Le città di fronte al cambiamento climatico

di Ugo Maria Poce, presidente di Planet 2084 – 

Il mainstream parla molto di Transizione ecologica (il periodo di profondi cambiamenti che dovrebbe riportare l’umanità all’interno dei limiti e degli equilibri naturali della biosfera per evitare il rischio dell’estinzione della specie umana) e di Resilienza (gli interventi che potrebbero migliorare la nostra vita approfittando del cambiamento obbligato). Quest’ultimo è un termine molto di moda tra i decisori politici ma che viene oggi poco usato negli studi scientifici, dove anzi negli ultimi anni la parola Adattamento ha gradualmente scalzato la parola Mitigazione. 

Il calo di ottimismo tra gli scienziati è evidente perché mentre scoprono dati sempre più preoccupanti sullo stato del pianeta prendono atto del ritardo dei Governi nel rispondere al loro decennale grido di allarme con interventi “rapidi e urgenti” (IPCC).

Gli ultimi 20 anni sono stati i più caldi dalla fine del 1800 e gli ultimi 5 i più caldi in assoluto.  

Ma attenzione, il mondo scientifico parla di Grande Accelerazione: il surriscaldamento prosegue in modo esponenziale ma provoca anche l’accelerazione di molti altri fenomeni e complesse interazioni negative tra gli ecosistemi, un “effetto domino” su cui si dovrebbe dare una piena e corretta informazione. 

Ad esempio, l’IMO, l’agenzia dell’ONU che si occupa di Migrazioni, afferma che in soli 5 anni il numero delle persone che hanno lasciato i luoghi di residenza è passato da 50 milioni agli attuali 70 e che tra 30 anni i due terzi della popolazione mondiale vivrà nelle città.

Nel Sud del mondo, sempre più persone fuggono dalle zone aride che diventano deserti o dalle coste invase dall’innalzamento del livello del mare, dall’acqua salata dei pozzi inutilizzabile all’irrigazione dei campi e imbevibile per loro e gli animali. Migrano verso le grandi città formando sterminate bidonville, solo pochi raggiungono i paesi limitrofi e pochissimi arrivano nei ricchi paesi a Nord del mondo.

Alcuni usano questo argomento per giustificare la costruzione di ridicoli muri per fermare questo flusso inarrestabile senza capire che è solo la punta dell’iceberg di un drammatico ed esplosivo movimento di persone che paga le conseguenze di una crisi climatica ed ecologica che non ha provocato.

Si chiamano “migranti climatici”, nel 2050 saranno la quasi totalità e il loro numero supererà i 250 milioni.

Questa proiezione dell’IMO viene ignora dai media, ma lo scenario è dato per molto probabile in quanto, per un naturale effetto inerziale del nostro pianeta, la temperatura media continuerà a salire di circa mezzo grado anche se azzerassimo domani tutte le emissioni di gas serra. Ma, come è noto, nelle città aumenterà di più!

Verso di esse convergono non solo i migranti, ma anche le produzioni intensive e chimicizzate di animali, quelle di un’agricoltura che stressa i suoli, oltre a una enorme quantità di oggetti superflui che attraversano oceani e continenti prima di essere acquistate, utilizzate e poi gettate in poco tempo.

Già oggi le città sono responsabili del 40% delle emissioni mondiali di gas serra e sono tra i sistemi più vulnerabili ai rischi legati al rapido cambiamento climatico in corso.(fonte BM).

L’Italia non è esente da questi rischi, anzi: violente grandinate e disastrose alluvioni avvengono in alcune zone mentre in altre scoppiano incendi a causa del persistere di temperature oltre i 40°C. E’ un hot spot come conferma anche il recente 6° report dell’IPCC e si spiega con la collocazione del nostro paese al centro del Mediterraneo dove la temperatura aumenta più della media planetaria.

Diversi studi iniziano a correlare la diminuzione di risorse economiche disponibili che si avrà con l’impennarsi dei costi per la riparazione dei danni alle cose e alla salute.

L’aumento del numero e dell’intensità dei fenomeni meteorologici estremi è sofferta da un crescente numero di persone che comunque subiscono, nel migliore dei casi, traumi o  perdita di case, di beni e servizi. 

Le ondate di calore sulla salute umana hanno provocato l’aumento dei decessi del 50% di anziani, bambini e soggetti fragili a causa di ictus, difficoltà respiratorie e alterazione del ciclo del sonno così come è aumentato il rischio idrogeologico che si manifesta con frane,  esondazioni, erosioni spondali e costiere, danneggiamento di ponti, condotte e infrastrutture in genere.

Il surriscaldamento planetario si manifesta sopratutto attraverso l’acqua, ovunque saltano le medie mensili perché piove troppo o troppo poco.

La città di Roma non è esente da tutto ciò: aumentano gli incendi e il rischio idrogeologico riguarda un territorio dove vivono  circa 300.000 persone, la più elevata esposizione in Europa. “Roma ha zone che non reggono nemmeno un acquazzone” dice qualche esperto e i Municipi più esposti sono il IV, VI, VII, X, XI e il XV. (sito del Comune)

  

Dopo tante amministrazioni fallimentari la sfiducia dei romani è massima ma alcune delibere poco costose e di facile attuazione potrebbero essere subito approvate, sono interventi ecologicamente sostenibili e di buon senso che potrebbero in parte mitigare le distorsioni più gravi sul consumo di suolo e la tutela del verde, sulla valorizzazione delle periferie, sulla salute, sul riciclo dei rifiuti, sulla mobilità pubblica e gratuita sperimentata con successo in altre città, promuovendo consapevolezza e partecipazione reale tra i cittadini, preparando i giovani alle nuove opportunità di lavoro che si apriranno.

I “decisori politici” avrebbero potuto prevenire ma non l’hanno fatto e, dopo averci portato sull’orlo del baratro, parlano di un Green New Deal che approfitta della Transizione per garantire “nuovi” grandi profitti, tipo il rinnovamento di tutto il parco macchine, l’idrogeno blu, il nucleare a fusione nucleare o la plastica usa e getta riciclabile senza capire che è il nostro pianeta a indicare cosa fare e dettare i tempi del cambiamento: non più di 10/15 anni per evitare l’annunciato dissesto economico e una crisi ambientale irreversibile.

La Transizione ecologica non sarà facile ma va affrontata con una visione capace di adattare la società ai limiti e alle leggi naturali che da miliardi di anni garantiscono la vita sulla Terra. Una visione che sia radicalmente diversa da quella dei politici correnti ancora impantanati nel pensiero seicentesco delle risorse naturali illimitate e del potere risolutivo della Tecnica che continuano a credere nelle “magnifiche sorti e progressive” del mercato senza rispondere all’evidente contraddizione della crescita infinita su un pianeta piccolo e finito.

Questa cultura miope e illusoria ha causato la crisi climatica ed ora non sa affrontare la complessa crisi ecologica, sociale ed economica in rapido peggioramento che stiamo vivendo. Dobbiamo risolverla senza ulteriori ritardi, possibilmente prima che la Storia riconosca le intuizioni di Rosa Luxemburg in “(eco)Socialismo o barbarie” come giuste.

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