“Se vuoi pranzare con il diavolo devi avere un cucchiaio molto lungo” ovvero femministe nelle istituzioni

Una premessa necessaria

In un periodo storico dalle “passioni tristi”, come è stato definito, regala speranza il forte protagonismo delle donne, nella società e nella politica.

Come hanno recentemente testimoniato le relatrici al seminario internazionale su “Cura e incuria. Il mondo alla prova della pandemia e oltre. Pensieri e pratiche femministe”, in moltissime parti del mondo, donne consapevoli e determinate lottano per i diritti all’autodeterminazione (salute,scuola, lavoro, casa…), per la difesa dell’ambiente, per un modello sociale liberato da alienazione, sfruttamento, razzismo, sessismo,violenza.

È tornato sulla scena pubblica un movimento femminista internazionale capace di denunciare le diseguaglianza di classe insieme alle ingiustizie “non economiche”, come per esempio la violenza domestica, la violenza sessuale e l’oppressione riproduttiva. Un femminismo di nuova generazione che rifiuta l’”economicismo” e politicizza “il personale” per ampliare l’agenda politica generale, aggiungendo a essa il tema della costruzione gerarchica delle differenze. Un movimento che ha lanciato lo sciopero globale femminista, ridando valore e significato a questo strumento di lotta, e che ha visto, sul diritto all’aborto, lotte vincenti in Argentina, in Spagna e in Portogallo.

Negli Stati Uniti il movimento femminista del “me too” ha denunciato le molestie sessuali e la violenza sulle donne sopratutto nei luoghi di lavoro ma non si è fermato lì perché ha saputo cogliere la radice di queste molestie e violenze nella marginalità dei ruoli affidate alle donne considerate inferiori rispetto ai propri colleghi uomini, come testimonia la differenza salariale a parità di mansione fra uomini e donne molto evidente in quasi tutti i Paesi del mondo.

Le donne sono presenti in modo attivo e massiccio nel movimento ambientalista del “friday for future” lanciato, del resto, con grinta, radicalità e competenza da una determinatissima ragazza.

Lo stesso possiamo dire per le esperienze di neo-mutualismo solidale fondate sul principio di cura in opposizione a quello del profitto. Esperienze che dentro la pandemia si sono moltiplicate non come risposta assistenzialistica ai bisogni delle persone di un dato territorio, ma come pratiche politiche per costruire legami sociali, condivisione, solidarietà. coscienza di sé e del mondo,conflitto.

Donne in politica: rompere stereotipi, provare a cambiare il potere

Ciò che ho premesso, e cioè il grande attivismo femminili-femminista nei movimenti sociali di questi ultimi anni, può, almeno in parte, spiegare il ruolo di protagoniste che molte donne si stanno riprendendo nelle istituzioni, includendo fra le istituzioni anche i partiti politici, in particolare quelli di sinistra.

Penso, per fare qualche nome, a Alexandria Ocasio Cortez deputata della sinistra radicale negli USA, a Izkia Siches, Camila Vallejo e Karol Cariola importanti esponenti di “Apruebo Dignidad”, la coalizione vincente nelle recenti elezioni in Cile, alla parlamentare Myriam Bregman del PTS, il paroito dei lavoratori, in Argentina, alle eurodeputate del GUE Manon Aubry, di France Insoumise, e Marisa Matias, portoghese del Bloco de Esquerda ed anche a Eleonora Forenza che è stata deputatata al Parlamento Europeo per il PRC, alle deputate Mariana Mortagua e Catarina Martins, quest’ultima portavoce del Bloco in Portogallo, a Lorena Garron Rincon di Podemos, assessora al femminismo nella municipalità di Cadice in Spagna.

Se si leggono le biografie delle donne che ho citato (alcune delle quali ho il piacere di conoscere personalmente) si potrebbe dire che la presenza delle donne, in particolare se femministe, nelle istituzioni si caratterizza per almeno tre elementi di fondo:

non vuole “rappresentare” ma piuttosto “raccogliere” e dare voce alle spinte del movimento da cui si proviene o ci si sente vicine;
prova a dare dimensione politica alla lotta femminista misurandosi con la questione del potere e non fuggendo da essa, per provare a trasformarne il senso e la pratica;
cerca di mantenersi in costante legame con la società civile per costruire una proposta politica di cambiamento che sia frutto di una lavoro collettivo.

Sono caratteriste importanti perché possono costituire un antidoto alla “politique politicienne”, oggi tanto in voga, una politica slegata dalla realtà ed interessata solo agli aspetti elettoralistici.

È poi mia convinzione che una maggior presenza di donne, specie se femministe, nella politica e nelle istituzioni aiuti a superare stereotipi ancora molto potenti, una dei quali continua a ritenere che alle donne siano più consoni ruoli di servizio che di potere.

Basti pensare che, in Europa, a 100 anni dall’estensione del suffragio femminile e dall’elezione di donne a cariche politiche in diversi Paesi europei, i dati sono ancora preoccupanti. 5 su 27 è il numero di donne a capo degli attuali esecutivi dei Paesi UE – quelle che siedono nel Consiglio europeo –, numero raggiunto a gennaio 2021 con la nomina della premier estone Kaja Kallas. L’indice sulla gender equality sviluppato dall’Istituto europeo per l’uguaglianza di genere (EIGE) mostra che negli ultimi 10 anni il “potere” è l’area in cui sono stati compiuti maggiori progressi, ma è anche quella in cui il divario rimane più ampio.

Per questa ragione sarebbe utile superare le remore che, anche dentro contesti femministi, inducono a non abbracciare il mondo della politica e riscoprire invece lo spirito combattivo che caratterizzò il movimento suffragista. Uno spirito combattivo che contribuì a migliorale la condizione delle donne non solo sul piano elettorale.

Un rinnovato protagonismo delle donne, in particolare delle femministe, nella politica e nelle istituzioni sarebbe un buon antidoto anche per fermare il declino di democrazia dolente sempre meno partecipativa e sempre più formale.

Ma c’è un però…

Misurarsi con il potere, però, presenta anche qualche ombra….

Il fatto che alcune donne raggiungano posti di potere non crea affatto una dinamica di trascinamento per tutte le altre. Quella parte di femminismo statunitense (il cosiddetto “femminismo del lean out”) che ha sostenuto che la rottura del famoso “tetto di cristallo” da parte di alcune avrebbe migliorato la condizione di tutte le altre è stato duramente smentito dalla realtà. Mentre alcune (poche a dire il vero) riuscivano a sedersi nella stanza dei bottoni (più spesso dei bottoncini) la stragrande maggioranza delle donne, specie se migranti, continuava ad essere impiegata in lavori precari, sottopagati, a tempo determinato.

Spesso le donne, oggetto di millenaria subordinazione, una volta raggiunto il potere, vero o presunto che sia, si comportano alla stregua dei dominatori, non solo passivamente o perchè sedotte dal fascino del potere stesso adattandosi a quel che passa il convento.

“La mistica della femminilità” (come chiamo la credenza che tutte le donne siano portatrici “naturalmente” di caratteristiche quali la bontà d’animo, il sacrificio, la gentilezza, l’umiltà…) porta inoltre a ritenere, anche in buona fede, che una donna proprio in quanto donna, non possa che fare bene o meglio, a prescindere.

Faccio un esempio molto attuale: a pochi giorni dall’elezione del Presidente circola un appello che chiede di eleggere una donna. Concordo sul fatto che se fosse una donna ad essere eletta sarebbe un fatto positivo, in un Paese come il nostro ancora fortemente misogino. Sarebbe stato preferibile però che l’appello chiedesse di eleggere al Quirinale una donna consapevole della necessità di ridare vigore alla democrazia, formale e sostanziale, attraverso i principi di eguaglianza e giustizia sociale, di genere e di provenienza.

Per una donna, specie se femminista, occupare ruoli di potere nelle istituzioni è faticoso, se si vuole cambiare il modo di fare politica confliggendo con ciò che lo impedisce.

Come hanno dichiarato alcune deputate spagnole di Podemos durante un interessante incontro di qualche tempo fa alla Casa delle donne di Milano su “femministe e istituzioni”, più si sale nelle gerarchie e nelle strutture di partiti più si trovano ostacoli e maschilismo, anche a sinistra.

Così come da dentro le istituzioni è difficile praticare una relazione con la base e i movimenti, anche se da essi si proviene.

E quindi che fare?

Tutto considerato ritengo si possa dire che, benché per una femminista la strada per stare nelle istituzioni è lastricata di difficoltà e insidie e lo sforzo richiesto è grande, sarebbe comunque molto utile continuare a provarci.

Perché in fondo, la storia la si fa nelle circostanze, determinate dai fatti, che si incontrano davanti a sé accettandone le contraddizioni e non inseguendo ideali di purezza che difficilmente si possono realizzare.

Con la consapevolezza, valida sempre, che “per pranzare con il diavolo serve un cucchiaio lungo” e che anche nelle istituzioni è la pratica del conflitto la sola che può trasformare l’esistente.

Nicoletta Pirotta

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