Scuola e lavoro, quale progettualità?

Ci sono almeno tre elementi critici per i quali l’attuale forma di alternanza scuola – lavoro risulta odiosa: l’obbligatorietà, la gratuità e la subalternità della scuola alle logiche, alla politica, all’ideologia e all’indirizzo progettuale del capitale. La critica a tale modello che giustamente si è infiammata all’indomani della morte di Lorenzo Parelli, deve però fare i conti con una realtà complessa e multi variabile, nella quale non può essere sottovalutata neppure la naturale eterogeneità delle richieste provenienti dal variegato mondo studentesco.

La critica di queste settimane si è ampliata, coinvolgendo l’intero rapporto tra scuola e mondo del lavoro e, in particolare gli istituti tecnici, professionali e i Centri di Formazione Professionale (CFP). Lorenzo Parella era, appunto, uno studente del CFP, e non è inutile ricordare le caratteristiche peculiari del percorso nel quale era inserito. Lorenzo era al 4°anno con l’obiettivo di raggiungere il Diploma Professionale attraverso un sistema duale che prevede una ripartizione pressoché paritaria tra le ore scolastiche e quelle passate ad acquisire competenze in azienda. Anche se può essere inserito nel contesto più ampio di alternanza, questo tipo di rapporto è regolato da un contratto di lavoro di apprendistato di primo livello regolato dall’articolo 43 del D.Lgs. 81/2015.

Questa precisazione non è superflua poiché fa saltare almeno due dei 3  elementi che rendono inaccettabile l’attuale forma dell’alternanza scuola – lavoro: la gratuità – Lorenzo aveva un regolare contratto sebbene a quella tipologia di contratto di apprendistato corrispondono poche centinaia di euro mensili – e, soprattutto, l’obbligatorietà, poiché questo specifico tipo di percorso è scelto dallo stesso studente e/o dalla sua famiglia. Si tratta di un percorso attraverso il quale molto spesso si riescono a tenere agganciati ancora al mondo scolastico studenti che intendono abbandonarlo per andare al più presto a lavorare. La tragica fine di Lorenzo si inscrive all’interno di questo quadro, complesso e lungo anche in termini di processo legislativo (di seguito all’articolo si possono trovare utili riferimenti a riguardo). Potremmo persino dire che Lorenzo è a tutti gli effetti un giovane morto sul lavoro retribuito con un salario simbolico e non in alternanza scuola- lavoro.

Ora, nella maggior parte dei casi la contestazione di questi giorni rivolta all’alternanza proviene da

allievi spesso liceali, con esperienze particolari e negative, gli stessi che poi la nostra cara ministra dell’Interno lascia pestare nelle piazze, come se costoro o i compagni rimasti a casa non avessero cittadinanza, non dovessero esprimersi. A questi ragazzi va tutta la nostra solidarietà e anche qualcosa di più, le botte delle forze del disordine come l’ascolto inesistente del mondo adulto, anche di parte della sinistra, portano ancor di più al convincimento che essere giovani in Italia oggi è uno stato da perdenti, che la gerontocrazia sta benissimo, che i ragazzi non avranno alcun tipo di ascolto né per una tesi né per il suo contrario, perché gli adulti di questo luogo non li ritengono in grado di esprimersi. È proprio in questo senso, però, che la vicenda di Lorenzo ci interroga: per quanto riguarda il variegato mondo degli Istituti Tecnici, professionali e dei CFP qual è la volontà degli studenti? Cosa chiedono alla scuola in relazione al mondo del lavoro?

Gli studenti italiani, subiscono già l’enorme violenza di scegliere un percorso di studio a 13/14 anni, con risultati folli in termini di anni persi e abbandono scolastico. Si è obbligati ad una scelta a 13 anni, quando si gioca ancora coi Pokemon e la psicologia dell’apprendimento ci dice come l’autonomia nelle scelte sia implausibile. E infatti i piccoli delle medie chiedono di essere accompagnati nella scelta della secondaria superiore e altrettanto – sia detto con sicurezza totale –  loro chiedono e  vogliono essere accompagnati da adulti di cui hanno fiducia nel mondo lavorativo. La prova del nove sta nel fatto che non si iscriverebbero mai nei CFP, o in Istituti  professionali e tecnici, se non avessero la possibilità di fare questa sperimentazione, anche perché ci sono giovani che in aula non ci possono stare, non vogliono starci, e costringerli sarebbe particolarmente frustrante anche e soprattutto per loro prima ancora che per i loro insegnanti e formatori. E bisogna capire se ci sia in questo rifiuto del banco qualcosa di negativo o di incomprensibile, quando una sinistra davvero tale dovrebbe avere come referente di classe  proprio questo tipo di gioventù, non il figlio dell’avvocato che ama i libri e discute col babbo del TG e della poesia da dedicare alla mamma… Dunque è di sinistra non arroccarsi nelle controversie tra otium e negotium, e non si può svalorizzare il mondo del lavoro lasciandolo in mano solo alla famelicità di imprenditori ben noti, la scuola può intervenire, aiutare, moderare, rispondere a un reale bisogno e soprattutto cercare di capire come progettare con gli studenti un rapporto diverso con il mondo del lavoro. Sebbene chi scriva sia lungi dal difendere l’intera categoria dei CFP, poiché troppo eterogenea, e non sia affatto d’accordo con la loro struttura regionalizzata, oggi, a bocce ferme, eliminare questa forma di istituto equivarrebbe ad eliminare quegli stessi studenti che lo scelgono. Bisogna partire dal fatto che la richiesta da parte loro di un rapporto e di un percorso che li accompagni al mondo del lavoro è un dato oggettivo, non si iscriverebbero e, abbandonando anzitempo o non appena raggiunto il 16°anno la scuola, sarebbero preda di quel mondo globalizzato di impresa pronto a trattarli come operaio massa, in una definizione di trontiana memoria o, detto in maniera più diretta, bestie da soma. L’obbligo, ora,  è  a 16 anni:  dunque chi sono i 13enni, 14enni, 15enni, 16enni? cosa vogliono? chi li può rendere capaci di riflettere sui loro diritti? chi – domanda importantissima – tutela gli stranieri che difficilmente si agganciano alla scuola? chi sta vicino ai tanti ragazzi certificati, con problemi di apprendimento o altre criticità, che odiano banchi e sedie? non è un pregiudizio appunto da ex liceali, del tutto avulsi dalle  realtà di altre scuole, quello di espungere del tutto la formazione al lavoro, lavoro su cui si fonda art 1? Non è, in fondo, un pregiudizio borghese quello che vuole nostalgicamente le teste chine sul libro, a fronte di realtà mutate e mutevoli ma soprattutto, è giusto lasciare in mano ai Bonomi l’approccio in un mondo sempre più precarizzato?  A questi studenti non basta la fase laboratoriale nelle scuole: sono spinti non solo dalla curiosità normale per il mondo del lavoro, ma vogliono conoscere quanto prima un mondo nella sostanza sconosciuto del quale sono anche intimoriti, un mondo a loro necessario del quale hanno un immaginario privo però di conoscenza reale. Di fronte a questa esigenza che fare? Preferiamo semplicemente eliminare quello spazio educativo che mette in relazione scuola e lavoro? Oppure proviamo a pensare a come occuparlo? Possiamo pensare accanto alla preparazione tecnica a portare la necessaria cultura DEL e NEL lavoro, creare lavoratori consapevoli dei loro diritti, coscienti delle dinamiche tanto sociali quanto specificatamente aziendali che si troveranno a fronteggiare di lì a pochi anni? Punti di partenza per la costruzione di tutto ciò già ci sono. Si è detto in queste settimane che nella scuola non si insegna la sicurezza sul lavoro ed è oggettivamente falso, anzi, un ragazzo privo di un qualsiasi DPI nella formazione professionale non può neppure fare un laboratorio interno alla scuola. È a scuola che si insegna sicurezza, per tante aziende questo è invece tutto da dimostrare.

Alcuni tipi di alternanza scuola – lavoro, sebbene rispondano a criteri di obbligatorietà e gratuità sui quali ci sino già espressi in maniera chiara, sembrano apprezzati dagli studenti: Istituti tecnici Chimici  che collaborano con farmacie, o ditte chimiche; Istituti  Agrari che lavorano con aziende agricole e allevamenti, spesso con piccole realtà territoriali anche impegnate nella produzione biologica e nella sostenibilità ambientali; licei scientifici che lavorano con musei, archivi, anziani ospitati in  RSA; studenti di licei linguistici impegnati nell’acquisizione di competenze in ambito accoglienza turistica, i processi di ricerca e produzione in campo universitario e cinematografico, insegnamento delle lingue presso le scuole primarie e a favore di studenti stranieri. Si tratta, molto spesso di percorsi di poche settimane nelle quali esiste un’effettiva collaborazione tra scuola e realtà esterna, nella quale le stesse realtà aziendali spesso si spendono in prima persona nella formazione, nel trasferimento di conoscenze in loro possesso agli studenti, nelle quale il tutor di riferimento svolge un vero e proprio lavoro. Viene da domandarsi se in questi casi, molto meno rari di quanto si pensi, la gratuità sia ancora da fonte di sfruttamento oppure siamo di fronte ad una relazione di scambio tra lavoro e trasferimento non solo di conoscenze e competenze bensì di presa di coscienza di come possa essere il mondo del lavoro. In questi casi tale esperienza è generalmente apprezzata dagli studenti, in questi casi la relazione progettuale tra scuola e mondo del lavoro è paritaria, anzi, se questo scambio non dovesse realizzarsi, se questo progetto fosse tradito, è la scuola stessa che interviene depennando dalla sua lista di ospitante il soggetto esterno.

La morte di Lorenzo, ovviamente, non è ascrivibile a queste esperienze: Lorenzo nel suo percorso era pienamente inserito nel mondo della produzione ma, forse, questo dramma si inserisce nella più ampia vergogna nazionale dei tre morti sul lavoro al giorno dato impressionante su cui nessuno interviene, che la stampa e i media non vogliono minimamente esporre nella sua vastità e gravità, su cui le colpe della classe dirigente sono evidenti, gravissime e tali da far gridare al crimine.

Esiste infine un altro pericolo sottovalutato: se non intendiamo occupare lo spazio relazionale tra scuola e lavoro questo spazio esisterà comunque e saranno altri ad occuparlo: un altro crimine è il silenzio sul mondo scolastico ove passano milioni di ragazzi, oggi preda di un percorso di aziendalizzazione che si sostanzia nella quadriennalizzazione del liceo o nei giochini di Comunione e Liberazione volti a inserire nuove skills non “scolastiche’’ in base a un frainteso principio di sussidiarietà che poi finirebbe per fare entrare agenzie private nella scuole. Questi due progetti, sì,  vanno davvero rigettati dalle sinistre e sono davvero cunei con i quali il privato incide e svalorizza il pubblico. Questo approccio va conosciuto, rigettato e combattuto, ma non possiamo farlo semplicemente ritirandoci e lasciando il campo libero a questi soggetti e progetti.

Possiamo partire appunto da qui, per portare avanti una lotta a sinistra, non semplicemente di retroguardia, nella quale accanto alla sacrosanta critica di ciò che è, tentiamo di costruire una rappresentazione di ciò che dovrebbe essere in alternativa tenendo conto delle esigenze delle ragazze e dei ragazzi che scelgono questi percorsi e, dall’altro, mettendo in discussione quel terzo punto che rende odiosa l’attuale alternanza scuola lavoro e cioè la subalternità alle logiche del capitale? Vogliamo capire come in questo spazio formativo sia possibile cambiare i rapporti di forza tra scuola e azienda? Difficile capire come, ritirandosi semplicemente da questo spazio, questi rapporti possano cambiare e la formazione al lavoro, quando c’è, non finisca per essere ad esclusivo appannaggio della settorialità e dall’impronta ideologica imprenditoriale attraverso l’egemonia dei suoi riferimenti politici e culturali.

 

A conclusione di questo scritto, anche per far capire l’assetto giuridico che ha costruito l’attuale rapporto tra scuola e lavoro ben prima delle leggi renziane, delineiamo questo breve excursus storico.

Un momento importante è la Legge 30/2000 – governo Amato, ministro Bassanini, il cui ruolo va analizzato con cura:  nella legislatura 1996-2001, guidata dai governi dell’Ulivo, è stato nominato Ministro per la Funzione Pubblica e gli Affari Regionali (primo governo Prodi), sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei ministri (primo governo D’Alema) e nuovamente Ministro per la Funzione Pubblica (secondo governo D’Alema e secondo governo Amato). Altra figura chiave è Letizia Moratti, la cui riforma promuove l’istituzionalizzazione, nelle scuole professionali, ove  è prevista una durata graduata nel corso degli anni con periodi di alternanza fra scuola e lavoro. Secondo tale riforma al termine di tre anni viene consegnato un attestato di Qualifica professionale. Ha dato inizio inoltre all’adeguamento agli altri Stati europei (con l’alternanza scuola-lavoro appunto e prevedendo la laurea, almeno in Scienze della formazione primaria, obbligatoria per i docenti di scuola primaria). Per la riforma Moratti è possibile cambiare indirizzo senza dover perdere gli anni già superati e facendo solo un esame integrativo, e ci sono inoltre altri aspetti che però non rilevano ai fini del discorso scuola –lavoro. Un altro  riferimento importante è la LEGGE 28 marzo 2003, n.53, “Delega al Governo per la definizione delle norme generali sull’istruzione e dei livelli essenziali delle prestazioni in materia di istruzione e formazione professionale”. All’art. 2 lettera H recita :

‘’ ferma restando la competenza regionale in materia di formazione e istruzione professionale, i percorsi del sistema dell’istruzione e della formazione professionale realizzano profili educativi, culturali e professionali, ai quali conseguono titoli e qualifiche professionali di differente livello, valevoli su tutto il territorio nazionale se rispondenti ai livelli essenziali di prestazione di cui alla lettera c); le modalità di accertamento di tale rispondenza, anche ai fini della spendibilità dei predetti titoli e qualifiche nell’Unione europea, sono definite con il regolamento di cui all’articolo 7, comma 1, lettera c); i titoli e le qualifiche costituiscono condizione per l’accesso all’istruzione e formazione tecnica superiore, fatto salvo quanto previsto dall’articolo 69 della legge 17 maggio 1999, n. 144; i titoli e le qualifiche conseguiti al termine dei percorsi del sistema dell’istruzione e della formazione professionale di durata almeno quadriennale consentono di sostenere l’esame di Stato, utile anche ai fini degli accessi all’università e all’alta formazione artistica, musicale e coreutica, previa frequenza di apposito corso annuale, realizzato d’intesa con le università e con l’alta formazione artistica, musicale e coreutica, e ferma restando la possibilità di sostenere, come privatista, l’esame di Stato anche senza tale frequenza’’.

 

La legge del 28 marzo 2003, n. 53, modifica anche il sistema di istruzione e formazione professionale che comprende i percorsi individuati dai decreti di attuazione della legge. Tali percorsi consentiranno di conseguire titoli e qualifiche professionali di differente livello e, se di durata almeno quadriennale, di accedere all’università e all’AFAM, Formazione artistico-musicale,  previa frequenza di apposito corso annuale. La scelta tra i due sistemi, che viene compiuta al termine della scuola secondaria di primo grado, non è però irreversibile in quanto è previsto un meccanismo di ”passerelle”. La legge dà, inoltre, agli studenti dai 15 ai 18 anni, la possibilità di frequentare, attraverso l’alternanza di periodi di studio e di lavoro, corsi di 2° grado, sotto la responsabilità dell’istituzione scolastica o formativa sulla base di convenzioni con imprese o associazioni di categoria, enti pubblici o privati, ovvero di frequentare negli istituti di istruzione e formazione professionale corsi integrati che prevedano piani di studio progettati d’intesa tra i due sistemi. Ma il tutto avrà effetto dal 1° settembre 2007. Su questo settore ricadono comunque decisioni legislative precedenti che risalgono alla legge 24 giugno 1997, n. 196 che riguardava “Norme in materia di promozione dell’occupazione”: qui , all’articolo 17 si afferma che, “allo scopo di assicurare ai lavoratori adeguate opportunità di formazione ed elevazione professionale anche attraverso l’integrazione del sistema di formazione professionale con il sistema scolastico e con il mondo del lavoro e un più razionale utilizzo delle risorse vigenti, anche comunitarie, destinate alla formazione professionale e al fine di realizzare la semplificazione normativa e di pervenire ad una disciplina organica della materia, anche con riferimento ai profili formativi di speciali rapporti di lavoro quali l’apprendistato e il contratto di formazione e lavoro, il presente articolo definisce i seguenti principi e criteri generali, nel rispetto dei quali sono adottate norme di natura regolamentare costituenti la prima fase di un più generale, ampio processo di riforma della disciplina in materia”. Nella nuova redazione della legge 107/2015 – Buona scuola – si rende obbligatoria l’alternanza scuola – lavoro e si sancisce la “Carta dei diritti e dei doveri degli studenti” in alternanza (http://www.alternanza.miur.gov.it/cos-e-carta-dei-diritti.html). Ricordiamo infine  che  di recente le ore previste dalla legge 2015 su alternanza , che appunto riordina il tutto, sono state ridotte da Bussetti e poi da Azzolina.

di Anna Marcianò e Marco Noris

 

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