Non solo sfruttamento: la scuola subordinata alle logiche capitaliste

La lista di incidenti sul lavoro capitati a giovani in stage da quando la legge 107/2015 li ha estesi e resi obbligatori in tutta l’istruzione secondaria di secondo grado (sette, secondo il resoconto sul n. 5 di “Left”, compresa la morte di Lorenzo Parelli) getta una luce sinistra su una misura che pretendeva di “innovare” la scuola italiana. Altro che “modernità” – riappare l’arcigna (e arcaica?) realtà di sfruttamento e di scarsa sicurezza sul lavoro che caratterizza gran parte del nostro sistema produttivo.

E per quanto riguarda i licei? È qui che la retorica pseudoprogressista si è esercitata maggiormente, al grido di “Basta con questa scuola avulsa dalla vita! Basta con questa preparazione solo libresca! I giovani devono poter sviluppare competenze, non solo conoscenze, per il loro futuro! Anche Che Guevara parlava di attenuare la differenza tra lavoro manuale e lavoro intellettuale! O vogliamo rimanere alla scuola gentiliana con un secolo di ritardo?!”. Per carità. Sì, da un certo punto di vista gli studenti liceali sono “privilegiati”. Hanno minori probabilità di perdere la vita colpiti da una putrella, o anche solo di farsi male. Si possono definire “sfruttati”? Probabilmente no, in confronto ad altre situazioni. Ma tutte le problematiche dell’ex “alternanza scuola lavoro” ora PCTO (Percorsi e Competenze Trasversali per l’Orientamento) ci sono anche ai licei. Magari anche in maniera più accentuata.

L’introduzione dell’“alternanza scuola lavoro” è stata particolarmente critica in quei licei che non hanno, a differenza dei licei musicali o artistici, un indirizzo particolarmente caratterizzante. Nella mia scuola, un Liceo delle Scienze Umane, si è continuata la tradizione del “tirocinio” nelle scuole elementari, come nel vecchio Istituto Magistrale. Ma in generale è un ‘ndo cojo cojo. La cosa essenziale è accumulare le ore obbligatorie. Per fare cosa è secondario. Se gli studenti sono fortunati, possono fare esperienze significative, altrimenti si devono accontentare. E pazienza se si tratta di attività che potevano una volta andar bene per “lavoretti”, ma sulle quali non avrebbero mai puntato per la propria realizzazione personale, professionale e sociale. Però così si abituano a non essere choosy, come aveva raccomandato a suo tempo l’allora Ministra Fornero. Si abituano a considerarsi “flessibili”, nel senso di ritenere prioritario il “lavorare”, indipendentemente da aspirazioni e attitudini. Imparano il significato del lavoro alienato. Imparano la puntualità. A RISPETTARE LE REGOLE. In Germania, paese cui guardano ministri dell’istruzione, fondazioni e stakeholders nella formulazione di percorsi tecnico-professionali, in stage si parla del contratto, e agli studenti è richiesto non solo di prestare opera, ma anche di studiare l’ambiente di lavoro in cui si trovano (si veda il contributo di Maurella Carbone). In Italia siamo di fatto ancora al “qui si lavora e non si fa politica”. Il carattere e lo scopo disciplinare dell’“alternanza” si manifestano anche nella repressione spropositata delle manifestazioni di protesta degli studenti a fine gennaio. Ribellarsi a qualcosa che è stato pensato proprio per renderti docile è inconcepibile, non deve esistere.

Il senso dell’“alternanza scuola lavoro” si coglie chiaramente nelle parole che Edoardo Puglielli, richiamandosi a Zygmunt Bauman, dedica all’istruzione nell’età neoliberale: «Il lavoratore sempre più richiesto dai sistemi di istruzione è infatti l’“uomo flessibile”, un individuo da cui si pretende la piena disponibilità ad adeguarsi a mansioni sempre diverse prive di direzionalità e sicurezze. E “per praticare occupazioni flessibili” non serve più “un apprendimento sistematico e a lungo termine”, non serve cioè un solido curriculum formativo; ad essere sempre più richiesti sono percorsi formativi iniziali pressoché basilari, pacchetti di nozioni utili per poter affrontare situazioni mutevoli (“competenze”) e poi saperi ad “uso e smaltimento istantaneo” da acquisire (acquistare) in continuazione». Questo vale ovviamente per tutti i tipi di scuola, e anche, se non soprattutto, per i licei.

Poi, nel 2019, arrivano i PCTO. Che non solo riducono le ore obbligatorie per i licei da 200 a 90, ma pongono l’accento anche sull’“orientamento”. Gli studenti cioè non sono più obbligati ad andare solo a “lavorare”, possono anche partecipare a iniziative che dovrebbero aiutarli a scegliere il loro percorso futuro. Con la pandemia i PCTO si svolgono in gran parte online, e la conseguenza è che sono costretti a passare ancora più ore davanti a uno schermo.

I PCTO, così come vengono effettuati ora nei licei, riducono certamente gli elementi di “sfruttamento” e di “disciplinamento” presenti nella vecchia “alternanza scuola lavoro”, ma restano comunque all’interno della logica in cui sono stati concepiti. Si pensi all’obbligatorietà del numero minimo di ore di PCTO per l’ammissione agli esami di stato, pur sospesa in tempi di pandemia – ma la sospensione viene annunciata di anno in anno, sempre ad anno scolastico inoltrato, e la relazione sulle esperienze di PCTO rimane parte integrante dell’esame di stato. Nemmeno gli insegnanti possono quindi permettersi di essere choosy, o di andare troppo per il sottile quando si tratta di iscrivere gli studenti ai percorsi proposti (c’è ovviamente già un fiorente business in questo senso). Nessuno vuole rendersi responsabile del fatto che uno studente non venga ammesso agli esami di stato perché mancano le ore di PCTO. E pazienza se i contenuti o i fondamenti pedagogici appaiono dubbi. Nello scorso anno scolastico, ad esempio, i miei studenti hanno compiuto un percorso di orientamento online che si concludeva con l’individuazione dei profili psicologici. Chi avrebbe ottenuto il profilo del leader?? Come mi hanno confermato gli studenti, il percorso non era molto diverso dai test sulle riviste femminili o sull’“Espresso” di una volta. La cosa peggiore di tutta la faccenda è che a quel percorso li avevo iscritti io.

Non è la cosa peggiore che possa capitarmi. Sono già state stipulate convenzioni di PCTO con le Forze Armate. Solo la presenza di alternative immediatamente disponibili potrebbe garantire il mio (e degli studenti) diritto all’obiezione di coscienza. Ma abbiamo diritto all’obiezione di coscienza??

La “subordinazione della scuola alle logiche del capitale” è tutt’altro che solo uno slogan; riflette proprio la negazione o l’espropriazione dell’autonomia dei membri dell’istituzione scolastica. I saperi, le competenze che sono sviluppati all’interno di essa non valgono nulla se non sono approvate e controcertificate da agenti esterni, soprattutto da agenti economici. A riprova di tale subordinazione sta di fatto che, a differenza che nella scuola “tradizionale”, i contenuti vengono da tali agenti continuamente svalutati, rubricati a “conoscenze” da mettere in secondo piano rispetto a fumosissime “competenze” (fumosissime, ovviamente, nei discorsi di chi le brandisce come una clava contro le realtà concrete del lavoro a scuola.

L’11 gennaio è stato approvato alla Camera quasi all’unanimità (nessun contrario, solo 5 gli astenuti) il Ddl che introduce (per ora in via sperimentale) nelle scuole le “competenze non cognitive” quali «amicalità, coscienziosità, stabilità emotiva, apertura mentale». Perché, nelle scuole si promuovono invece l’inimicizia, la negligenza, l’instabilità emotiva, la chiusura mentale? Il punto è che non si tratta di promuovere la riflessione sulle modalità per far stare bene e meglio i ragazzi a scuola. Si sarebbero scelte altre strade, si sarebbe scelto un altro linguaggio. Si tratta invece di forgiare un tipo umano, indipendentemente dalla maturazione individuale cui si giunge tramite le interazioni in classe e il lavoro didattico attraverso le varie discipline. Si tratta di ridurre o di eliminare quell’alea che accompagna la crescita di ogni ragazza e di ogni ragazzo, il rischio di trovarsi il genio “sregolato” o poco adattabile, giovani “bravi”, ma scontrosi, poco ottimisti o “positivi”. La “subordinazione della scuola alle logiche del capitale” è anche questo.

È importante che gli adulti, soprattutto quelli che lavorano nella scuola, sostengano le proteste dei ragazzi e siano loro vicini. Per decenni i giovani sono stati il pretesto per le riforme in senso neoliberale della scuola e della società. “Meno ai padri più ai figli”; “i giovani si annoiano con il posto fisso tutta la vita”; “dare ai giovani le competenze che servono nella vita”. Se ora i giovani dicono no, qualcosa comincia a scricchiolare. E chi li mena lo sa.

Francesca Lacaita

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