Per non fare afflosciare il soufflé. Spunti per un nuovo soggetto della sinistra

Riprendiamo dal sito del Centro per la Riforma dello Stato, l’articolo di Alfonso Gianni, che interloquisce con quello di Andrea Amato ripubblicato qui di fianco –

Non potendo certo competere con la conoscenze e le abilità culinarie di Andrea Amato – così bene illustrate nel suo articolo pubblicato in questo sito lo scorso 2 novembre – mi limito, probabilmente in modo più noioso per l’eventuale lettore, a soffermarmi sul senso dell’apologo del soufflè. Ovvero la necessità della costruzione nel nostro paese di un nuovo soggetto politico di sinistra. Non è, almeno per chi scrive, un argomento inconsueto. Se ne parla in diversi modi da circa vent’anni. In particolare da quando i grandi movimenti contro la globalizzazione hanno fatto il loro ingresso sulla scena della politica nazionale e mondiale. Lì si perse senza dubbio un’occasione che poteva essere quella di fare incontrare il movimento dei movimenti con un pensiero politico alternativo al quadro dominante e dare così l’avvio alla costruzione di una forza organizzata che avesse stretti ed interni legami con un largo movimento di massa antagonista. Più o meno così è accaduto in Spagna tra gli Indignatos e Podemos.

Ma non accadde in Italia, certamente per maggiore responsabilità dei gruppi dirigenti delle formazioni della sinistra d’alternativa che quella delle avanguardie di quel movimento che dette vita a manifestazioni memorabili, Genova in primis. Neppure il riferirsi al Partito della Sinistra Europea, cercando di promuoverne l’iscrizione individuale diretta – come si è tentato di fare quando Fausto Bertinotti aveva la presidenza di quel partito – ha avuto successo. L’idea era proprio quella di sfuggire alla frantumazione in tante piccole case delle forze della sinistra di alternativa, trovando una unità a un livello sovrannazionale. Il tentativo non ha funzionato anche perché l’attrattiva del Partito della Sinistra Europea è stata ed è molto bassa. Del resto siamo di fronte a un contenitore di varie formazioni nazionali, che svolge un ottimo lavoro nel Parlamento europeo, ma che non è mai riuscito in quanto tale a ramificarsi nei vari territori e a essere protagonista di battaglie politiche e civili portate in prima persona sullo scacchiere europeo.

La necessità di dare vita a un nuovo soggetto della sinistra si ripresentò, in ambito più strettamente politico, nel lasso di tempo che separava la nascita del Partito Democratico, che scrollava dalla propria denominazione ogni riferimento alla sinistra (ottobre 2007), da quella del Movimento 5 Stelle (ottobre 2009), che malgrado nascesse sulla sfruttata ambiguità del non essere né di destra né di sinistra, veniva a occupare uno spazio politico che prima aveva fatto riferimento alla sinistra. Se ne è quindi parlato e se ne parla ma senza successo alcuno. Anzi visto che si è confuso il tema della costruzione di una nuova forza di sinistra con quello della presentazione di liste che si collocavano alla sinistra del PD nelle varie competizioni elettorali, si può ben dire che si sono fatti addirittura passi indietro, se si guardano gli esiti sconsolanti della recente prova elettorale di chi si presentava al di fuori della coalizione dominata dal Partito Democratico. Certamente alcune scelte sono state in qualche modo forzate dalle sciagurate norme su cui si sono basate le ultime leggi elettorali, in particolare quella attuale, che spingono a logiche coalizionali. Ma questa è un’aggravante e non un’attenuante, poiché proprio una simile condizione, peraltro non nuova, avrebbe dovuto a maggior ragione sconsigliare avventure elettorali, il cui esito avrebbe potuto risultare deprimente per un progetto di costruzione di una forza di sinistra.

Un ragionamento, questo, fatto più volte, ma quando si arriva al dunque, nessuno ha il coraggio di saltare un turno elettorale e di concentrarsi in un lavoro politico di più lungo e profondo corso. E si ricade inevitabilmente nella ricerca di alleanze o coalizioni che permettano di scavalcare il perfido quorum, che compagno non lo è affatto. Anche questo è un aspetto – umanamente comprensibile – dell’attaccamento alla sopravvivenza dei gruppi dirigenti, sempre più ristretti, di mini-formazioni sempre più prive di consenso su quel terreno elettorale improvvidamente scelto.

Tuttavia, negli ultimi tempi, una novità forse si è venuta manifestando, se ci riferiamo al dibattito politico nell’ambito della sinistra, qui intesa in senso molto lato. Una piccola fiammella nel buio, vacillante e pronta a spegnersi a ogni minimo refolo. Ma c’è. Il tema di un processo costituente supera ormai i confini rappresentato dalle forze – Unione Popolare e Alleanza Verdi e Sinistra – cui Amato esplicitamente si riferisce nel suo articolo. Investe la discussione, seppure piuttosto fiacca, apertasi all’interno del PD e sfiora il nuovo M5S. Ma, in entrambi i casi, seppure con modalità diverse, il tema viene affrontato senza sciogliere le ambiguità di cui viene gravato. Per processo costituente si dovrebbe intendere – non vedo possibili altre interpretazioni, a meno di non cambiarne il senso – l’avvio di un confronto fra una pluralità di forze, di associazioni, di organismi nati nel sociale, di singole intellettualità entro il quale ognuno si affaccia e partecipa senza il carico di dovere difendere la propria identità. Un processo quindi che non prefigura ma costituisce nel suo sviluppo il proprio esito. Un processo costituente, appunto.

Al contrario nel PD si discute di un congresso con confini, modalità e ancora più contenuti a dir poco confusi. Si delinea una “road map congressuale piuttosto bizantina, o labirintica, ma se ne può cogliere facilmente la ratio: una logica di auto-protezione del ceto politico che controlla il partito”, come ha osservato acutamente Antonio Floridia.Ma non si tratta in realtà solo dello spirito di autoconservazione dei gruppi dirigenti, quanto dello spegnimento di qualunque ambizione di pensare la politica come trasformazione/rivoluzione dell’esistente. Quello che un tempo era considerato il punto più alto della politica, viene invece derubricato allo stato delle inutili utopie. I documenti politici (anche se più d’uno e contrapposti l’un con l’altro) sono espunti dal percorso congressuale. Questi avrebbero permesso quanto meno di mettere in chiaro ipotesi e profili ideali e politici. Correndo certamente il rischio di registrare più divisioni che unità. Meglio sempre dell’ipocrisia di un matrimonio mal riuscito, come affermano del resto molti politologi. Per dirla con Rosi Bindi, il PD non solo non vuole essere un partito di sinistra, ma intende impedire ad altri di esserlo. Se non si vuole che il morto trascini il vivo, già deboluccio di suo, in uno sprofondo senza speranza, bisogna che il lutto venga elaborato fino alle sue estreme conseguenze. Un processo costituente non può aprirsi a partire dal PD come centro propulsore. Il tema di uno suo scioglimento o della divisione delle sue anime non appare quindi una mossa disperata dettata da livore, ma una strada possibile – per quanto ardita e al limite della temerarietà – se questa però si incanala in un più ampio processo costituente.

In questo quadro non può essere saltata la questione del futuro del Movimento 5 Stelle. Gli stessi flussi elettorali indicano come la componente di qualunquismo destrorso che animava parti consistenti del suo elettorato è transitata, attraverso qualche passaggio, ma in modo abbastanza rapido, verso una destra che tale apertamente si proclama. Ora riscontriamo che Giuseppe Conte occupa posizioni di sinistra, assumendo temi squisitamente sociali, come il salario minimo e il reddito di cittadinanza; intuiamo, anche sulla base di quanto si è visto in una campagna elettorale che comunque per il suo profilo generale definirei la peggiore di sempre, che il M5S possa costituire un asse portante dell’opposizione al Governo Meloni. In questo va incoraggiato e aiutato, come, se ho ben inteso, si propone di fare il neonato “Coordinamento 2050” riunitosi in assemblea a Roma lo scorso 22 ottobre. Ma scambiare tutto ciò per il nuovo perno della ricostruzione della sinistra sarebbe un tragico errore. Come la sinistra politica non si costruisce attraverso passaggi elettorali, così la collocazione rispetto a una maggioranza di governo non riapre di per sé nuovi orizzonti politici e culturali. E qui siamo di fronte ad una formazione e a un gruppo dirigente il cui background culturale è tutt’altro che confortante.

Eppure una sinistra diffusa esiste nel paese e continua a manifestarsi. La pace, o meglio la costruzione della pace, era il centro della grande manifestazione di Roma del 5 novembre, che può anche legittimamente essere letta, senza forzature e senza vedere in ciò l’aspetto centrale, come il manifestarsi concreto di un popolo privo di referenti politici e che allo stesso tempo non nega la necessità di averli. Ma al di là delle grandi manifestazioni, nelle città come anche nel territorio extraurbano, noi incontriamo esperienze di lotta sociale non episodica, avanzate, alle prese con problemi storici del movimento operaio (si pensi alla questione dell’autogestione delle fabbriche dismesse per fare un solo esempio) e con temi assai meno tradizionali, come quello della lotta contro le alterazioni climatiche o per il diritto di avere diritti, per dirla in modo riassuntivo con una famosa citazione. Esperienze animate dalla voglia e dall’ansia del fare, dotate anche di una certa stabilità organizzativa non episodica.

La convergenza di queste realtà in movimenti di lotta con obiettivi chiari è precisamente quanto sta avvenendo e si cerca di promuovere con maggiore intensità da parte dei vari esponenti di queste esperienze, ognuna delle quali contiene preziosi elementi da indagare con la massima attenzione. In questo fermento sociale e politico non si contano solo sconfitte, ma anche vittorie seppure limitate, al punto che si può condividere l’osservazione di Filippo Barbera (“La trappola dell’impegno sociale e la politica lontana”, il manifesto,6 ottobre 2022) per cui “proprio l’intrinseca gratificazione che queste esperienze trasmettono a chi le anima, sia come lavoratore che come attivista o volontario, tiene lontano la partecipazione attiva” in un processo di ricostruzione di una politica di sinistra. Ma questa constatazione non salva i mini-gruppi dirigenti dalle loro responsabilità. Nessuno vieta alle forze che sono già nel campo dell’alternativa o che già se ne sentono parte di avviare processi unitari seppure parziali.

È l’esistenza, malgrado tutto, di questo fermento che ci permette ancora di dire “la sinistra è morta. Viva la sinistra”. Ma se non si interviene sul terreno della costruzione, o almeno dei tentativi di farlo, di una nuova soggettività politica, la situazione è destinata al degrado e ci si abituerà alla morte della sinistra ritenendola oramai non più necessaria.

Che fare allora? Un processo costituente, per trovare forme organizzate e confini necessari, ha bisogno di essere avviato in modo aperto e dichiarato. Ma se questo non è possibile, come nell’attuale situazione e forzarne i tempi potrebbe volere dire affossare definitivamente ogni tentativo in questa direzione, ci si può quanto meno porre il problema di crearne le precondizioni. La convergenza dei vari e non gelosi della propria esperienza movimenti di lotta su obiettivi unificanti così come l’apertura di processi unitari parziali, sono alcune di queste precondizioni. Ma soprattutto c’è un terreno che va arato con intensità. Ed è quello culturale, quello, si sarebbe detto con un linguaggio d’antan della battaglia delle idee, anche se il termine bellico a noi pacifisti fa storcere il naso. Ma stiamo alla sostanza.

La crisi della sinistra, e con essa della politica, e viceversa, si è palesata in tutto il suo potere distruttivo, per dirla con una battuta, quando si sono chiusi gli uffici studi e si sono moltiplicati gli uffici stampa. Ovvero quando si sono sostituite le analisi, l’inchiesta, la costruzione di un punto di vista condiviso, cioè una linea politica, con la dichiarazione di “pronta beva” (per stare in ambito culinario-vinicolo) per comparire sui mass media e per giocare di rimessa sulle iniziative dell’avversario. A volte i centri studi non si sono proprio chiusi, ma delocalizzati in luoghi che non potessero avere alcun influsso reale sui processi decisionali della politica. Fino a stabilire una separazione completa fra politica e cultura, quest’ultima sempre più costretta in ambito accademico.

Questa separazione va sconfitta. Le forze intellettuali, che sono molte e diverse per la verità, che producono analisi e delineano proposte di trasformazione di qualità, devono trovare momenti e ambiti non occasionali e capaci di comunicazione con l’esterno, per raccogliere in primo luogo le domande che emergono dal quel fermento e da quel tessuto sociale che è in cerca di una via d’uscita dalla sopraffazione in atto da parte di un pensiero che pur non potendo più dirsi unico, stabilisce in modo multiforme la propria egemonia. Chi crede che la vittoria della destra in Italia e in altri paesi d’Europa e del mondo sia solo dovuta alla forza materiale dell’avversario di classe, e non a un continuo lavoro di conquista egemonica, non conosce la storia del nostro paese. Ma, a ben vedere, neppure quella della fase della storia mondiale, così densa e tragica, che stiamo attraversando.

 

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