PROGRAMMA ELETTORALE COMUNALE

ROMA TI RIGUARDA. CAPITALE DELL’ECOLOGIA INTEGRALE

PAOLO BERDINI SINDACO

PROGRAMMA ELETTORALE COMUNALE

 

Un’idea di Roma: la città capitale dell’ecologia integrale

Con questo Programma vogliamo condividere le idee per un percorso che costruisca un futuro migliore per tutta la città.

Proponiamo una idea di città che abbandona il modello che l’ha portata nelle gravi difficoltà che le recenti Amministrazioni non hanno saputo affrontare, e cioè l’enorme debito che frena la riceca del futuro e il degrado sociale e urbano che coinvolge ormai l’intera città.

Difficoltà economiche: Roma ha accumulato un debito di oltre 13 miliardi di euro, su cui bisogna intervenire al più presto. Un debito così elevato non permette infatti di effettuare investimenti, di creare servizi moderni. Di rendere bella la città.  Un peso insostenibile.

Degrado urbano: mancano servizi efficienti ai cittadini, il welfare non ha una visione inclusiva,  la bellezza del centro storico e della prima periferia storica è cancellata dal disordine della congestione del traffico. La periferia estrema è invece abbandonata a se stessa, mancano interventi di ricucitura del tessuto urbano che permettano a tutti, giovani e anziani di godersi la città, i suoi parchi, la sua cultura, le sue bellezza.

 

 Ricucire la città divisa

La città è un bene pubblico, ma per Roma non è più così. Ognuno di noi lo vive sulla propria pelle: la città è attraversata da profonde fratture economiche e sociali.

La Caritas (Rapporto sulla povertà, 2019) afferma che il reddito familiare medio nei municipi centrali (dati ministero Finanze 2018) è di 38 mila euro. Nel municipio di Tor Bella Monaca è di 17 mila, meno della metà. In quello di Corviale è di 21 mila euro. Dal canto loro, Le mappe della disuguaglianza (Donzelli editore, 2020) ci dicono che la percentuale dei laureati nei primi due municipi è del 40% della popolazione e in periferia è di poco inferiore al 10%.  Il tasso di disoccupazione nelle aree centrali è del 6% nelle aree centrali e del 19% nelle periferie.  Una città divisa.

I valori immobiliari che rappresentano un fondamentale indicatore della ricchezza familiare, confermano la distanza incolmabile tra centro e periferia. Nel centro storico recenti vendite sono avvenute a valori vicini a 10 mila euro a metro quadrato. Nelle periferie lontane si arriva a fatica a mille euro. E in questo quadro ci sono circa tremila famiglie costrette ad occupare immobili abbandonati da tempo. Roma è la capitale europea delle occupazioni dei senza tetto.

Trenta anni di cancellazione dell’urbanistica pubblica e del welfare urbano hanno dunque provocato un disastro sociale. Roma ha perso i connotati di città unita e solidale. Esiste un centro che riflette una condizione sociale mediamente elevata mentre le periferie sono abbandonate a se stesse. A questo riguardo, è il caso di rimarcare che anche nel centro storico e nelle periferie qualificate la cultura della privatizzazione della città ha prodotto enormi danni.

La Roma centrale vive in un degrado crescente, il turismo mordi e fuggi senza regole ha snaturato  quartieri interi. Del resto, in piena pandemia ci si è accorti degli squilibri causati dall’economia senza regole: in centro storico vivono pochi abitanti, sostituiti dal turistificio senza regole. La cura della città, la sua manutenzione è stata abbandonata: le alberature stradali versano in una profondo incuria; le ville storiche sono abbandonate a se stesse; le piazze lasciate al degrado.

E’ difficile viverci in una città così mal ridotta. Ma è alla parte più esposta che dobbiamo prioritariamente pensare. Agli anziani e tutti coloro che fanno fatica a camminare su marciapiedi che non conoscono più nessuna cura. Ai portatori di handicap cui è spesso impedito il diritto a muoversi liberamente, ad accedere con facilità negli edifici scolastici, nei servizi pubblici, sui mezzi di trasporto. E’ inutile parlare della ‘città dei 15 minuti’ quando i 15 minuti sono tutti spesi alla fermata ad aspettare un autobus.

Le nostre proposte sul futuro della città hanno al centro la rinascita delle periferie e la rinascita dei nostri tesori storici con una visione di condivisione sociale e non di profitto sregolato. Una città inclusiva e solidale che sa guardare verso gli ultimi, i senza casa, a coloro che faticano per trovare un lavoro dignitoso.

Se non c’è una regia pubblica, se si lascia fare alla speculazione immobiliare  come negli ultimi trenta anni con l’urbanistica concertata e il ‘pianificar facendo’, le periferie non saranno mai al centro degli interventi.

Solo interventi attenti e il risanamento delle fratture permetteranno di restituire ai cittadini una città dove in ogni Municipio si vive il benessere e la solidarietà.

Le nostre proposte chiedono di porre fine alla logica della “valorizzazione immobiliare” che ha trasformato Roma in un ‘qualcosa’ da cui unicamente estrarre ricchezza. Ad esempio  dalla bellezza dei centri storici e dai troppi centri commerciali. In questo tipo di economia, la ricchezza finisce in tasche private senza ridare nulla al territorio. La logica del ‘mettere a reddito’ esclude le periferie, perché lì l’investimento ‘non rende’.

Bisogna praticare una netta discontinuità con il passato. La cultura della privatizzazione ha distrutto la città. Occorre tornare ad una visione pubblica. Pubblico è meglio, come afferma un recente bel libro edito da Donzelli.  Noi proponiamo d tornare al governo pubblico della città. Ma serve anche un salto culturale affinché ogni intervento sulla città sia mirato a renderla  umana e vivibile:

 

  • porre attenzione alle condizioni di vita nelle periferie e ricostruirne il tessuto urbano;
  • realizzare nei tanti edifici pubblici abbandonati le abitazioni che servono ai senza tetto:
  • ricostruire i servizi pubblici, scolastici, sanitari, di welfare;
  • collegare le periferie con la città riconvertendo su linee tramviarie il trasporto pubblico;
  • intervenire per chiudere la piaga del lavoro pubblico precario.

 

Ma sono le disuguaglianze a preoccupare maggiormente ed è  dunque indispensabile che il tema centrale sul futuro della città debba riguardare la rinascita delle periferie. Soltanto così si potrà costruire una città unita e solidale.

Le analisi (Caritas e Mappe delle disuguaglianze) riportate in  apertura fotografano una situazione precedente alla pandemia Covid – 19 che ci affligge. Tutte le previsioni dicono che dobbiamo temere un allargamento delle disuguaglianze sociali. In una città ancor più squilibrata, i giovani delle periferie hanno poche speranze di costruirsi un mestiere o trovare un lavoro. I cittadini vedono svanire la speranza di avere servizi di trasporto efficienti, di una città più bella e giusta.  Occorre dunque tornare al governo pubblico della città e avere un’idea lungimirante che metta insieme l’esigenza di trasformare la città e renderla  umana e vivibile.

L’unica speranza per il futuro di Roma può venire soltanto da un deciso salto culturale. Si deve chiudere la fase del trionfo dell’economia predatoria e di una politica succube. Occorre ritrovare il senso dell’etica e tornare a guardare alle condizioni di vita nelle periferie, a ricostruire i servizi pubblici, a ridare dignità al lavoro precario.  C’è dunque bisogno di una netta discontinuità con il passato.

Proponiamo in primo luogo che il futuro della città si basi su un:

  • piano di piena utilizzazione delle proprietà pubbliche abbandonate e sul parallelo azzeramento degli affitti passivi che il comune di Roma paga alla grande proprietà immobiliare.
  • piano urbanistico che metta fine all’insostenibile espansione urbana che genera solo degrado e solitudine. Occorre tornare alla città pubblica.

Se si vuole riaccendere la speranza di un futuro migliore, dobbiamo costruire una nuova idea di città che rompa per sempre con il modello che l’ha portata al fallimento.

Per la rinascita di Roma proponiamo di farla diventare la Capitale dell’Ecologia Integrale.

Due grandi appuntamenti, il Giubileo 2025 e l’eventuale sede per lo svolgimento dell’Esposizione 2030 dovranno tematica trovarci preparati.

Come ha ricordato Papa Francesco “Non ci sono due crisi separate, una ambientale e un’altra sociale, bensì una sola e complessa crisi socio-ambientale. Le direttrici per la soluzione richiedono un approccio integrale per combattere la povertà, per restituire la dignità agli esclusi e nello stesso tempo per prendersi cura della natura”.

Crediamo che avviare a Roma un percorso di riconversione ecologica avrebbe un enorme impatto simbolico per tutta Italia e per il mondo intero.

Noi vogliamo che Roma si unisca alle città che si stanno impegnando verso il futuro adottando i criteri dell’ecologia integrale: sostenere in ogni intervento azioni corrette per l’ambiente locale e globale e al tempo stesso ricostruire una cultura del lavoro e dell’abitare socialmente inclusiva.

Ci impegniamo a realizzare una città che difenda i tre pilastri dell’ecologia integrale: terra, tetto, lavoro.

La terra, l’ambiente che ci sostiene, da vicino e da lontano: i luoghi da proteggere e risanare; il tessuto verde che dovrà permeare e unire l’intera città; la mobilità sostenibile.

La casa: bisogna soddisfare il bisogno di casa ma andare oltre per fornire a tutti i Municipi i servizi sociali indispensabili per il benessere e la piena realizzazione della propria vita.

Il lavoro: sostenere le attività necessarie alla riconversione ecologica; preparare giovani e meno giovani ai nuovi lavori; stabilire programmi con Università e Centri di ricerca per sostenere progetti innovativi.

 

La terra: l’ambiente, i parchi e l’agricoltura

La pandemia ha avuto un effetto collaterale gravissimo: la questione ambientale è scomparsa dai media. Roma deve attrezzarsi per rispondere ai cambiamenti climatici e le occasioni di mitigazione stanno nella costruzione di cinture verdi intorno agli abitati, parchi urbani, viali alberati e percorsi protetti, ricostruire un nuovo rapporto con l’ambiente circostante.

 

Proponiamo che Roma si attrezzi con le competenze e gli strumenti più aggiornati per formulare un programma efficace di riduzione delle proprie emissioni di gas che contribuiscono ai cambiamenti climatici.

 

La creazione del “sistema verde” delle periferie romane è il primo passo della costruzione della città dell’ecologia integrale.

 

Il sistema verde di Roma potrà godere in abbondanza di luoghi unici al mondo che, nel percorso che noi proponiamo, diventeranno il cuore condiviso della identità dei cittadini e della nuova bellezza delle periferie. Noi proponiamo interventi che trasformino i luoghi creati dalla speculazione edilizia donando loro un senso nuovo e riscoprendo le radici storiche e culturali dei territori.

Le nostre proposte sono già concrete:

 

  • realizzare cinture verdi intorno agli abitati, parchi urbani, viali alberati e percorsi protetti, che permettano di ricostruire un nuovo rapporto con l’ambiente naturale.

A Roma la storia ci aiuta: possiamo ricostruire i viali alberati che abbellivano le strade principali della fascia centrale  e che  oggi versano nel degrado.

  • disegnare un sistema di parchi urbani che ci regalino bellezza e portino sollievo riducendo la temperatura localmente. Spesso si tratta soltanto di unificare con una nuova idea i frammenti di verde esistenti.

Un esempio. La periferia tra via Casilina e via della Primavera è caratterizzata dallo spazio verde del casale Somaini che include quattro scuole dell’obbligo: proponiamo diventi il “parco centrale” di quell’area densamente abitata.

  • Roma ha la ricchezza dalle sue aree di campagna che – seppure ridotta a frammenti spesso in stato di abbandono – ha la capacità di ridare un volto e un significato a periferie nate dalla spinta speculativa. Come dimostrano le cooperative esistenti, l’attività agricola è un importante fattore di lavoro.
  • attuare il parco dei Fori centrali e dell’Appia antica di Antonio Cederna e Italo Insolera.
  • riprendere la straordinaria elaborazione sui “tesori dell’agro romano” di Adriano La Regina e del gruppo di storici e archeologici che hanno collaborato con lui nelle Soprintendenze.

Un esempio. A Tor Bella Monaca è stata rinvenuto un lungo tratto di un antico basolato romano. Proponiamo che – insieme alla costruzione di piccolo antiquarium e di un edificio da destinare a incubatore per le imprese giovanili –  se ne faccia un simbolo della qualità del vivere comune e del riscatto delle periferia.

In realtà, è l’intero ambiente urbano che deve diventare salubre. Basta con la vergognosa gestione della raccolta e dello smaltimento dei rifiuti urbani. Basta con le discariche abusive che creano malattie nella popolazione e degrado ambientale. Proponiamo un:

  • progetto di moderna raccolta e smaltimento dei rifiuti solidi urbani all’interno dei confini del comune di Roma. Anni di mala gestione hanno infatti esportato i rifiuti dei romani verso luoghi lontani, aggravando le bollette delle famiglie, le più alte d’Europa.
  • Uso delle tecnologie più moderne e più ecologiche per proteggere la salute dei luoghi di conferimento e di smaltimento.

 

 

Il tetto: la casa e i servizi pubblici

La cancellazione del governo pubblico delle città negli ultimi trenta anni ha provocato la più grave crisi abitativa dagli anni Ottanta, e cioè da quando si era vicini alla soluzione del problema. Da allora l’Italia – unico caso in Europa occidentale – ha cancellato la costruzione di alloggi pubblici. Non ce n’era più bisogno, affermava la cultura dominante, perché il mercato avrebbe risolto la questione.

Roma è lo specchio del fallimento di questa ricetta. E’ infatti  la capitale europea delle occupazioni di senza tetto:  come noto ci sono almeno 90 occupazioni da parte di famiglie che non hanno altro modo per risolvere i problemi alloggiativi. Costruire la capitale dell’ecologia integrale significa prendersi carico degli esclusi, integrarli nel tessuto sociale e affermare una nuova cultura dell’abitare fatta non solo di case ma anche di servizi sociali. Una città che guarda al futuro non può tollerare che continuino ad esserci  famiglie che vivono senza casa o senza il riconoscimento della stessa dignità umana come accade per le famiglie Rom o gli immigrati.

Si stima che per risolvere il dramma dei senza tetto a Roma servirebbero rapidamente 5 mila alloggi , un obiettivo facilmente raggiungibile attraverso la riutilizzazione del patrimonio immobiliare pubblico abbandonato che potrebbe assorbire più della metà del fabbisogno totale. Gli interessi di coloro che vivono di rendita hanno finora bloccato questa possibilità perché era molto più conveniente intascare gigantesche rendite da locazione. Si pensi che per l’affitto di residence per ospitare le famiglie in emergenza abitativa il comune di Roma regala alla grande proprietà immobiliare 28 milioni di euro ogni anno. Nei trent’anni del trionfo della rendita immobiliare, Roma ha dunque gettato al vento 800 milioni che avrebbero potuto contribuire a risolvere il problema.

Proponiamo di:

  • Realizzare in cinque anni i cinque mila alloggi pubblici indispensabili per chiudere per sempre le occupazioni abitative dei senza tetto., come è avvenuto per l’occupazione di via del Caravaggio.
  • Recuperare a tal fine le tante proprietà immobiliari pubbliche colpevolmente abbandonate. Pieno utilizzo del patrimonio abitativo pubblico oggi gravemente sottoutilizzato, come è avvenuto per la straordinaria esperienza di Lucha e Syesta.

 

Questo processo di creazione di alloggi pubblici non deve fermarsi alle periferie. Il centro storico è infatti vuoto di persone. Se vogliamo dare ancora un senso compiuto alla città occorre aumentare l’offerta abitativa pubblica nel centro che deve tornare a  riempirsi di famiglie e di bambini. Una città deserta non serve a nessuno. Servono città abitate e vissute.

Ma, come afferma il concetto di ecologia integrale, non basta la casa. Abitare significa poter disporre dei servizi indispensabili a costruire l’inclusione, ad affermare i diritti sociali. Ad iniziare dalla salute. Deve essere ricostruita la rete di protezione territoriale della salute pubblica attraverso una rete efficiente di presidi territoriali permetterà di comprendere senza ritardi l’insorgenza di nuove pandemie o di malattie. Ogni quartiere si deve ad esempio dotare di “case della salute” in grado di garantire il primo screening e la prima assistenza per tutti i cittadini, ubicandole in maniera strategica all’interno del grande patrimonio immobiliare pubblico – spesso abbandonato – che potrebbe essere recuperato per creare occasioni di lavoro preziose. Occorre dunque chiudere, come afferma inascoltato da tempo Paolo Maddalena, la stagione della svendita del patrimonio pubblico e ripartire dalla sua piena utilizzazione, a partire dalla riapertura delle due strutture pubbliche –Forlanini e San Giacomo- improvvidamente chiuse dalla Regione Lazio. Per salvare Roma occorre ripartire dall’immenso patrimonio immobiliare che l’urbanistica pubblica del ‘900 ha consegnato a noi e alle prossime generazioni. E’ un patrimonio inestimabile per dimensioni e caratteristiche ed è dal suo riuso che dobbiamo ripartire, reinterpretandolo in relazione alle mutate esigenze della popolazione.

 

Proponiamo pertanto:

  • La piena utilizzazione del patrimonio pubblico bloccando per sempre la svendita ai potentati globali come il recente caso del deposito Atac di piazza Ragusa ceduto ad Amazon.
  • Conclusione nel periodo dei 5 anni di tutti i contratti di affitto esistenti a carico della collettività. Non solo risparmieremo ingenti risorse che vanno oggi nelle tasche dei soliti noti, ma avremmo anche la piena utilizzazione del patrimonio immobiliare pubblico.

 

Abitare significa garantire il diritto all’istruzione, da perseguire attraverso una nuova offerta scolastica. Al di là dell’emergenza dettata dalla pandemia, occorre  ridisegnare gli spazi della didattica. Le scuole devono tornare ad essere centrali nel ripensamento di tanti tessuti periferici con un nuovo senso comunitario. Sono molte le esperienze di volontariato che hanno saputo ampliare l’offerta dei servizi educativi per i ragazzi più sfavoriti. Questo processo spontaneo deve diventare il modello con cui si ridisegna il diritto all’educazione dei giovani.

Abitare significa avere il diritto alla mobilità. Roma è la capitale europea con la più alta percentuale di consumo di suolo perché è cresciuta troppo e male: di conseguenza è anche la città con il più alto numero di automobili circolanti. Per raggiungere i luoghi di lavoro dalle periferie si perdono mediamente due ore: la ricerca condotta da Inrix su 200 città del mondo stima che ogni anno a Roma si perdono 254 ore per spostarsi. E in periferia è ovviamente molto peggio. Costruire moderni sistemi non inquinanti serve dunque a garantire il diritto della periferia a spostarsi. E serve a contribuire alla riduzione delle emissioni di Co2 che minano alla salute dei cittadini.

Proponiamo:

  • La realizzazione della linea tramviaria di via Palmiro Togliatti che aspetta da oltre trenta anni la realizzazione. La necessità di dotare Ostia –una città di centomila abitanti- di un tram che ne colleghi i punti nevralgici ad iniziare dall’ospedale.
  • Il ripensamento dell’ultimo tratto del percorso della metro “C” in chiave di recupero delle periferie, attestandola a Corviale. Inutile ribadire che tutta la rete su ferro che fa da supporto alla mobilità pendolare giornaliera deve essere potenziata, dalla linea per Ostia e quella –ancora a binario unico!- per Guidonia-Tivoli.

 

Abitare significa infine avere diritto alla cultura. L’intera città ha sofferto per i continui tagli di risorse al settore, ma è la periferia ad aver pagato un prezzo elevatissimo con le difficoltà di proseguire la loro attività dei pochi teatri esistenti in periferia. La cultura genera inclusione e senso di appartenenza e deve pertanto diventare occasione preziosa per costruire una città nuova.

E’ noto che oggi sono sottoutilizzati e spesso abbandonati i teatri di periferia. Proponiamo:

  • Il rilancio delle strutture teatrali della città.
  • Incentivi alle attività culturali, sportive e culturali che si svolgono –tra grandi difficoltà- nelle periferie.

Più in generale, sul tema cruciale della mobilità, proponiamo che il sistema di trasporto pubblico diventi un elemento chiave per cambiare la città:

Proponiamo di ricostruire il diritto alla mobilità come diritto di cittadinanza universale e gratuito in chiave di uscita dal consumo di risorse non rinnovabili

  • È bene tenere presenti i limiti entro i quali è possibile avvicinare alla sostenibilità ambientale il sistema della mobilità, a causa della dipendenza dall’industria automobilistica e, più in generale, per essere parte di un sistema economico – modo di produzione e di consumo – insostenibile. O vi sarà coevoluzione (cambiamento) anche nel sistema produttivo o lo spazio, isolando la mobilità e la logistica, resterà percorribile solo parzialmente. Inoltre il processo di cambiamento sarà lento – se mai iniziasse e non ci sono neppure le avvisaglie (anzi il PNRR va in direzione opposta) – scontando la problematica riconversione industriale e soprattutto il superamento di stili di vita e di aspettative tuttora dominanti nel senso comune. Essendo diventato un valore (ma spesso una sofferenza) la possibilità di muoversi, la crescita degli spostamenti è considerata un buon indice di “ripresa e resilienza” anche se può produrre, come ha prodotto, fenomeni di congestione per saturazione della capacità di carico del sistema di trasporto o della rete viaria della città o delle infrastrutture del paese.

Non a caso l’attenzione è concentrata soprattutto sull’esigenza di decarbonizzare i mezzi di trasporto sostituendo le fonti fossili con l’elettricità e, un domani, con l’idrogeno verde. Un passo importante ma non decisivo, una mezza ricetta contro l’inquinamento, per vari motivi: una elettrificazione che richiede almeno il raddoppio della potenza elettrica installata in Italia, i problemi di approvvigionamento di terre rare e dello smaltimento di pile e componenti elettronici, il consumo di suolo inalterato nella sua espansione per costruzione di strade, ponti, viadotti…e loro manutenzione, la manomissione del paesaggio. Non verranno meno tutte quelle esternalità che non gravano sui costi del trasporto ma sono a carico della collettività: incidenti stradali, corrosione di sistemi storici e ambientali, perdita di tempo per congestione…

In questo contesto la direzione di marcia non può essere che la diminuzione dell’uso di automobili e moto possibile se, come affermiamo nella nostra proposta, ricreiamo una dimensione di città nelle periferie dotandole dei servizi necessari alla vita quotidiana, delle strutture di svago e culturali imprescindibili per una buona qualità della vita, immergendole nel verde e assicurando sistemi rapidi di collegamento con il resto della città e con l’area vasta metropolitana. Evitando tutti quei spostamenti che in tal modo si renderanno “non necessari”. Lo stesso passaggio all’uso dei mezzi pubblici potrebbe rivelarsi più decisivo di quanto non sarebbe se venisse caricato di una crescente domanda, per la concentrazione altrove dal luogo di residenza dei servizi utili e delle possibilità culturali e civili

La legge sulla concorrenza in gestazione da parte del governo Draghi prevederà, per la gestione dei servizi locali e dunque anche per il trasporto pubblico, limiti più stringenti per evitare affidamenti diretti imponendo motivazioni rafforzate, inoppugnabili. In realtà abbiamo di fronte l’ennesimo spostamento a favore del privato (peraltro supposto efficiente e migliore del rigido e burocratico pubblico) per evitare costi e responsabili impegni. Primo fra tutti, decisivo, il diritto alla mobilità declassato da diritto di cittadinanza. Il cittadino non potrà più rivolgersi al Comune affinché renda effettivo questo diritto, trovandosi di fronte una impresa che non ne ha l’obbligo restando unicamente legata alle clausole del contratto di concessione.Ciò vale anche per l‘azienda pubblica dotata di personalità giuridica e autonomia gestionale, anche quando non mutuasse, come avviene per le Spa Atac, Cotral, Fs, il modo d’essere e agire delle società rette dal diritto privato.

Proponiamo di:

  • Ricostruire il diritto alla mobilità come diritto di cittadinanza universale e gratuito è l’obiettivo della battaglia culturale e politica del cambiamento che vogliamo parta da Roma capitale dell’ecologia integrale. Nel senso che i costi sono posti a carico della fiscalità generale orientata da criteri di progressività, secondo quanto prescrive la Costituzione. Tutti i cittadini, compresi gli incapienti, sono contribuenti se si tiene conto dell’imposizione indiretta, al fine appunto di finanziare l’esercizio dei diritti. Il diritto di cittadinanza, sia mobilità o salute o identità… non può essere che gestito dal Comune, e non sopporta di essere ridotto alla tutela del cliente di una prestazione. L’assenza dello scopo del profitto e il finanziamento interamente pubblico sono caratteristiche necessarie e sufficienti per qualificare tali servizi come privi di rilevanza economica e quindi suscettibili di gestione diretta da parte del Comune. La via è impervia, ingombra di leggi, regolamenti e sentenze che vi si oppongono ma è la strada che può ridare senso all’espressione “pubblico servizio”.

Con la consapevolezza che la mala gestione, partitica e clientelare quando non truffaldina, delle cosiddette partecipate dall’ente locale, in primis Atac e Ama, ma anche aziende regionali sanitarie, può essere annullata se la gestione del servizio è realmente pubblica, ovvero condotta in forme di autogoverno amministrativo e mediante dibattito pubblico sulle scelte prioritarie, programmatiche e di esercizio. Insomma, con l’irruzione nel governo dei medesimi delle decisioni di lavoratori e utenti. Si può cominciare sottoponendo al dibattito pubblico il Piano industriale delle aziende, riservando alle proposte popolari l’analisi e il benestare dei bilanci, la programmazione dell’esercizio ed anche l’investimento strutturale, come anche la determinazione delle variazioni di percorso delle linee, gli orari,la realizzazione di corsie preferenziali. Insomma tutte quelle azioni che si riferiscono a possibili miglioramenti del servizio. Con l’utilizzo di moderne tecnologie informatiche e cognitive è possibile una regia pubblica che coordini in un insieme domande e offerta.

In particolare, si propone,

  • accanto alle azioni comprese nella delibere di urgenza che saranno presentate ad apertura dell’Assemblea comunale, il PIANO SPECIALE PER IL TRASPORTO PUBBLICO SU FERRO, proposto fin dal 1989 alla Camera dei deputati: ovvero un programma organico di razionalizzazione e ampliamento del sistema della mobilità dell’area romana, finalizzato allo sviluppo della rete su ferro ed in sede propria in superficie, che preveda la massima integrazione fra le reti ferroviarie nonché di quelle di Cotral e Atac. E che sia prioritariamente indirizzata alla soluzione dei problemi della mobilità dell’area centrale, delle periferie e dell’intera area vasta. Sulla base di questi assi prioritari saranno dispiegate quelle azioni infrastrutturali e di gestione che ne assicurino la flessibilità alle diverse esigenze di trasporto (flussi turistici, scolastici, differenze di genere di salute…). Gli stessi assi potranno assolvere importanti funzioni logistiche nell’approvvigionamento e distribuzione delle merci.

 

 

Il lavoro: la città che crea opportunità per i giovani

L’occupazione giovanile è, come noto, una vera emergenza. Le statistiche sul lavoro pubblico in Italia e a Roma ci restituiscono un quadro quantitativo sotto la media degli altri paesi europei, mentre dal punto di vista dell’età media superiamo abbondantemente i 50 anni. Le politiche  di emarginazione del settore pubblico hanno penalizzato due generazioni di giovani che non sono ancora riusciti ad avere una prospettiva di vita anche in settori cruciali per il futuro del paese, come è stato evidente durante la pandemia con la carenza di personale negli ospedali e nelle scuole pubbliche.

Di recente, alcune aziende hanno scelto di trasferirsi a Milano a causa del degrado che domina la vita della città a partire dai trasporti pubblici inefficienti. Preziose occasioni di lavoro e di prospettive di vita svaniscono per il declino inarrestabile che avvolge la città. Trenta anni di abbandono del governo pubblico della città si concludono con un gigantesco fallimento.

E’ soltanto il processo di riconversione ecologica urbana a garantire occasioni di lavoro stabili, qualificate e durature.

Proponiamo ad esempio:

  • la trasformazione in chiave di sostenibilità energetica degli edifici esistenti pubblici e privati o al processo di riduzione dei rifiuti urbani.
  • Filiere di sperimentazione e di creazione di imprese al pari dell’esigenza di costruire una nuova rete di trasporto su ferro. La riconversione modale del trasporto territoriale e urbano favorirà, come è avvenuto in tutta l’Europa che l’ha già sperimentata, la nascita di aziende di produzione, di ricerca, di innovazione, di sperimentazione di materiale rotabile e sistemi di sicurezza. Occasioni di prezioso lavoro qualificato per uscire dalla crisi economica incombente e per delineare un nuovo volto della città.

Una città, ancora, che restituisce la lavoro la dignità perduta, chiudendo la fase delle privatizzazioni delle funzioni pubbliche che hanno precarizzato il lavoro.

Le condizioni del lavoro della parte più sfavorita della popolazione si sono infatti aggravate proprio a causa dell’economia dominante. I comuni senza finanziamenti sono stati costretti ad esternalizzare molti servizi a imprese e cooperative colluse con la politica con la conseguenza di aver reso precarie le condizioni contrattuali di decine di migliaia di lavoratori.  Negli ospedali, nelle scuole e in ogni altro servizio pubblico sono emerse nei giorni della crisi della pandemia stridenti ingiustizie e disuguaglianze: addetti alle pulizie, cuochi, infermieri e altre figure professionali abbandonate al mercato senza regole e senza diritti.

E’ lo stesso meccanismo perverso che portò alla creazione di un’azienda privata (Tpl) parallela a quella pubblica che ha rarefatto il trasporto nelle periferie ed ha precarizzato coloro che lavorano in quella nuova azienda privata. Deve essere pertanto chiusa la fase delle esternalizzazioni, della privatizzazione di rami d’azienda (è il caso di Ama negli attuali rapporti con Acea), dell’affidamento a finte cooperative che scaricano i costi del lavoro precarizzando le figure professionali. Se Roma vuole ripartire, deve essere in grado di indicare all’intero paese la strada di un ritorno ad un virtuoso ruolo pubblico. Va insomma chiusa la lunga stagione dello smantellamento delle funzioni pubbliche e aperta una nuova fase in cui la mano pubblica favorisce la nascita  di nuove occasioni di lavoro, costruendo incubatori per imprese giovanili. Il contributo portato in questo senso dal lavoro di Fabrizio Barca, è di prezioso aiuto.

Si costruisce una nuova città se non si sciupa l’occasione di uscire dalla crisi con il solito elenco di opere casuali. E’ soltanto con una nuova idea di città, inclusiva, che guarda alle periferie e alla condizione della parte socialmente fragile della società, che potrà rimettersi in moto la città “bloccata”. Un esempio molto eloquente. E’ noto che un istituto di ricerca farmaceutica italiano con sede a Castel Romano sta immettendo sul mercato mondiale un vaccino anti Covid. Un’eccellenza come altre che operano in tante parti di periferie prive di connessioni tra di loro e con la città intera. Piccoli frammenti che potrebbero rimettere in moto la città se solo si avesse il coraggio di connetterla attraverso una mobilità sostenibile e reti   immateriali. Una struttura forte in grado di moltiplicare gli  incubatori d’impresa,  rivolti ai giovani in cerca di sperimentazione delle loro idee.

 

La questione istituzionale. Ricostruire e finanziare il governo pubblico della città

Se vogliano restituire una speranza alla città, dobbiamo avere un’amministrazione pubblica di livello elevato, dotata dei mezzi economici e le risorse umane per risolverli. E’ questa la precondizione per poter avviare l’indispensabile dialogo con le altre istituzioni pubbliche coinvolte nel governo della città. La complessità dei problemi da risolvere, si pensi all’aumento dell’offerta dei servizi sanitari e di assistenza sociale, ad una differente utilizzazione degli spazi delle scuole, al riutilizzo a  fini abitativi degli immobili pubblici abbandonati da anni, non possono essere risolti soltanto con l’azione del comune: questa istituzione deve avere la forza e l’autorevolezza per coinvolgere le altre istituzioni dello Stato. Dai ministeri, alla regione Lazio, deve iniziare un nuovo percorso basato sulla leale collaborazione istituzionale tra istituzioni che hanno come unico obiettivo il perseguimento del bene pubblico. In buona sostanza, la collaborazione istituzionale ha un peso ben maggiore, ai fini di raggiungere obiettivi virtuosi, di qualsiasi riforma istituzionale.

 

C’è bisogno anche in questo caso di un salto culturale.

Proponiamo il progetto: ABITARE IL CAMPIDOGLIO E  I MUNICIPI, come forma di Auto Governo di Roma città metropolitana  

 

La più grave e frustrante esperienza compiuta in questi anni dagli abitanti di Roma è consistita nella perdita della capacità di ascolto da parte delle istituzioni comunali e regionali. Anche quando l’ostinata tenacia di gruppi di popolazione è riuscita a imporre (o inversamente contrastare) qualche decisione ne è poi seguito o il silenzio o l’ineffettuabilità. Tranne tali poche volte, la normalità è stato l’oblio con la conseguente caduta di ogni illusione di poter avere voce sul proprio destino o sulla dignità del vivere urbano. Accentuando il distacco dalla politica con pesanti effetti sullo stato della stessa democrazia. È sempre più difficile usare tale nome per definire una situazione in cui la pluralità delle voci e la sostanziale eguaglianza che deve essere perseguita tra i i cittadini viene abbandonata per concentrare l’esercizio della sovranità nel potere di pochi. Nel nostro caso nella figura del sindaco, che, in nome della governabilità, ha i poteri di nominare e dimettere gli assessori e di non ascoltare neppure i consiglieri comunali sapendo che se lo sfiduciassero si andrebbe allo scioglimento dello stesso consiglio comunale. Tanto la democrazia è pluralismo (che ne è appunto il sinonimo) dunque inclusione, quanto il potere accentrato è esclusione, che la democrazia appunto tempera nella dialettica che agisce tra queste due polarità. Dialettica ora soffocata.

Addirittura nel caso della trasformazione della Provincia di Roma in Città metropolitana (e il voto per il Comune di Roma avrà conseguenza anche sulla formazione dell’Assemblea della Città metropolitana) l’Assemblea della stessa è stata sottratta al voto popolare. Senza troppi problemi è stata tolta persino l’eguaglianza di avvio.

Il rimedio proposto dal pensiero politico di destra e di centro sinistra si riassume nella richiesta di maggiori poteri per Roma, intendendo per tali sia maggiori finanziamenti che un maggiore status della città con la elevazione a Città Regione se non a Distretto Statale, nell’imitazione di altre capitali. Con la parallela elevazione degli attuali Municipi in Comuni. Si argomenta che in tal modo si eliminerebbero sovrapposizioni di funzioni tra differenti Istituzioni, semplificando i tortuosi grovigli burocratici e riducendo l’elefantiasi e di conseguenza i poteri interdittivi delle burocrazie, nonché si assicurerebbe una maggiore vicinanza alle istanze della popolazione che sarebbe impossibile conoscere, per tenerne conto,in una città così vasta.

Chiaramente una toppa non destinata a reggere per molto, messa lì per non dover (voler) prendere atto della crisi della democrazia poco fa accennata: della pratica ormai invalsa dello annullamento delle rappresentanze, e delle rappresentazioni dei bisogni in termini diversi da quelli dell’Amministrazione al governo della città, in nome della (presunta) maggiore efficacia operativa ad essa attribuita se liberata dai lacci (il dibattito pubblico soprattutto con le sue lungaggini). Quei lacci necessari sia per evitare che il governo della città si effettui in altri luoghi (privati e di potere economico e finanziario) e che l’Assemblea comunale si riduca a luogo di puro e semplice assenso. A parte le difficoltà di ordine costituzionale e la complessità giuridica della istituzione di una ulteriore “Regione” e quella non minore di far credere che i Municipi possano essere veri comuni, con competenze paria quelli degli attuali comuni.

Contrastare questa impostazione di pseudo riforma della Capitale diventa un obiettivo prioritario. Contrapponendovi la proposta dell’ampliamento e potenziamento della democrazia, in nome del diritto di ciascuno e di ciascuna degli abitanti della città metropolitana di aver voce sul destino proprio e della città. La legittimazione al governo della città non può che derivare dalla democrazia e, a tal fine, è urgentissimo invadere le procedure decisionali con le pronunce popolari. Forme di autogoverno e di democrazia diretta che restituiscano momenti di sovranità effettiva al popolo non in contrapposizione alle istituzioni rappresentative ma in sinergia con esse. Per esempio, la destinazione delle priorità di finanziamento, il piano industriale del servizio trasporto pubblico o quello  del servizio rifiuti, del servizio giardini … o la riorganizzazione della dimensione sociale nella prevenzione dalle malattie e nella lotta all’emarginazione e alle disuguaglianze, o il contrasto all’usura o la sicurezza… possono essere ben prese dal corpo popolare ( e dai corpi popolari municipali) senza che sia scalfita la funzione delle Assemblee nell’organizzare la conoscenza, nel presentare le proposte, nel tener conto delle minoranze… Insomma, nell’individuazione dei problemi, delle soluzioni, delle forme di informazione e conoscenza, nella predisposizione delle competenze utili.

Analogamente, importanti servizi e azioni amministrative possono essere proposti e gestiti con la presenza determinante di cittadini mentre sarà compito dell’assemblea municipale o comunale rendere effettivo questo diritto. ABITARE IL CAMPIDOGLIO E I MUNICIPI è la direzione di marcia, nel senso preciso di considerare questi luoghi come Casa del popolo in cui coabitano eletti ed elettori, assicurando quell’eguaglianza che altrimenti non può essere riconosciuta

È evidente che una prospettiva simile implica un profondo cambiamento degli uffici comunali e municipali, del loro modo di lavorare non più soltanto per specialismi e dipartimenti ma in modalità integrate, e non solo interdisciplinari. Aperte all’apporto degli organismi culturali, sociali, scientifici operanti nella città.

Un processo di cambiamento difficile ma necessario, che richiede tempo per essere condiviso e messo in pratica nelle forme che il dibattito pubblico metterà in luce. Non calando dall’alto l’ennesima “riforma istituzionale” ma costruendo il governo della città nei modi in cui le menti dei cittadini chiariranno. Intanto, già lo Statuto del Comune di Roma prevede che si possa  iniziare  la strada qui indicata.

In conclusione, con la proposta della collaborazione istituzionale servirà anche per ottenere i finanziamenti indispensabili per affrontare il futuro. Roma, a causa dell’urbanistica di rapina che ha dominato per troppo tempo, ha accumulato un deficit di oltre 13 miliardi di euro. Un peso insostenibile che non permette di guardare al futuro con la dovuta serenità. Si pone oggi la questione di commutare quel debito insostenibile in un finanziamento produttivo che serva –sulla base di un progetto organico e condiviso-  a rilanciare la città. Così come sarà fondamentale esplorare le possibilità di istituire alcune zone fiscalmente franche, come previsto da alcune leggi statali.

 

Il nuovo protagonista sociale: la rete solidale che ha salvato Roma nella pandemia

 

Per dare una speranza a Roma occorre chiamare a contribuire al governo della città le associazioni di volontariato e no profit che in questi anni  hanno svolto il ruolo di supplenza della sfera pubblica. Sono risorse umane preziose presenti in ogni parte della città, specie nelle periferie.  Basti pensare a quanto è avvenuto nei mesi del lokdown, quando il rischio di una grave crisi sociale è stato scongiurato grazie al lavoro volontario e gratuito di tante associazioni e di tanti cittadini.

E’ questa la ricchezza e la speranza di Roma. Persone che credono nella solidarietà sociale, ad una città più giusta e vivibile. Uomini e donne che non vogliono appropriarsi di questo o quell’appalto, ma  contribuire a riaccendere una speranza per la città.

Le periferie apparivano piene di persone e vuote di attività. La loro sopravvivenza si deve esclusivamente ai gesti del mondo della solidarietà, uniche ancore per non precipitare in una spirale senza fine. Per molte famiglie prive di reddito, un pasto caldo o un cesto di generi alimentari hanno fatto la differenza. In questa immensa città era inesistente, o quasi, la rete dei servizi assistenziali e di prossimità che formavano il welfare urbano. Le periferie sono state salvate soltanto grazie a un imponente moto di solidarietà spontaneo guidato da associazioni di cittadini e organizzazioni cattoliche, dalla Caritas a molte parrocchie.

A Roma si confronteranno dunque due culture. Quella che ha sostenuto in modo convinto l’economia dominante che ha aumentato le disuguaglianze –si pensi che alcune di queste associazioni meritorie sono soggette a sfratto in base ad una deliberazione comunale del 2015 che ha “messo a reddito” il patrimonio immobiliare- e quella che vuole affermare nuovi valori di uguaglianza e solidarietà. Quella di chi crede ancora nelle virtù di un’economia in declino e coloro che in questi anni si sono battuti per i diritti del lavoro, dei diritti sociali e del diritto all’ambiente.

In tal senso proponiamo:

  • La cancellazione della deliberazione n. 140/2014 che ha penalizzato il mondo associativo romano. L’associazionismo deve essere posto al primo posto del progetto di costruzione della nuova città.

 

Con la presenza di un polo alternativo culturalmente, socialmente e politicamente al fallimento dell’economia neoliberale, si può riaccendere la speranza di una città a misura d’uomo. Roma deve avere la concreta possibilità di sperimentare la costruzione di un nuovo soggetto culturale  e sociale che metta fine alla stagione dei fallimenti.

E’ un vecchia – e sempre attuale- intuizione di don Roberto Sardelli che nel 2015 affermava: “Chiediamo a singole persone, a gruppi, a movimenti di costruire insieme la prospettiva di un futuro diverso, solidaristico, improntato ai valori dell’uguaglianza, ma un futuro a partire da qui e da ora senza rimandi a un ipotetico domani. Il mondo diverso è già tra noi, se abbiamo occhi per vederlo, ed è possibile”.

Roma e le sue immense periferie hanno bisogno di una speranza. La speranza di salvare la convivenza urbana, di redistribuire ricchezze e opportunità sociali. Far fiorire la città dell’ecologia integrale e affermare la capitale dell’inclusione sociale.

 

Il primo grande obiettivo dell’inclusione è legato al modo con cui accogliamo i migranti che fuggono da paesi dove non esiste il riconoscimento dei diritti umani o dove si combattono guerre. Proponiamo di:

  • Creare un centro di prima accoglienza per migranti e loro famiglie, che arrivano a Roma per fare domanda di asilo politico o solo di passaggio, con servizio di assistenza giuridica, di protezione delle donne e dei bambini e di insegnamento della lingua italiana. Ad oggi queste persone non sanno dove andare, dove poter dormire e mangiare e restano abbandonate in mezzo alla strada in situazioni drammatiche specialmente d’inverno.  Hanno finora supplito a questa grave carenza persone singole, associazioni e pochissimi centri di fortuna, che tuttavia sono stati più volte presi di mira dalle forze dell’ordine con “sgombri” di persone e cose molto violenti.

 

Ecco i motivi che ci spingono a lanciare l’idea per il futuro di Roma. Una speranza per una città che deve tornare al ruolo istituzionale che merita. Le risorse umane ci sono. Roma è una città ricca di persone che credono alla solidarietà sociale, ad una città più giusta e vivibile.  La sfida per una città migliore non si vince da soli. Si vince coinvolgendo la società. Roma ti riguarda, appunto.

E’ questa la ricchezza e la speranza di Roma.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

ROMA TI RIGUARDA. CAPITALE DELL’ECOLOGIA INTEGRALE

PAOLO BERDINI SINDACO

TREDICI CONCRETI PROGETTI PER FAR RIPARTIRE LA VITA SOCIALE ED ECONOMICA DELLA CITTA’

 

Nelle pagine precedenti abbiamo delineato il quadro culturale delle nostra proposta per la salvezza della città.

Insieme al quadro teorico, sentiamo anche l’urgenza di proporre tredici progetti concreti. Tredici provvedimenti da portare all’ordine del giorno della prima riunione utile del nuovo Consiglio comunale. La conoscenza della macchina amministrativa e della normativa amministrativa, ci permette di formulare tredici concreti obiettivi da raggiungere in tempi immediati.

Ci permettiamo anzi di costruire insieme ai tanti comitati che ci sostengono e con le forze politiche e sociali disponibili i contenuti precisi delle delibere. In altri termini, l’elenco che riportiamo di seguito è soltanto la “rubrica”, lo spunto di ragionamento –di cui sono traccia alcune brevi note- che riempiremo concretamente nelle tante assemblee e incontri che svolgeremo durante il mese di settembre. Sarà insomma la città  intera a costruire con il metodo della partecipazione attiva i progetti che verranno poi presentati sotto forma di proposte di deliberazioni al nuovo Consiglio comunale.

Come si vedrà, i progetti sono dedicati ad alcuni grandi personaggi della cultura socialista, comunista e cattolica che hanno rappresentato e rappresentano insostituibili punti di riferimento per chiunque voglia porre mano al cambiamento della città. Non esiste cambiamento, infatti, se mancano i riferimenti culturali cui attingere idee e concreti esempi. La storia della città è intimamente legate ai grandi personaggi che hanno segnato i periodi più fecondi per l’elaborazione e l’attuazione delle idee che hanno cambiato la vita della città.

Ampliare il sistema dei parchi, costruire la rete tramviaria per ridurre il numero dei veicoli a motore circolanti, incentivare la produzione agricola biologica nelle grandi proprietà dell’agro romano, realizzare e recuperare i viali alberati rendendo bella la città esistente, chiudere la scandalosa gestione dello smaltimento dei rifiuti, chiudendo il ciclo nel territorio romano (facendo risparmiare ad ogni famiglia 200 euro all’anno sulla bolletta) e risanando le troppe discariche abusive esistenti. Sono questi i capitoli della costruzione della capitale dell’ecologia integrale, l’unico orizzonte che può rilanciare l’immagine di Roma nel mondo.

 

  1. Assegnare finalmente una casa a coloro che vivono nella precarietà delle occupazioni e degli sgombri, sistemando adeguatamente i numerosi immobili pubblici  attualmente inutilizzati. (dedicata ad Antonello Sotgia)

 

  1. Risanare anche dal punto di vista energetico i quartieri pubblici e privati delle periferie, che versano in uno stato di deplorevole degrado. (dedicata a Luigi Petroselli)

 

  1. Risanare e arricchire ulteriormente il grandissimo patrimonio verde di Roma costituto dai parchi storici, i giardini pubblici, i viali e i lungotevere alberati , lasciato nel l’abbandono o impoverito da interventi sbagliati. (dedicata ad Antonio Cederna)

 

  • La periferia tra Centocelle, Casilino 23 e via della Primavera, ha, ad esempio, sul suo territorio un piccolo spazio verde del casale Somaini circondato da aree private e da un degrado insostenibile. L’intero comprensorio include anche quattro scuole dell’obbligo: potrebbe diventare il “parco centrale” di quell’area densamente abitata, dove poter accompagnare a piedi in un parco i propri figli. Una speranza di riscatto invece del degrado attuale.

 

 

  1. Avviare la costruzione di cinque linee tranviarie, che rispondano al diritto di tutti i cittadini di muoversi agevolmente e favoriscano il progressivo abbandono delle auto private. (dedicata  a Italo Insolera)

 

  1. Chiudere il ciclo dei rifiuti nel territorio della città e costruire una rete adeguata di trattamento e ti seguo e smaltimento. Risanare i suoli delle discariche abusive e relativi corsi d’acqua. (dedicata a Fabrizio Giovenale)

 

  1. Potenziare e aumentare il numero delle aziende agricole biologiche dell’Agro Romano, che costituiscono anche un importante presidio contro il consumo di suolo, con politiche di sostegno e incentivi alla vendita. (dedicata a Tina Costa)

 

  1. Individuare, tutelare e valorizzare la vastissima rete di beni culturali artistici e archeologici delle periferie e dell’Agro, tali da costituire veri e proprio parchi storci. (dedicata a Giulio Carlo Argan e Renato Nicolini)

 

  1. Promuovere le attività culturali e politiche dell’associazionismo romano e dei numerosi comitati distribuiti in tutta la città, individuando sedi loro destinate nel patrimonio pubblico abbandonato. (dedicata a Mirella Belvisi)

 

  1. Progettare e realizzare una serie di percorsi alberati, di viali, ripristinando in primo liogo quelli esistenti, che avvolgano la città, dando bellezza e salubrità alle periferie e proteggendo tutto l’abitato dagli eccessi climatici. (dedicata a Vittoria Calzolari)

 

  • Le strade alberate,insieme ai marciapiede, versano in uno stato di intollerabile degrado. Decenni di abbandono della cura e della manutenzione hanno aggredito anche la bellezza dei viali alberati, sottoposti in quest’ultimo periodo anche a tagli sconsiderati. Sulla base delle esperienze storiche, devono essere istituite due commissioni. La prima per l’abbellimento della parte centrale della città. La seconda per la cura delle ville storiche.
  • Tali commissioni saranno formate da esperti scelti dei comitati di residenti e dalle associazoni presenti sul territorio al fine di allargare la partecipazione alla cura della cosa pubblica.

 

 

  1. Creare una rete di incubatoi di impresa giovanile utilizzando gli edifici pubblici abbandonato. (dedicato a  don Luigi Di Liegro e don Roberto Sardelli)

 

  • In tutte le città del mondo, le amministrazioni comunali, anche in partenariato con imprese e gruppi provati, inaugurano in edifici pubblici luoghi per la formazione e l’avviamento delle imprese giovanili. A Roma non ci sono ancora esempi di questo genere.

 

  1. Realizzare un piano per la ripubblicizzazione  delle aziende municipali, diventate società per azioni, che hanno privatizzato tutte le attività. (dedicato a Giovanni Montemartini e Ernesto Nathan)

 

  • La pandemia Covid 19 ha svelato a tutti gli effetti della cultura della demolizione delle finzioni pubbliche che è stata attuata negli ultimi 30 anni. Moltissime funzioni pubbliche (dalla pulizia degli edifici alla cura dei parchi, dalla privatizzazione di rami di aziende pubbliche alla delega di importanti funzioni) sono state affidate al privato sulla base di un pregiudizio ideologico. Le conseguenze sono state l’aumento della spesa pubblica e la precarizzazione del lavoro in particolare per i giovani

 

  1. Avviare un piano di risanamento delle scuole, che consenta tra l’altro l’apertura di ogni scuola al quartiere,  offrendo attività di sostegno, attività integrative, dibattiti, incontri e la scoperta delle culture del mondo. (dedicata a Simonetta Salacone)

 

  1. Creare una rete di prima accoglienza per migranti e loro famiglie (a Roma per fare domanda di asilo politico o solo di passaggio) provvisto di servizio di assistenza giuridica e di insegnamento della lingua, come avviene nelle altre città europee. (dedicata a Maria Michetti)

 

  • Le gravi differenze sociali e le difficoltà che incontra l’accoglienza dei migranti sono due capitoli fondamentali per vincere il degrado in cui versa la città. La prima integrazione si può raggiungere facendo funzionare a pieno regime tutte le scuole dell’obbligo per aiutare i bambini con difficoltà di apprendimento e per aiutarli nelle attività sportive. La seconda integrazione si raggiunge con la costruzione di una rete di servizi dedicati al complesso mondo culturale dell’immigrazione.

 

 

 

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