L’adesione dell’Ucraina e il futuro dell’allargamento dell’UE – Seconda parte

Nella Prima Parte di questo articolo, partendo da un approfondimento sul riconoscimento all’Ucraina dello status di Paese candidato all’adesione all’UE, sono stati esaminati i tre principali scenari desumibili dal dibattito in corso su questa adesione e, più in generale, sull’allargamento dell’Unione. In questo secondo articolo si fa un bilancio dei tre scenari e, anche sulla base degli insegnamenti che si possono trarre dal “grande allargamento” del 2004, si delineano ipotesi di revisione delle strategie di allargamento che coinvolgono l’intero assetto istituzionale dell’UE.

Bilancio

Che conclusioni trarre sui tre scenari analizzati? Per prima cosa si può dire che nessuno dei tre rappresenta una risposta soddisfacente ai problemi dell’allargamento dell’Unione, in generale, e all’Ucraina, in particolare. Ciononostante, in ciascuno di essi si possono trovare elementi di ragionevolezza.

Una cosa è certa: non si può continuare ad andare avanti con le norme in vigore e le prassi e i comportamenti che l’Unione adotta attualmente. Sappiamo bene quello che è successo a lasciare fuori dalla porta, per più di un decennio, i Paesi liberati dalla dissoluzione del Patto di Varsavia. Ma non tutti hanno la consapevolezza che nei Balcani Occidentali potrebbe accadere di peggio se non si interviene per bloccare le dinamiche in atto: scetticismo sulle prospettive di adesione, delusione e disaffezione nei confronti di un’Unione Europea vieppiù priva di credibilità, nazionalismi galoppanti, riconciliazioni sempre più difficili; una partita che ormai si gioca tra la NATO, o per meglio dire gli Stati Uniti, da una parte, e la penetrante presenza degli interessi russi, cinesi e turchi, dall’altra. Chi, all’interno dell’Unione, si preoccupa delle ripercussioni del veto francese – ben più pesante di quello bulgaro – all’ingresso di Macedonia e Albania? Tutto questo configura i Balcani Occidentali come una vera bomba a orologeria, ma la cosa non sembra interessare molto i Governi dell’UE. E che dire della regressione autocratica e imperial-nazionalista della Turchia? È un fenomeno tutto endogeno o c’entrano anche le incertezze dell’Unione nei negoziati d’adesione, gli stop and go, gli ostacoli della burocrazia europea, le opposizioni più o meno esplicite dei Governi?

I guasti non si misurano solo su quanto accade nei Paesi candidati; si riflettono anche all’interno dell’Unione. L’allargamento, così come praticato, provoca stanchezza. L’opinione pubblica non è più interessata all’allargamento, vista con crescente insofferenza. Non a caso si parla di “stress da allargamento”. Non è difficile capire quanto questo abbia influito negativamente sugli slanci integrazionisti, sull’”approfondimento”, e per converso sullo sviluppo dei nazionalismi interni all’UE, e, specularmente, di quelli dei Paesi candidati, innescando così una spirale mortifera per il futuro dell’Europa.

A questo proposito, vale la pena segnalare cosa scrive Virgilio Dastoli in un recente articolo. L’ambiguità è divenuta più profonda – e talvolta insostenibile – con l’allargamento all’Europa centrale e rischia ora di disintegrare l’Ue con i negoziati di adesione rivolti ai Balcani occidentali e all’Europa orientale se non sarà affermato senza ambiguità il principio secondo cui l’ingresso nella famiglia europea non risponde all’obiettivo rivendicato dai nuovi paesi di costruire o ricostruire delle nazioni (nation building o rebuilding) uscite dal giogo dell’imperialismo sovietico ma alla scelta di una sovranità condivisa nel quadro di un’unione politica e del primato del diritto europeo.

Una seconda conclusione che si può trarre dagli scenari analizzati è che l’adesione dell’Ucraina non può essere affrontata con una soluzione una tantum. Come si è visto, questo non sarebbe accettato dagli altri Paesi candidati, in coda da anni. Inoltre, non si coglierebbe l’occasione ucraina per una più generale e radicale revisione non solo dei meccanismi dell’allargamento ma della stessa struttura politica e istituzionale dell’Unione.

In terzo luogo, prevedere – come suggerito dal secondo scenario – dei periodi transitori, dopo l’adesione, per un adeguamento graduale all’acquis comunitario, potrebbe in gran parte ridurre i tempi della preadesione.

Infine, non sembra accettabile – come peraltro già manifestato dai Paesi candidati, Ucraina in testa, la prospettiva di una Comunità Politica Europea intesa come area di parcheggio in attesa di un’adesione che non si sa quando e se mai avverrà. Al contrario, la proposta di Macron e Letta ha il pregio di offrire ai “vicini” che non intendono aderire all’UE una prospettiva meno politicamente asfittica del Partenariato Orientale della Politica di Vicinato.

Da queste prime conclusioni si può partire per costruire un’ipotesi di revisione delle strategie di allargamento. Ma, prima ancora, è, forse, utile prendere in conto qualche insegnamento dalla storia del “grande” allargamento del 2004, in particolare quello che ha riguardato i Paesi del Gruppo di Visegrad: Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia.

Storia e memoria possono soccorrere

Trentun anni fa, per la precisione il 15 febbraio 1991, nasceva il Gruppo di Visegrad, che riuniva i Governi di Polonia, Ungheria e Cecoslovacchia. Prendeva il nome proprio dalla cittadina ungherese che, in quella occasione, aveva ospitato il summit dei leader dei tre Paesi. Dopo la divisione, nel 1993, della Cecoslovacchia in Repubblica Ceca e Slovacchia, l’originale Terzetto divenne il Quartetto di Visegrad.

Il muro di Berlino era caduto da poco più di un anno. Nei paesi appena liberati grazie a Gorbaciov, l’anelito a riunirsi con la Vecchia Europa era pressoché generalizzato, mentre in quelli della Comunità Europea si respirava un’aria di grande solidarietà e accoglienza nei confronti dei fratelli, a lungo separati, dell’Europa dell’Est. Si parlava, appunto di “ritorno all’Europa”. Dal punto di vista dell’emotività collettiva, una situazione simile a quella attuale per l’Ucraina invasa.

Anche allora, però, sotto l’aura della grande solidarietà si appalesarono subito opinioni contrastanti sul loro ingresso nella casa europea. Da un lato, sembrava che la Comunità li aspettasse a braccia aperte, dall’altro, però, si apriva un grande dibattito sulle difficoltà di integrare, in una compagine ormai rodata da più di trent’anni di vita comune, degli Stati con sistemi economici e livelli di reddito, strutture statuali e sistemi normativi, completamente diversi dai nostri.

Il Gruppo di Visegrad era partito con il piede giusto. Esso si costituiva principalmente per stabilire una strategia comune in vista dell’ingresso nella Comunità Europea, non tano in termini di potere negoziale, quanto di arrivare all’appuntamento con l’Europa unita, con il massimo di integrazione tra i tre Paesi. Nella Dichiarazione del summit costitutivo c’è un lungo elenco dei campi in cui si voleva che la cooperazione interstatale conducesse ad una maggiore integrazione tra i Paesi del Gruppo: dal libero mercato alla costruzione della società civile, dall’integrazione territoriale alla cooperazione ambientale.

Ma a Bruxelles la si pensava diversamente. Si faceva fatica anche a immaginare che si potesse adottare un metodo diverso da quello seguito per Grecia, Spagna e Portogallo, i cui esami d’ammissione erano stati rigorosamente individuali, così come individuali erano stati i percorsi di redenzione. Il loro Purgatorio era stato lungo: sei anni per la Grecia, nove per Spagna e Portogallo. Un tempo che sembrava troppo lungo a Paesi che avevano chiesto di entrare nella Comunità Europea non appena si erano liberati da pesanti dittature. Ma c’era il tabù dell’acquis communautaire; la pretesa che, prima de loro ingresso, i Paesi candidati avessero già adeguato i loro sistemi e le loro normative a quelle già acquisite dalla Comunità Europea. In più, prevalse la teoria che prima di “allargare” si dovesse “approfondire”. E così fu; l’approfondimento consisté nel Trattato di Maastricht, firmato il 7 febbraio 1992, ma la neonata Unione attese la sua entrata in vigore per dare, con il Consiglio Europeo di Copenaghen (giugno 1993), il via libera alla presentazione delle domande di adesione.

Negli stessi primissimi anni ‘90, a Parigi, si riuniva intorno a Edgard Pisani, allora Presidente dell’Institut du Monde Arabe (IMA), un Gruppo di riflessione sull’Europa. Pisani era stato, dall’81 all’’85, membro della Commissione Europea, con l’incarico allo sviluppo (Paesi in via di sviluppo); aveva poi lasciato la Commissione perché deluso dalla “non Europa”, al pari di un altro Commissario, l’italiano Antonio Giolitti. Era uno dei pochi francesi autorevoli, critico dell’approccio funzionalista con cui era stata concepita l’integrazione europea a partire dal Mercato Comune (MEC).

Chi scrive ha avuto la ventura di partecipare alle riunioni di quel cenacolo, del quale facevano parte intellettuali e personalità francesi, ma anche persone impegnate nelle istituzioni europee.

La critica principale che si muoveva ai comportamenti prevalenti a Bruxelles era di approcciarsi ai “nuovi” Paesi dell’Est europeo con gli stessi criteri mercatistici con cui la Comunità era stata creata. Sembrava scandaloso il divario tra la posta in gioco politica, di portata storica, del “ritorno all’Europa” e l’ossessione della rispondenza all’acquis comunitario. Un’ossessione che, con i contenuti ordoliberisti che bollivano nella pentola che avrebbe servito Maastricht, era diventata pura ideologia. Il Gruppo dell’IMA vedeva nel “Terzetto di Visegrad” l’interlocutore ideale per sperimentare un approccio alternativo all’adesione, partendo innanzitutto dagli intenti di cooperazione, armonizzazione e integrazione tra i tre Paesi fondatori. Quindi non più esami individuali ma negoziati con il Terzetto per un’adesione collettiva e un’integrazione progressiva misurata sui progressi della sua integrazione interna. La scelta di privilegiare l’integrazione tra i Paesi di Visegrad, tutt’altro che bizzarra, rispondeva a due obiettivi strategici. Il primo era quello di realizzare l’avvicinamento all’acquis comunitario con un graduale sforzo di armonizzazione interna al Gruppo, anziché con una devastante assimilazione. Il secondo era quello di cominciare a realizzare delle integrazioni subregionali (intendendo per regione l’Europa), non tanto a livello di mercato ma di una integrazione territoriale che avrebbe rafforzato le loro economie preparandole all’impatto con quella europea, al fine di evitare ciò che succede sempre quando si liberalizzano gli scambi tra aree strutturalmente diverse, e cioè il deperimento di quelle più deboli a favore di quelle più forti. Era già successo al nostro Mezzogiorno dopo il primo decennio di MEC.

L’altro criterio alternativo era il ribaltamento delle priorità all’interno dell’acquis: prima di tutto i criteri legati alla democrazia, stato di diritto e diritti fondamentali, gli unici criteri da rispettare per l’ingresso, partecipando a pieno titolo alle istituzioni comunitarie; solo dopo, quelli relativi alle politiche e al mercato, da verificare gradualmente dopo l’adesione all’interno di percorsi transitori, già sperimentati, come si è detto, con Grecia, Spagna e Portogallo. Insomma, qualcosa di simile a quanto previsto dal secondo scenario analizzato: si entra con la rispondenza a criteri politici fondamentali, tutto il resto dopo l’adesione. Ognuno dei partecipanti al Gruppo IMA, si era poi impegnato a riproporre queste idee nelle varie sedi di competenza a livello nazionale e comunitario. Ovviamente senza alcun risultato; il Moloch di Maastricht non venne minimamente scalfito, l’adesione del Gruppo di Visegrad la prima vittima sacrificale.

Il primo riflesso di questa miope strategia di allargamento fu la dissoluzione della Cecoslovacchia. Il Presidente ceco, il liberale Klaus, pensò bene che per aderire più agevolmente agli standard economici dell’Europa comunitaria, sarebbe stato meglio liberarsi del fardello di una Slovacchia economicamente molto più arretrata. I quattro di Visegrad dovettero allora subire un esame di adeguamento durato circa dieci anni. Un esame reso ancora più insopportabilmente minuzioso dal “Completamento del Mercato Unico” fissato al 31 dicembre 1992: una valanga di centinaia di Direttive che a partire dall’Atto Unico (1985) erano state adottate per garantire la libera circolazione delle merci, delle persone, dei servizi e dei capitali. 1

I risultati sono ben noti. I Paesi candidati del Gruppo di Visegrad, fiutato il vento che spirava da Bruxelles, fin dall’inizio rivolsero il loro interesse verso la NATO; Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca vi entrarono nel 1999, cinque anni prima del loro ingresso nell’UE. Il sogno europeo veniva sostituito da quello americano. E man mano che passavano gli anni a bussare inutilmente alla porta dell’Europa, prendevano sempre più forza le tendenze nazionaliste e la frustrazione diventava vero e proprio sentimento antieuropeo. Di tutto questo ci si dovrebbe sempre ricordare quando ci si straccia le vesti per il modo indecente con cui questi paesi partecipano all’Unione Europa. Per questo è insopportabile sentire ancora dire che i fallimenti dell’Unione dipendono dall’allargamento a Est del 2004, dall’errore di Romano Prodi, che invece ha avuto il merito di porre fine a una situazione che si era ormai incancrenita. Se un errore, allora, è stato commesso, si tratta, come già detto, solo di aver permesso l’adesione di Cipro prima che avesse risolto il proprio conflitto territoriale.

È facile, quasi banale, dire che se allora le proposte del Gruppo di Pisani fossero state accettate la storia di quei quattro Paesi e della stessa Unione Europea, sarebbe stata decisamente diversa.

Europa a due vocazioni

È possibile riproporre oggi le soluzioni avanzate dal Gruppo dell’IMA ? Certo, il contesto è notevolmente cambiato, ma i problemi di fondo relativi all’allargamento sono sempre gli stessi. Nel dibattito attuale, infatti, riemerge con forza la sempiterna dicotomia tra allargamento e approfondimento, e, forse, bisognerebbe cogliere l’occasione dei problemi aperti dalla candidatura dell’Ucraina, per sciogliere “gordianamente” questo nodo. Le preoccupazioni per le ripercussioni che l’ingresso di Paesi non ancora “preparati” possono avere sulla coesione interna dell’Unione non sono prive di fondamento. L’approfondimento è necessario, ma non ci può essere un prima e un dopo. Non si può continuare a bloccare l’allargamento in attesa di un approfondimento che, come Godot, non arriva mai. Anche perché approfondimenti in questi ultimi trent’anni ce ne sono stati, a cominciare da quello già citato di Maastricht. Approfondimento è stato anche il processo, acceleratosi in questi ultimi anni, di cessione di competenze nazionali all’UE, la cosiddetta Europa politica, che in un sistema rigidamente intergovernativo si è tramutato in un accentramento autoritario di politiche che come mai hanno pesato sulla vita dei cittadini europei. Cosa c’è di più politico e di più europeo del Patto di Stabilità?

La verità è che questi approfondimenti non hanno messo al riparo l’Unione da dinamiche disgregatrici se non dissolutrici. Basti pensare alla Brexit, ai populismi e sovranismi dell’Est, all’egoismo dei cosiddetti “Paesi frugali”, alla rendita di posizione imposta agli altri Paesi dalla Germania, alla grandeur (vagheggiata) e al neocolonialismo (praticato) della Francia. Né, peraltro, l’approfondimento può consistere nelle modeste proposte di revisione dei Trattati uscite dalla Conferenza sul Futuro dell’Europa: superamento del diritto di veto, elezione diretta del Presidente della Commissione, convocazione di una Convenzione, ecc.

Per rispondere alle sfide dell’allargamento, l’UE ha bisogno di ben altro genere di approfondimento. Ma per questo è necessario un vero e proprio bagno di realismo. Non si può continuare a vagheggiare una più profonda integrazione politica a livello europeo, quando una gran parte dei Paesi membri non la vuole e fa di tutto per salvaguardare prerogative nazionali – fino all’eresia del non riconoscimento del primato del diritto europeo. Le gesticolazioni dei partiti e dei movimenti nazionalistico-identitari sono solo la punta dell’iceberg di un risentimento verso un’Unione che non tiene sufficientemente in conto le identità. L’approfondimento – o, se si vuole, il futuro dell’Europa – non può non prendere in considerazione punti di vista che sono diversi ma non debbono diventare alternativi. La questione non è “più Europa” o “meno Europa”; ma come ristrutturare un’Unione che, da un lato, prenda atto che su punti essenziali – dalla politica estera alle migrazioni, dall’energia all’ambiente, dalla politica agricola a quella sociale, – ci sono, al suo interno, divergenze cospicue, dall’altro non si arrenda allo svuotamento politico al quale l’assetto intergovernativo sembra averla condannata.

Non si tratta di rispolverare modelli già consunti come “Europa a due velocità” o “Europa a più velocità”. L’”Europa a due velocità” è improponibile perché già oggi esistono più velocità determinate dai diversi vincoli tra Stati membri: Zona euro, area Schengen, cooperazioni rafforzate, ecc. Forse è il caso di pensare a un’“Europa a due vocazioni”: una federale, l’altra confederale, alle quali corrispondano entità sovranazionali distinte.

È singolare che tra coloro che propugnano l’idea di un’Europa più integrata, più democratica e politicamente più unita, siano pochi quelli che parlano di Europa federale. C’è una sorta di pudore a pronunciare la parola federalismo o Stati Uniti d’Europa; sia per paura di scivolare nell’utopia sia perché, sbagliando, si pensa a modelli federali (o chiamati tali) esistenti. Ci sono poi quelli che, sono contro lo sbocco federalista perché, in buona o cattiva fede, l’identificano con lo stato nazione. Al contrario, l’Europa federale è tutta da inventare. In ogni caso, se si vuole un’Europa che sia un attore globale e al tempo stesso garantisca al suo interno la democrazia (al cui centro ci sia una costituzione e un Parlamento che legifera), ebbene questa non può che chiamarsi Europa federale.

Se, da un lato, è questo, l’Europa federale, l’approfondimento che da sempre manca ed è sempre più necessario, dall’altro, esso non può essere imposto a tutti i membri dell’Unione. Dovrà essere una libera scelta di ciascuno di essi di far parte di una Federazione o di una Confederazione europea. Mentre la prima è tutta da costruire, la seconda è già bella e fatta. Che cos’è l’attuale Unione Europea se non una variante specifica di Confederazione? Questa Confederazione non avrà bisogno di cambiare nome, continuando a chiamarsi Unione Europea, e manterrà tutto il suo armamentario istituzionale. Sarà l’Europa federata ad aderirvi – e non i suoi singoli Paesi membri – insieme ai Paesi membri dell’UE che non avranno scelto la via federale. Mettere ciascun Paese membro di fronte a una libera scelta è molto diverso che ritrovarsi in un cerchio con una velocità determinata da condizioni oggettive di inferiorità, per esempio economiche come nel caso della Zona euro. È la paura di ritrovarsi in serie B che, finora, ha fatto manifestare ai Paesi membri dell’Est una decisa contrarietà all’idea di un’Europa a due velocità. Inoltre, la scelta per l’Unione/Confederazione dovrebbe poter essere reversibile. Le porte della Federazione dovrebbero rimanere sempre aperte.

L’ipotesi “Federazione dentro Unione” avrebbe il vantaggio di indurre alcuni Paesi – per controbilanciare il peso che la prima avrebbe dentro la seconda – a sperimentare forme associative e di integrazione sovranazionale, non necessariamente federali, per esempio a livello subregionale (Visegrad, Baltico, ecc.). Sarebbe una strada che farebbe fare enormi passi avanti alla geopolitica europea, sia in termini di funzionalità che di trasparenza.

A questo punto sarebbe d’obbligo affrontare alcune questioni relative all’Europa federale e rispondere ad alcuni elementari quesiti: chi? con chi? come? quando? È evidente che non è questa la sede per trattare queste questioni, anche perché rispondere a quelle domande significa costruire un programma politico di respiro continentale, compito che non può essere svolto con uno scritto.

Un’altra idea di allargamento

Ma torniamo all’allargamento. L’ipotesi “Federazione dentro Unione Europea” stempera la questione allargamento; rende meno problematiche nuove adesioni all’Unione poiché il rischio di una diluizione della coesione politica sarebbe meno grave proprio perché i vincoli politici dell’Unione/Confederazione sarebbero verosimilmente più leggeri di quelli attuali. E se le condizioni per aderirvi fossero quelle previste dall’interpretazione che il saggio dell’Istituto Jacques Delors dà della proposta Macron/Letta – e cioè il rispetto dei valori enunciati nell’art. 2 del Trattato nonché la ratifica della Carta europea dei diritti fondamentali – si potrebbe, a queste condizioni, pensare a un meccanismo di adesione come quello del secondo scenario (proposta Kochenov) precedentemente analizzato, in cui il grosso dell’adeguamento all’acquis comunitario avviene gradualmente dopo l’ingresso nell’Unione. In questo, viene ancora in soccorso lo stesso saggio che prevede – naturalmente per la Comunità Politica Europea, ma potrebbe adattarsi benissimo all’adesione all’UE – che l’adesione non sarebbe più monolitica (si deve aderire a tutte le dimensioni e gli impegni che definiscono l’UE, a parte alcuni periodi di transizione), ma graduale (si aderisce gradualmente, per “tranches” o “pacchetti” successivi). Questo approccio graduale faciliterebbe una più facile appropriazione dell’UE da parte dei leader dei paesi aspiranti e della loro opinione pubblica, nonché una migliore integrazione di questi paesi, consentendo di costruire gradualmente la conoscenza e la fiducia reciproche.

Insomma, si tratterebbe di adottare, dopo trent’anni, la proposta del Gruppo Pisani, o, per meglio dire, uno dei due corni della proposta. Ma si potrebbe pensare di attuare anche l’altro corno, benché politicamente più ardito: quello dell’adesione collettiva per gruppi di Paesi che realizzino tra loro una qualche forma d’integrazione sovranazionale. Per esempio: i Balcani Occidentali, l’Ucraina e la Moldova, le tre repubbliche caucasiche. Si tratterebbe di connettere l’integrazione nell’UE con i progressi della loro integrazione subregionale. Gli aiuti finanziari, in particolare quelli dei Fondi strutturali, dovrebbero andare prioritariamente a programmi transnazionali d’integrazione territoriale.

La revisione della strategia dell’allargamento, sin qui delineata, ha come presupposto l’Europa federale. Ma si tratta di un presupposto politico, di definizione di una prospettiva strategica, non di un prerequisito. Anzi, assumendo, per una volta, un approccio funzionalista, e prendendo per buona l’affermazione che abbiamo sentito ripetere più volte a proposito della pandemia, e cioè che l’UE progredisce quanto più vi è costretta dalle crisi, si potrebbe sostenere che la destabilizzazione provocata da un ingresso immediato di un gran numero di Paesi candidati potrebbe creare le condizioni per obbligare un gruppo di Paesi membri a costruire l’Europa Federale.

A questo punto ci si può chiedere: che fare della proposta della Comunità Politica Europea? È evidente che in un assetto “Federazione dentro Confederazione”, in cui Confederazione e Unione coincidono, la proposta Macron/Letta non ha più fondamento, almeno per una delle sue due missioni, quella di anticamera all’adesione. Rimane il problema dei vicini non interessati all’adesione. Ma per questi bisognerà pensare a strumenti e orizzonti geopolitici diversi.

di Andrea Amato

In un saggio, pubblicato nel 2003, alla vigilia dell’adesione, Daniel Vaughan-Whitehead, faceva un bilancio poco lusinghiero del periodo della preadesione, affermando, tra l’altro: Se da un lato l’Unione europea non ha perso l’occasione storica rappresentata dalla riunificazione dell’Europa, dall’altro ha trascurato la preparazione strategica all’allargamento. Non ha investito abbastanza nell’analisi delle conseguenze dell’adesione dei prossimi dieci Stati membri sul suo modo di operare interno. Pertanto, l’acquis comunitario è stato loro imposto, nonostante le loro differenze culturali, economiche, sociali e politiche. In nessun momento l’Unione europea ha valutato se fosse necessario considerare l’adeguamento, eventualmente la modifica, ma soprattutto il miglioramento, dell’acquis comunitario in vista dell’allargamento, sia dell’acquis legislativo sia di tutte le politiche comunitarie attuali, come la Politica Agricola Comune, la politica di coesione, la politica dell’occupazione, la politica sociale. È giunto il momento di utilizzare l’attuale allargamento per riformare le nostre politiche senza aspettare oltre il 2006 o altre scadenze. L’Unione Europea non ha neanche messo in atto i mezzi per far fronte a questo allargamento. Il periodo di preadesione e i negoziati finali svoltisi al Vertice europeo di Copenaghen hanno mostrato degli Stati membri tesi soprattutto sui propri interessi nazionali, nel perseguimento di un’unica strategia: cogliere l’opportunità dell’allargamento, riducendone al minimo i costi per il funzionamento delle istituzioni e dei programmi comunitari. È così che si è cristallizzato il dibattito sugli aspetti finanziari, presentando all’opinione pubblica l’allargamento come un’operazione soprattutto di bilancio, mettendo in luce gli interessi divergenti più che gli interessi comuni nella costruzione di questa UE allargata. (ns. traduzione). Daniel Vaughan-Whitehead, L’élargissement de l’Union Européenne: une fuite en avant?, Notre Europe, Policy paper N° 5, Septembre 2003

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