandato, la parola periferia è stata cancellata dalle politiche comunali. Le grandi opere inutili come lo stadio della Roma a Tor di Valle hanno sottratto energie ad ogni altra azione. Anche il Pd intende ricandidarsi alla guida della città. Ma anche quel partito è collocato dentro alle logiche neoliberali: è stato durante le giunte di centro sinistra che si è consegnata la città ai privati. Infine si candiderà la destra romana, da sempre a favore delle colate di cemento, dei piani casa e di ogni altro strumento di deroga.
L’unica speranza per il futuro di Roma può venire soltanto da un deciso salto culturale. Per questo è indispensabile avanzare la proposta di uno schieramento sociale alternativo alle logiche che hanno portato all’attuale crisi. Deve scendere in campo la cultura alternativa dei giovani e di coloro che pensano in primo luogo alle condizioni di vita nelle periferie, a ricostruire i servizi pubblici, alla dignità del lavoro come occasione di integrazione e di riscatto. Una cultura alternativa convinta che dall’attuale crisi non si esce con le stesse ricette che l’hanno provocata.
Roma, fino agli anni 80 ha sempre avuto un ruolo internazionale. Affarismo urbano e mafia capitale hanno appannato il volto di una città meravigliosa. E’ ora di ricostruirlo, candidando Roma a guidare le città che abbracciano l’ecologia integrale, concetto che racchiude in se sia la svolta ambientale che i giovani sentono come indispensabile sia la ricostruzione di una cultura del lavoro e dell’abitare socialmente inclusiva che non lascia dietro nessuno. Se vuole riaccendere la speranza di un futuro migliore, Roma deve candidarsi a guidare il processo di costruzione della città dell’ecologia integrale, del rispetto dell’ambiente e del rispetto della dignità di tutti i cittadini.

2. La cancellazione del welfare
Durante la crisi provocata dalla Covid-19, due istituzioni del welfare hanno garantito un forte legame sociale: la sanità pubblica, che ha avuto la forza di recuperare i gravi errori dei primi giorni dell’epidemia, e la scuola che, seppure a distanza, ha tentato di colmare il vuoto creato dalla chiusura degli edifici scolastici. Sanità e scuola: due pilastri del welfare duramente colpiti nel trentennio liberista.
A Bergamo, una delle aree maggiormente colpite dalla pandemia. I medici dell’ospedale Giovanni XXIII hanno scritto sul New England Journal of Medicine che il disastro avrebbe potuto essere evitato solo da un massiccio dispiegamento di servizi sanitari: «Cure a domicilio, cliniche mobili e un ampio sistema di sorveglianza, sfruttando la telemedicina, per allentare la pressione sugli ospedali» 2. L’epidemia ha potuto dunque diffondersi senza ostacoli perché la Lombardia è stata il modello culturale dello smantellamento del sistema capillare di prevenzione e di prima accoglienza incardinato nelle periferie e nei centri urbani minori. È noto che in tutto il paese è stato tagliato il numero dei medici di famiglia, sono stati chiusi i piccoli ospedali che presidiavano il territorio.
Ancora a Bergamo, il corpo degli Alpini ha costruito in poco tempo un ospedale da campo per alleviare la pressione sugli ospedali cittadini entrato in funzione solo grazie alla collaborazione dei sanitari russi. Come non ricordare le lezioni che ci venivano impartite dagli epigoni neoliberisti: ci sono troppi medici. Dopo trent’anni di numeri chiusi universitari, mancano 30 mila figure sanitarie tra medici e infermieri. Un tragico fallimento.
Qualcuno sarà portato a dedurre che questo sia il risultato delle azioni delle forze politiche e sociali dichiaratamente liberiste. Nel caso specifico, la Lombardia di Formigoni, della Lega Nord e di Comunione e liberazione. Niente di più sbagliato. Il pensiero unico ha permeato anche la sinistra di governo. A Roma, sotto la guida del centro sinistra e segretario Pd e presidente della regione Lazio, Nicola Zingaretti (sostenuto dai cespugli della sinistra “coraggiosa”) sono stati chiusi da tempo– tentando di svenderli – due importanti ospedali romani, il San Giacomo e il Forlanini. Per ironia della sorte, la struttura intitolata al grande medico Carlo Forlanini è stata per molto tempo – all’insaputa dei miopi amministratori regionali – un’eccellenza mondiale per la cura delle malattie polmonari e in particolare della tubercolosi. Giovani medici provenienti da ogni parte del mondo erano lì ospitati per perfezionare il proprio sapere. Nel 2015 l’ospedale fu chiuso per soddisfare la dottrina del pareggio di bilancio e la regione Lazio tentò di venderlo per 70 milioni: l’operazione non andò a buon fine solo grazie all’opposizione di una parte del mondo medico e di un comitato di cittadini.
La distruzione della sanità pubblica ha anche causato la privatizzazione delle Residenze socio assistenziali (Rsa). Da questo segmento sanitario, infatti, si può estrarre valore economico, perché oltre ai contributi pubblici, gli assistiti pagano una retta proporzionale al livello del servizio erogato. Un’occasione troppo ghiotta per lasciarla all’intervento pubblico. Meglio privatizzare. A seguito dello scandalo del Pio Albergo Trivulzio, l’inchiesta giudiziaria in corso ha evidenziato gravi irregolarità nella loro conduzione e ha anche accertato che almeno il 20 per cento delle Rsa non disponeva delle necessarie autorizzazioni. Erano abusive e la pubblica amministrazione non se n’era accorta.
Per quanto riguarda la scuola, chi aveva entusiasticamente sostenuto i tagli di spesa si è finalmente accorto del dramma di classi pollaio da distanziare. La riforma scolastica voluta dall’allora ministra berlusconiana Mariastella Gelmini, e confermata anche dai governi di centro-sinistra, ha cancellato diversi istituti scolastici dei piccoli comuni dell’Italia collinare e montana e creato classi ipertrofiche pur di portare offerte al Moloch del pareggio di bilancio. Oggi si parla di un concorso per assumere almeno 70 mila nuovi docenti e la stessa ministra per l’Istruzione, Lucia Azzolina, ha ammesso che sono 3.000 i plessi scolastici abbandonati.

3. Le città delle disuguaglianze

Le città sono il terreno di confronto su cui si giocherà la partita decisiva e non è scontato che siano mature le condizioni per ripristinare il governo pubblico delle città cancellato dal neoliberismo. Occorre dunque ricostruire il welfare urbano aggiornandolo alle attuali esigenze, introducendo un pensiero alternativo se non vogliamo che questa crisi comporti un’ulteriore crescita delle disuguaglianze.
Molti segnali ci dicono che l’idea è quella di proseguire sulla vecchia strada. A Firenze, il sindaco Nardella ha proposto di mettere a pegno gli immobili comunali per ottenere finanziamenti. Palazzo Vecchio ipotecato dalle banche. Prima di lui, l’ormai ex tesoriere del Partito democratico, Luigi Zanda, aveva proposto di mettere a pegno Palazzo Chigi e Montecitorio per contrastare la crisi economica.
La pandemia provocherà un drammatico impoverimento della popolazione in termini di perdita di posti di lavoro e di promozione sociale e c’è ancora chi pensa di utilizzare il modello predatorio che ha portato all’attuale fallimento. Roma, in particolare, ha oltre cento progetti o opere pubbliche che avrebbero dovuto realizzare i privati bloccate per il fallimento dell’urbanistica contrattata che ha dominato il trentennio scorso. Mercati pubblici non realizzati, opere viarie e linee di trasporto pubblico sottoscritte e mai realizzate, parchi pubblici promessi solo sulla carte.
Il grande obiettivo è pertanto quello di utilizzarli per costruire un’idea nuova di città. Le città devono diventare invece lo strumento anticiclico per favorire la nascita di nuove attività imprenditoriali nel quadro di una rinnovata spinta all’inclusione sociale. Le risorse pubbliche disponibili con il Recovery fund, devono essere utilizzate per ricostruire la città pubblica abbandonata, per rimettere in moto la città. Per darle una prospettiva di lungo respiro.

4. Cambiare paradigma culturale: i diritti delle periferie al centro. La salute

Sono quattro i diritti fondamentali colpiti in questi trenta anni da rimettere al centro del governo delle città e dei territori.
Il primo riguarda la salute, da perseguire con la ricostruzione della rete di protezione territoriale della salute pubblica. Creare una rete efficiente di presidi territoriali permetterà di comprendere senza ritardi l’insorgenza di nuove pandemie. Ogni quartiere si deve dotare di “case della salute” in grado di garantire il primo screening e la prima assistenza per tutti i cittadini.
È poi indispensabile rimettere mano alla rete di assistenza degli anziani. La gran parte delle strutture è infatti localizzata senza un piano ma solo sulla base degli interessi della proprietà immobiliare. Occorre tornare a una visione pubblica del problema in grado, per esempio, di ubicarle in maniera strategica per dare ruoli e prospettive alle periferie e rivitalizzare i piccoli comuni dell’area metropolitana romana. È ancora presente un grande patrimonio immobiliare pubblico – spesso abbandonato – che potrebbe essere recuperato per ridare un futuro a quei territori, per creare occasioni di lavoro preziose. E, in questa chiave, deve essere ribadita l’assoluta volontà di riaprire le due strutture pubbliche –Forlanini e San Giacomo- di cui parlavamo.

5. Il diritto all’educazione

Il secondo diritto riguarda l’istruzione, da perseguire attraverso una nuova funzionalità dell’offerta scolastica. In autunno si dovranno sfoltire le classi per garantire il distanziamento degli studenti. Un’occasione di prezioso lavoro che è già stata gettata alle ortiche per le incertezze del governo: il nuovo anno scolastico riapre nell’incertezza. E’ però una prospettiva da perseguire in ogni caso per ripensare le scuole e per ridisegnare gli spazi della didattica. Una nuova generazione di architetti e di educatori potrebbe mettere in moto una progettualità diffusa, coinvolgendo il personale delle scuole e i genitori. Una vera «ricostruzione» che sappia suscitare partecipazione e arricchimento culturale. Va ridisegnata in particolare l’offerta scolastica delle periferie romane, spesso disorganica e casuale e dovranno in tal senso essere riutilizzati tutti gli edifici pubblici abbandonati disponibili.
Le scuole e gli spazi che le caratterizzano devono tornare ad essere centrali nel ripensamento di tanti tessuti periferici ancora privi di qualità e di bellezza. In periferia ci sono spesso soltanto le sale del gioco d’azzardo. E’ ora di sostituirli con un nuovo senso comunitario. Sono molte le esperienze di volontariato che hanno saputo ampliare l’offerta dei servizi educativi per i ragazzi più sfavoriti. Questo processo spontaneo deve diventare il modello con cui si ridisegna il diritto all’educazione dei giovani.

6. Il diritto ad abitare nella capitale delle occupazioni dei senza casa

Il terzo diritto riguarda l’abitare. La sudditanza dei pubblici poteri verso i detentori di rendita urbana ha provocato la più grave crisi abitativa dagli anni Ottanta, da quando cioè si era vicini alla soluzione del problema. Da allora l’Italia – unico caso in Europa occidentale – ha cancellato la costruzione di alloggi pubblici. Non ce n’era più bisogno perché il mercato avrebbe risolto la questione. Roma è lo specchio di questa ingiustizia sociale. Da decenni, le famiglie più bisognose e gli immigrati occupano più di cento immobili pubblici e privati spesso abbandonati da tempo.
Si stima che per rispondere al dramma della mancanza di case servirebbero in Italia un milione di alloggi , un obiettivo facilmente raggiungibile attraverso la riutilizzazione del patrimonio immobiliare pubblico abbandonato. Gli interessi di coloro che vivono di rendita hanno finora bloccato questa possibilità perché era molto più conveniente intascare gigantesche rendite da locazione. Si pensi, ad esempio, che per l’affitto di residence per ospitare le famiglie in emergenza abitativa il comune di Roma regala alla grande proprietà immobiliare 28 milioni di euro ogni anno. Nei trent’anni del trionfo della rendita, Roma ha gettato al vento 800 milioni di euro, fondi che avrebbero potuto contribuire a risolvere il problema. Un paese che guarda a una nuova fase economica non può tollerare che a Roma continuino ad esserci famiglie che vivono senza casa. O, ancora, ad assistere alle condizioni che cancellano la stessa dignità umana per come sono costrette a vivere le famiglie Rom ospitate nei campi.
Questo processo di creazione di alloggi pubblici non deve fermarsi alle periferie. Accennavamo al centro storico di Roma vuoto di persone svelato dalla pandemia. Se vogliamo dare ancora un senso compiuto alla città, uno degli obiettivi più urgenti è di aumentare l’offerta abitativa pubblica nel centro storico. Una città deserta non serve a nessuno. Servono città abitate, che tornano a riempirsi di famiglie e di bambini.

7. Avvicinare la periferie

Il quarto diritto riguarda la mobilità, in particolare la riduzione delle distanze tra centro e periferie e tra queste. Roma è la capitale europea con la più alta percentuale di consumo di suolo perché le nostre città sono cresciute troppo e male. Per raggiungere i luoghi di lavoro dalle periferie si devono percorrere grandi distanze e la carenza di trasporto pubblico obbliga all’uso dell’automobile. Costruire moderni sistemi di trasporto pubblico non inquinanti serve dunque a garantire il diritto di spostarsi e – insieme – a perseguire altri due obiettivi. Il primo è quello di ridurre le emissioni e migliorare la qualità dell’aria, il secondo è quello della creazione di nuove opportunità di lavoro. La riconversione modale del trasporto territoriale e urbano favorirà, come in tutta l’Europa che l’ha già sperimentata, la nascita di aziende di produzione, di ricerca, di innovazione, di sperimentazione di materiale rotabile e sistemi di sicurezza.
Occasioni di prezioso lavoro qualificato per uscire dalla crisi economica incombente e per delineare un nuovo volto della città. Si pensi alla realizzazione della linea tramviaria di via Palmiro Togliatti che aspetta da oltre trenta anni la realizzazione. Il potenziamento della linea tramviaria della via Casilina. La necessità di dotare Ostia –una città di centomila abitanti!- di un tram che ne colleghi i punti nevralgici. L’esigenza di ripensare l’ultimo tratto del percorso della metro “C” in chiave di recupero delle periferie ad esempio attestandola a Corviale. Gli esempi potrebbero essere tanti e saranno arricchiti nei mesi di confronto elettorale con il contributo dei tanti gruppi che vivono le contraddizioni delle periferie.

8. La città che lavora e rispetta i diritti

Il perseguimento dei quattro citati diritti della popolazione delle periferie romane, deve essere visto come un lungimirante investimento pubblico che, mentre delinea una città con un nuovo volto umano, genera occasioni di lavoro preziose in questa fase di post pandemia. Aiuta in questa fase della vita di Roma il fatto che con il Recovery fund, lo Stato abbia per la prima volta a disposizione un consistente pacchetto di risorse economiche e finanziarie.
Per uscire dalla crisi: il lavoro pubblico deve tornare nell’alveo dei diritti. Deve essere chiusa la fase delle esternalizzazioni, della privatizzazione di rami d’azienda (è il caso di Ama negli attuali rapporti con Acea), dell’affidamento a finte cooperative che scaricano i costi del lavoro precarizzando le figure professionali. Se Roma vuole ripartire, deve essere in grado di indicare all’intero paese la strada di un ritorno ad un virtuoso ruolo pubblico. Va insomma chiusa la lunga stagione dello smantellamento della funzione pubblica.
E’ questa una vera emergenza, se si pensa che le statistiche sul lavoro pubblico in Italia e a Roma ci restituiscono un quadro quantitativo sotto la media degli altri paesi europei, mentre dal punto di vista dell’età media superiamo abbondantemente i 50 anni medi. Le cieche politiche di emarginazione del settore pubblico hanno penalizzato due generazioni di giovani che non sono ancora riusciti ad avere una prospettiva di vita in settori cruciali per il futuro del paese.
E’ evidente che le ricadute di un tale intervento nel segmento lavorativo pubblico, farà da modello anche per ridefinire i rapporti lavorativi nel settore produttivo privato. Saranno i sindacati dei lavoratori, emarginati in questi ultimi decenni dalla concezione economicista della città, a dover ristabilire il primato dei diritti di chi lavora.
Una nuova città si costruisce soltanto se non si spreca questa irripetibile occasione con il solito elenco di opere casuali e senza un’idea di riferimento che permetta loro di riverberare il loro effetto ben oltre le prevedibili attese. E’ soltanto con una nuova idea di città, inclusiva, che guarda alle periferie e alla condizione della parte socialmente fragile della società , che potrà rimettersi in moto la città “bloccata”.
Un esempio molto eloquente. E’ noto che un istituto di ricerca farmaceutica italiano con sede a Castel Romano sta sperimentando il vaccino anti Covid. Un’eccellenza come tante altre in tante parti di periferie senza volto e senza connessioni reali con la città. Piccoli frammenti che potrebbero rimettere in moto la città se solo si avesse il coraggio di connetterla, di dotarla di incuba otri d’impresa, specie rivolti ai giovani in cerca di sperimentazione delle loro idee.
Alcune delle opere indispensabili a delineare il nuovo volto della città, sono già state riportate, seppure in estrema sintesi. I mesi della campagna elettorale amministrativa dovranno servire per ascoltare le esigenze reali delle periferie e tradurle in progetti concreti e fattibili.
Ma, più di ogni altra, c’è una questione fondamentale da porre al primo posto, perché è intimamente legata alla possibilità di ripresa economica e sociale duratura: la questione del sistema verde nelle periferie e dell’ecologia integrale.

9. Il sistema verde ridisegna le periferie

Un altro effetto dei mesi del lookdown, ci fornisce lo spunto per affrontare un’altra questione decisiva del futuro di Roma, e cioè la costruzione della città dell’ecologia integrale. Come si ricorderà, per arginare i contagi, si arrivò anche a chiudere i parchi pubblici. Ad averceli i parchi verrebbe da dire, perché a parte il grande sistema verde che rende meravigliosa la parte centrale della città, nelle periferie i parchi chiusi si sono contati sulla punta di una mano. Il più “periferico” di tutti è sicuramente quello della Villa dei Gordiani, lungo la via Prenestina. Poi esiste solo il deserto.
La pandemia ha fatto scoprire lo storico ritardo della realizzazione di moderno sistema di parchi nelle periferie romane. Un grande obiettivo portato avanti dal movimento ambientalista degli scorsi decenni si è incagliato nei vincoli di bilancio e nella privatizzazione che ha addirittura travolto lo stesso Ufficio giardini del comune di Roma, una volta un vero vanto della sua cultura botanica. Al suo posto, abbiamo scoperto che erano state inserite le imprese di Buzzi e Carminati.
Se guardiamo alla sua evoluzione storica del suo territorio, Roma si caratterizza per una grande frammentazione delle periferie, interrotte da campagna romana che seppur ridotta spesso a lacerti in stato di abbandono, ha la potenzialità di ridare un senso, un volto, un significato a periferie nate solo sulla spinta speculativa dove dominano soltanto i luoghi del gioco d’azzardo. La creazione del “sistema verde” delle periferie romane è il primo passo della costruzione della città dell’ecologia integrale. Occorre riprendere e dargli concreta attuazione non solo al parco dei Fori centrali e dell’Appia antica di Antonio Cederna e Italo Insolera, ma anche tutta la grande elaborazione teorica e concreta dei “tesori dell’agro romano” di Adriano La Regina e del gruppo di storici e archeologici delle Soprintendenze romane. Il sistema verde romano che si caratterizzerà per una innumerevole serie di luoghi unici al modo che devono diventare il cuore della nuova identità delle periferie.

10. La capitale dell’ecologia integrale

Il perseguimento dei quattro «diritti urbani» e del diritto al lavoro e di quello per un nuovo sistema di parchi urbani, che formano la spina dorsale di una nuova concezione della città, si colloca all’interno della dialettica tra potere pubblico e iniziativa privata. Ricostruire il welfare presuppone un nuovo ruolo di guida da parte delle pubbliche amministrazioni dopo il fallimento della cultura delle privatizzazioni.
Siamo, come si comprende, all’interno delle categorie culturali del Novecento. L’attribuzione delle prerogative di governo del territorio alla sfera pubblica e la subordinazione della proprietà privata rispetto agli interessi collettivi fa infatti parte della stagione in cui sono stati costruiti i piani regolatori delle città. La crisi ambientale e dell’ecosistema che dobbiamo affrontare impone di guardare oltre e di affidare alle pubbliche amministrazioni anche il ruolo di guida nella definizione dei grandi obiettivi per uscire dal rischio della spirale di depressione economica.
La pandemia ha avuto un effetto collaterale gravissimo: la questione ambientale è scomparsa dai media. I diritti sociali da rivendicare devono pertanto collocarsi all’interno di città che si inseriscono nel nuovo paradigma culturale dell’ecologia integrale. È importante che questa prospettiva sia applicata anche alle città, dove si svolge la vita della grande maggioranza della popolazione italiana. Se l’Etiopia si è data l’obiettivo di piantare 10 miliardi di alberi , anche le nostre città, e Roma in particolare, devono attrezzarsi per rispondere ai cambiamenti climatici e le uniche possibilità di mitigazione stanno nella costruzione di cinture verdi intorno agli abitati, parchi urbani, viali alberati e percorsi protetti.
Intervenire sui livelli di vivibilità e benessere, sul bene comune, significa favorire l’uguaglianza che l’economia urbana dominante non è più in grado di garantire. Dalla metà degli anni Novanta fino alla crisi del 2008 l’affermazione del sistema immobiliare ha fatto crescere i valori di tutte le case degli italiani. Oggi quel modello è finito e l’economia dominante privilegia solo i luoghi centrali perché il modello della valorizzazione non è esportabile su larga scala. Non a caso i valori immobiliari di tutta Italia, a iniziare dalle periferie di tutte le città, ristagnano ancora dopo i forti decrementi causati dalla crisi del 2008. È dunque evidente l’iniquità sociale della strategia della valorizzazione immobiliare. Le periferie sono escluse da ogni ipotesi di riscatto perché è conveniente investire solo nelle aree a forte redditività. Le tre città che evidenziavamo in apertura – Roma, Bergamo e Firenze – confermano questa verità. L’economia dominante estrae ricchezza dalla bellezza dei centri storici e dalle cattedrali del consumo di massa. In periferia non c’è alcuna convenienza a intervenire. Non c’è nulla da estrarre.
L’unico modo per garantire uno sviluppo caratterizzato dall’uguaglianza è legato all’ampliamento della sfera dei diritti e dalla difesa dell’integrità ambientale, intese come grandi opportunità per mettere in moto un modello di sviluppo differente.
A Roma, è dunque indispensabile che si confrontino due culture. Quella che ha provocato la distruzione delle città e quella che vuole affermare nuovi valori di uguaglianza e solidarietà. Quella di chi crede ancora nelle virtù salvifiche di un’economia in declino e coloro che in questi anni si sono battuti per i diritti del lavoro, dei diritti sociali e del diritto all’ambiente.
Con la presenza di un “quarto polo” alternativo culturalmente, socialmente e politicamente ai tre che già sono in campo (5Stelle; Pd e cespugli “coraggiosi”; destra liberista) si può riaccendere la speranza di una città a misura d’uomo e non dell’economia dominante. Roma deve avere la concreta possibilità di sperimentare la costruzione di un nuovo soggetto culturale e sociale che metta fine alla stagione dei fallimenti.
E’ un vecchia – e sempre attuale- intuizione di don Roberto Sardelli che nel 2015 affermava: “Chiediamo a singole persone, a gruppi, a movimenti di costruire insieme la prospettiva di un futuro diverso, solidaristico, improntato ai valori dell’uguaglianza, ma un futuro a partire da qui e da ora senza rimandi a un ipotetico domani. Il mondo diverso è già tra noi, se abbiamo occhi per vederlo, ed è possibile”.
Roma e le sue immense periferie hanno bisogno di una speranza. La speranza di salvare la convivenza urbana, di redistribuire ricchezze e opportunità sociali. Costruire la città dell’ecologia integrale, ad iniziare dalla ricostruzione del welfare urbano cancellato sono dunque gli obiettivi da perseguire per affermare la capitale dell’inclusione sociale.

11. Una speranza per Roma

La crisi di Roma era evidente prima che arrivasse la pandemia del Covid 19. Lo stato complessivo della città, il degrado ambientale e dei servizi fondamentali, la perdita di credibilità istituzionale, le difficoltà a trovare un lavoro specie per i giovani, erano tutti campanelli d’allarme che potevano e dovevano essere colti da tempo.
La ripresa autunnale vedrà un ulteriore aggravamento della situazione e non è più possibile tollerare questa situazione. Facendolo, saremo costretti ad assistere all’ennesimo balletto di vuote polemiche e di finti scambi d’accusa tra i tre principali schieramenti politici accomunati dalla stesse idee economiche e sociali che hanno portato alla crisi.
Se mancasse un’alternativa credibile, assisteremo insomma al solito balletto di elenchi di buoni propositi o di salvifiche riforme istituzionali che non serviranno a nulla se non si avrà il coraggio di imboccare una strada nuova, quella di mettere i reali bisogni della città al primo posto.
Nel campo dei servizi urbani, ad esempio, i tre schieramenti si sono espressi a favore della ulteriore privatizzazione del trasporto pubblico nel recente referendum (2019) promosso dai Radicali. Ciononostante assisteremo a solenni dichiarazioni di voler potenziare i servizi pubblici.
Il recupero della proprietà pubbliche per risolvere il problema dell’abitare delle famiglie povere poteva essere avviato da tempo. Centro destra e centro sinistra non lo hanno affrontato quando erano alla guida della città. I 5Stelle nel 2019 hanno addirittura sgomberato una scuola comunale abitata da famiglie bisognose a Primavalle. Quella scuola è oggi fonte di degrado. Le famiglie che ci abitavano sparite nell’indifferenza di una classe dirigente inadeguata. Ciononostante, assisteremo a solenni dichiarazioni sulla volontà di risolvere il problema.
Le biblioteche pubbliche e tutti i luoghi di elaborazione di una nuova cultura (si pensi alla guerra contro la cultura di genere che è stata portata avanti contro la “Case delle donne”, sono stati marginalizzati perché “costavano troppo”.
Le periferie sono state abbandonate perché da esse non si estrae ricchezza. Per questo sono state lasciate nel degrado.
E proprio dalle periferie dovrà iniziare il cammino di “ascolto” che potrebbe portare a costruire quella cultura politica e sociale nuova che dovrà guidare il futuro di Roma. E’ in periferia, infatti, che
Ecco i motivi che ci spingono a lanciare una proposta per il futuro di Roma. Una speranza per una città che deve tornare al ruolo istituzionale che merita. Le risorse umane ci sono. Roma è una città ricca di un tessuto umano e sociale che persegue il bene comune. E’ questa la ricchezza e la speranza di Roma: persone che credono alla solidarietà sociale, ad una città più giusta e vivibile.

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