Meena e le altre

L’Europa, anche nei suoi movimenti più di sinistra e progressisti, spesso, quando guarda fuori dai propri confini, dimentica anche i nomi. Meena Keshwar Kamal, ad esempio, la ricorda qualcuno? Ha vissuto solo 30 anni, nata nel 1956 e uccisa nel 1986, ma anni intensi. Studentessa universitaria a 21 anni, nel 1977 fonda a Kabul, nell’Afghanistan in cui si vivevano momenti di profonda trasformazione sociale e politica, la Rawa (Associazione delle Donne Rivoluzionarie Afghane). Con le altre compagne tenta di imprimere una trasformazione più radicale al Paese, ma l’invasione sovietica del dicembre 1979 sembra spezzare le speranze. Nel 1981, si reca a Parigi a rappresentare la resistenza afghana al congresso del Partito Socialista, denuncia con voce ferma tanto l’oppressione fondamentalista quanto le violenze dell’esercito d’occupazione al punto che la delegazione sovietica, a seguito dell’ondata di applausi che segue il suo intervento, esce dall’aula. Meena nel frattempo si sposa, ha 3 figli di cui ancora oggi si ignora il destino, nel 1982, insieme alla direzione di Rawa è costretta a spostarsi in Pakistan, in un campo profughi. Il 4 febbraio 1987 viene sequestrata e uccisa. Ancora oggi – anche se due dei presunti autori dell’omicidio sono stati condannati e uccisi su indicazione Usa – si ignorano i mandanti. Rawa ha continuato ad operare in Afghanistan durante il primo governo talebano, è rimasta illegale anche con i governi fantoccio che si sono succeduti con l’occupazione Nato e continua ad operare ancor oggi, con nuovi giovani quadri dirigenti, nonostante il regime di terrore in cui è precipitato in maniera ancora più profonda il paese dal 15 agosto scorso. E restando in Afghanistan, quanti sono stati i titoli dei giornali dedicati ad Hambastagì (Partito della Solidarietà), unica forza politica di sinistra presente nel Paese che conta circa 40 mila iscritti. La laicità, i diritti delle donne, la democrazia, e l’opposizione alla Nato, sono i punti cardine del Partito nato nel 2004 (17 aprile), che ha boicottato le elezioni politiche del 2004, 2009, 2014 non ritenendole libere e che dal 2012 è considerato illegale per aver denunciato alcuni leader afghani di aver commesso crimini di guerra negli ultimi tre decenni di conflitto chiedendone l’arresto. Hambastagì, oltre ad aver condannato l’invasione turca nel Rojava ha, dalla fondazione, il doppio portavoce, a livello locale e nazionale, un uomo e una donna. Selay Ghaffar è venuta in Italia nel dicembre del 2017 e ci ha colpito l’autorevolezza con cui parlava del programma del proprio partito. Il legame con le donne della resistenza kurda è sempre stato molto saldo. All’indomani del ritorno dei talebani il Kjk (Comunità delle Donne del Kurdistan) ha solidarizzato con le compagne afghane con un lungo comunicato che si conclude con una semplice affermazione: “Jin Jiyan Azadî [Donna, Vita, Libertà]”. Del resto l’esperienza kurda ha contaminato anche la parte più progressista della società turca. Se nei cantoni del Rojava operano le unità combattenti dello Ypg (Unità di protezione delle donne), queste non si considerano né si affermano unicamente per il valore in battaglia. Nelle zone ancora liberate, nei Comuni in cui ancora sventolano le loro bandiere, la lotta contro il patriarcato, le imposizione religiose, quella contro l’occupante sono un tutt’uno con il tentativo di progettare una società diversa, fatta a misura di uomo e di donna, senza divisioni dovute ad appartenenze culturali o religiose, ma fondate su una visione comunitaria della gestione orizzontale del potere, in cui le cariche subiscono una rotazione, in cui si cerca, in condizioni di crisi, di non reiterare modelli autoritari che spesso sono stati l’elemento di fragilità delle migliori esperienze rivoluzionarie. Incontrarle arricchisce, si scoprono sensibilità rispetto all’ambiente, alla gestione per consenso del potere, alla divisione socialista delle risorse, insomma una sinistra reale che da occidente e vittime di un colonialismo mai superato abbiamo, soprattutto in Italia, rimosso come gran parte del patrimonio positivo della stagione degli anni Sessanta e Settanta. In Turchia, nonostante la presenza di una dittatura criminale  come quella di Erdogan, l’Hdp continua a restare – decimato dagli arresti – in parlamento, ad eleggere sindache e consigliere anche nei comuni, non solo nella comunità kurda. Una dei due portavoce del Partito Figen Yüksekdağ, eletta in parlamento nelle elezioni del giugno 2015 è in carcere dal novembre dell’anno successivo con accuse pesantissime. Del resto la storia turca ha già altri precedenti di spessore. Impossibile non ricordare Leyla Zana che eletta nel 1991 prestò, destando scandalo, giuramento in kurdo – lingua il cui uso in pubblico era proibito – e per questo venne condannata. Da allora la sua storia è un susseguirsi di elezioni, condanne poi disconosciute in seconda istanza, accuse, attentati, tentativi non andati a frutto di giungere ad una mediazione col regime auspicando la realizzazione di uno stato federale. L’ultima sua elezione nel 2011 è stata, di fatto, resa nulla nel 2018 in quanto, a detta della maggioranza dei parlamentari, aveva fatto troppe assenze “forse per le giornate passate in carcere o nei tribunali” e in quanto non era stato ritenuto valido il suo giuramento. Altra vicenda purtroppo dimenticata dai più. Ma questi sono solo esempi vicini nel tempo e nella memoria.

Da decenni, in quei paesi sempre raccontati col paternalismo tipico delle classi dominanti e di una cultura eurocentrica, le questioni dell’intersezionalità, della necessità di costruire conflitto e coscienza capace di intersecare le oppressioni di classe, di genere e di “razza”, aveva già costruito coscienza e consapevolezza politica in buona parte del pianeta. Le rivoluzioni panarabe e panafricane, le lotte anticoloniali nell’Africa Sub Sahariana e in Asia, ci hanno regalato esperienze, individuali ma più spesso collettive, di movimenti profondi che sono riuscite in alcuni momenti a stravolgere il potere maschile dominante. Nella saggistica si tratta di vicende poco note, nella narrativa che da quei paesi giungeva e giunge, vicende molto più fortemente narrate nei personaggi della narrativa africana. Leggende? Più spesso trasposizioni di una rielaborazione rivoluzionaria di fatto esistente nella realtà. Come definire altrimenti il romanzo corale di Ousmane Sembène, Il fumo della savana, uscito in Italia nel 1991. Il regista e scrittore senegalese, con una biografia che ha attraversato 3 continenti, racconta nel romanzo uno sciopero di lavoratori impiegati nella costruzione della ferrovia Bamako-Dakar, nel 1947. A guidare politicamente la protesta dei lavoratori c’è una donna, una prostituta per essere più chiari, che vive la protesta anche come un momento di emancipazione personale. Tanti gli scrittori che raccontano di donne protagoniste, da Cyprian Ekewnsi a Bessie Head, a Maryse Condè, il conto non si ferma. Dal passato al presente, dalla letteratura alla realtà, leader che hanno influenzato e influenzano tutto il pianeta come Aminata Traoré, Vandana Shiva e dietro di loro, forum sociali, movimenti votati al cambiamento dello stato di cose esistenti, impossibile tenere il conto. Non accade solo nel mondo della sinistra ma, nonostante le difficoltà e le maggiori imposizioni imposte dalle tradizioni patriarcali, c’è una gioventù forte e indomita, che è stata capace di sopportare le violenze in Piazza Taharir, al Cairo, gli stupri etnici nel Corno D’Africa, ma che resiste e guarda avanti.

Quanta distanza rispetto al nostro vecchio, presuntuoso, arrogante e fallimentare paese. Un paese, l’Italia, in cui accade che a emergere politicamente sia una classe dirigente ottusa in cui non solo non c’è spazio per la sinistra ma vengono ancora più tenute ai margini coloro che mantengono un approccio radicale e di cambiamento strutturale. Un cambiamento non compatibile nel sistema, né per gli uomini né tantomeno per le donne. Col risultato che chi è giovane e ha idee, proposte concrete per agire, tenacia, si conquista ruoli in quegli ambiti e solo in quelli, considerati meno rilevanti per gli uomini. Ma quella maschile è una sconfitta annunciata. Le donne che oggi comandano equipaggi, spesso maschili, nelle Ong che salvano migranti in mare, quelle che si impongono, per i propri contenuti sulla scena artistica e culturale, rappresentano un futuro che è di fatto già presente. In molte/i di loro emerge una consapevolezza profonda, che non vuole accettare la competizione per un potere fine a se stesso ma è alla ricerca. Una ricerca che riguarda tanto gli uomini che le donne, la sola che potrebbe permettere la rinascita di una vera sinistra di alternativa. In Italia la lotta intersezionale è solo agli albori, ne sono testimonianza da pochi anni le giovanissime ragazze che scendono in piazza nelle manifestazioni di Nudm, che svolgono ruoli di primo piano nelle occupazioni delle scuole, che costruiscono forme di mobilitazioni includenti e capaci di parlare anche ad un mondo disilluso. L’intersezionalità di cui parlava e per cui militava una dirigente comunista di prim’ordine come Angela Davis, potrebbe anche in un paese retrogrado come il nostro, irrompere in maniera sana. E sarebbe una sana valanga.

Stefano Galieni

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