Sinn Féin primo partito in Irlanda del Nord. La conseguenza dell’estremismo della Brexit di Johnson

La storica vittoria di Sinn Féin, il partito nazionalista irlandese di sinistra, alle elezioni del 5 maggio in Irlanda del Nord apre la prospettiva di una riunificazione dell’isola sotto le insegne della Repubblica d’Irlanda. Un percorso che sarà lungo e non facile, ma che si lega a cambiamenti strutturali demografici, socio-economici e culturali in atto da decenni. La hard Brexit, voluta dal governo conservatore britannico, ha accelerato questi cambiamenti e ha fatto implodere il movimento unionista in Nord Irlanda e, più in generale, nel Regno Unito. Con la Brexit realizzata, sono tornate in primo piano le questioni storiche irrisolte del sistema politico ed istituzionale britannico: il conflitto tra unionismo e i nazionalismi nordirlandese, scozzese, gallese e inglese. Un conflitto che minaccia la tenuta e forse l’esistenza stessa del Regno Unito, anche perché al governo a Londra c’è una classe dirigente conservatrice guidata da Boris Johnson che è espressione di una versione autoritaria del nazionalismo inglese e che punta a ridisegnare lo Stato post-Brexit sulla base del dominio di una “Grande Inghilterra” e non su una partnership unionistica inclusiva.

Sinn Féin ha vinto le elezioni, lunga vita a Sinn Féin

Alle elezioni per l’assemblea di Stormont (90 seggi1) dell’Irlanda del Nord del 5 maggio, il Sinn Féin (“Solo Noi” in gaelico), l’ex ala politica dell’Irish Republican Army (IRA), è diventato il maggiore partito con 27 seggi (quanti ne aveva avuti nel 2017) e il 29% dei voti (+1,1%), e la sua vicepresidente, Michelle O’Neill, è destinata a diventare il primo ministro della regione2. Il primo leader nazionalista ad assumere questa posizione in una svolta storica3. Una strada iniziata nel 1981, quando Bobby Sands, membro dell’IRA, vinse un seggio a Westminster durante il suo fatale sciopero della fame e mise il partito su un percorso elettorale, inaugurando la cosiddetta strategia “Armalite e urne elettorali”, poi abbandonata negli anni ’90 da Martin McGuiness e Gerry Adams che hanno fatto la sola scelta delle urne elettorali4.

La vittoria di Sinn Féin è un duro colpo per il movimento unionista, nel suo complesso ancora maggioritario rispetto ai partiti nazionalisti, ma ormai nel panico e frammentato in diversi partiti, una delle principali conseguenze politiche della hard Brexit – portare il Regno Unito fuori dal mercato unico e dall’unione doganale dell’UE – voluta da Boris Johnson. La Brexit ha rivelato agli unionisti che la Gran Bretagna, che ha votato per lasciare l’UE, vede realmente l’Irlanda del Nord, che ha votato per il Remain, come un asset sacrificabile.

In effetti, la Brexit ha minato la posizione costituzionale ed economica dell’Irlanda del Nord all’interno del Regno Unito, mentre allo stesso tempo ha preso di mira la complessa struttura di cooperazione e interdipendenza tra Regno Unito e Repubblica d’Irlanda che risaliva alla loro adesione congiunta all’UE nel 1973. In poco più di un anno, l’applicazione del protocollo per il Nord Irlanda della Brexit ha radicalmente staccato l’economia dell’Irlanda del Nord dal resto del Regno Unito e l’ha riallineata alla Repubblica (i numeri dell’Ufficio centrale di statistica irlandese mostrano che il valore delle merci importate dalla Gran Bretagna è diminuito di quasi 2,75 miliardi di sterline da gennaio a novembre del 2021, mentre sono aumentati di oltre il 50% gli scambi bilaterali tra Repubblica e Irlanda del Nord). I partiti unionisti si sentono traditi e vittimizzati da Johnson e hanno resistito ferocemente a questo protocollo, sostenendo che è ingiusto perché dà la priorità ai desideri di una comunità nell’Irlanda del Nord (i nazionalisti) rispetto all’altra (gli unionisti).

Il Partito Democratico Unionista (DUP) ha perso la preminenza esercitata negli ultimi 14 anni. Sta implodendo (nell’ultimo anno ha avuto tre leader diversi) ed è crollato al 21,3% dei voti (-6,7%), con 25 seggi (-3). Il Partito Unionista dell’Ulster (UUP) ha avuto l’11,2% dei voti (-1,7%) e 9 seggi, mentre la Traditional Unionist Voice (TUV) ha avuto il 7,6% (+5,1%) con 1 seggio.

Oltre a Sinn Féin, l’altro grande vincitore delle elezioni è stato il partito centrista Alliance, che è salito al 13,5% (+4,5%) dei voti con 17 seggi (+9). E’ diventato la terza foza politica, in gran parte a spese dell’unionista moderato UUP, del nazionalista moderato Partito Socialdemocratico e Laburista – SDLP (con il 9,1%; -2,9%; con 8 seggi) e del partito dei Verdi (1,9%; -0,4%; con 0 seggi, mentre ne aveva 2 nel 2017), capitalizzando la crescita di un bacino di elettori, soprattutto giovani delle comunità protestante e cattolica, ma anche di coloro che rifiutano l’affiliazione alle due fedi religiose, che preferiscono evitare le etichette del nazionalismo e dell’unionismo. Un numero crescente di elettori di centro che esprimono frustrazione per il tradizionale fondamentalismo, settarismo e tribalismo che si articola nella contrapposizione Orange/Green5. Il partito Alliance rappresenta la forza politica più coerente con l’Accordo di Pace del Venerdì Santo che è basato su un delicato equilibrio che, attraverso l’assenza di un confine sull’isola d’Irlanda, consente ai cittadini dell’Irlanda del Nord di abbracciare un’identità irlandese o britannica o nordirlandese – o tutte e tre insieme – come desiderano6.

Il risultato è stato sismico dato che l’Irlanda del Nord è un’entità politica creata 101 anni fa7 sulla base di una maggioranza unionista con un “un parlamento protestante per un popolo protestante” (i protestanti erano il doppio dei cattolici), e che Sinn Féin (fondato nel 1905 da Arthur Griffith come partito nazionalista moderato) è un partito che non vuole l’esistenza dell’Irlanda del Nord e si rifiuta persino di usare il termine Irlanda del Nord, riferendosi invece al “Nord“. Il partito un tempo guidato da Gerry Adams cerca di abolire quella che considera un’entità illegittima e rappresenta una sfida esistenziale al Regno Unito. I parlamentari del Sinn Féin vengono eletti, ma boicottano Westminster.

Con la O’Neill Sinn Féin ha accentuato la linea di partito della sinistra radicale e progressista8 e ha evitato di fare una campagna elettorale ideologica sul tema della riunificazione dell’Irlanda, mentre ha posto al centro i temi sociali ed economici – costo della vita, servizio sanitario, welfare, disoccupazione, pensioni, case popolari, diritti delle donne, istruzione, riconoscimeto della lingua irlandese9 -, in linea con le principali preoccupazioni concrete della maggioranza degli elettori nordirlandesi10. Michelle O’Neill ha promesso di concentrarsi su queste preoccupazioni nella sua azione di governo, anche se in un riferimento in codice all’unificazione irlandese, ha dichiarato: “È un momento decisivo per la nostra politica e per il nostro popolo. Oggi, si apre una nuova era che credo offra a tutti noi l’opportunità di reimmaginare le relazioni in questa società sulla base dell’equità, sulla base dell’uguaglianza e sulla base della giustizia sociale, indipendentemente dal background religioso o sociale“.

Invece, la campagna elettorale dei partiti unionisti è stata dominata dalla loro rabbia per il protocollo dell’Irlanda del Nord dell’accordo per la Brexit tra Regno Unito e Unione Europea, che ha istituito un confine commerciale nel Mare d’Irlanda tra Irlanda del Nord e il resto del Regno Unito (cioè all’interno dello stesso Paese), con dogane ai porti nordirlandesi, per evitare che ne venga imposto uno tra l’Irlanda del Nord e la Repubblica d’Irlanda (cioè tra due Stati diversi che condividono la stessa isola), andando ad infrangere quanto previsto dall’Accordo di Pace del Venerdì Santo del 1998. A seguito dell’Accordo, infatti, la Repubblica d’Irlanda ha accettato di modificare gli articoli 2 e 3 della costituzione, che rivendicavano le sei contee dell’Irlanda del Nord, mentre il Regno Unito ha rinunciato al confine duro, di fatto consentendo la riunificazione dell’isola (sul tema del rapporto tra Brexit e le questioni nordirlandese, scozzese e gallese, vedi il nostro articolo qui)11. Le elezioni hanno dimostrato che i partiti che sostengono il protocollo – Sinn Féin, SDLP, Alliance e altri due piccoli partiti – sono maggioritari. Infatti, hanno ottenuto il 55%. Ma, tra i partiti unionisti che vi si oppongono, è stato il più intransigente dei partiti ad aumentare la propria quota di voti a spese degli altri. L’assemblea di Stormont potrà votare su parti chiave della questione del protocollo e sulla sua prosecuzione a partire dalla fine del 2024, per cui anche per questo queste elezioni erano considerate fondamentali dagli unionisti12.

Molti unionisti hanno accusato il DUP di complicità con Johnson, incolpandolo per il protocollo, considerato l’appoggio dato dal partito ai governi conservatori di May e Johnson, almeno fino alle elezioni politiche del 12 dicembre 201913. Temono indebolisca la posizione dell’Irlanda del Nord nel Regno Unito e che, quindi, a lungo andare metta in discussione l’identità britannica dell’Irlanda del Nord, per cui nei distretti a prevalenza protestante alcuni hanno votato a favore del rivale di destra, il TUV, un partito di estremisti che si oppongono  non solo al protocollo, ma anche all’accordo del Venerdì Santo e alla condivisione del potere14, anche se il leader del DUP, Jeffrey Donaldson, ha almeno in parte recuperato l’elettorato tradizionale trasformando il suo partito nel baluardo contro un primo ministro dello Sinn Féin15. Donaldson ha affermato che non porterà il DUP nell’esecutivo – che non può essere formato senza il suo partito – a meno che il protocollo non venga stracciato (un atto che comporterebbe delle sanzioni da parte dell’UE) o modificato, facendo pressioni su Downing Street affinché rinegozi con l’UE l’accordo Brexit (con la UE che ha già offerto diverse concessioni sostanziali e rimane decisa a non rinegoziare un trattato internazionale firmato solo un paio di anni fa), invochi l’articolo 16 del protocollo o metta unilateralmente mano ad una legislazione che permetta di ignorarne le parti non gradite, per evitare una crisi prolungata nell’Irlanda del Nord, ma col rischio di aprire una guerra commerciale con l’UE. “Dobbiamo vedere il governo del Regno Unito intraprendere un’azione decisiva sul protocollo. Le parole non bastano“, ha detto Donaldson. “Abbiamo bisogno che la lunga ombra del protocollo venga rimossa dalle istituzioni politiche nell’Irlanda del Nord. Sta creando danni incalcolabili all’Irlanda del Nord. L’UE ha bisogno di sentire quel messaggio forte e chiaro“.

In base alle regole di condivisione del potere nell’Accordo del Venerdì Santo, Sinn Féin, DUP, Alliance e gli altri partiti che hanno una rappresentanza a Stormont, hanno otto giorni per formare un nuovo esecutivo, ma hanno fino a 24 settimane per farlo in base alle nuove leggi firmate a Westminster. Un boicottaggio del DUP potrebbe ritardare e plausibilmente far deragliare la formazione di un nuovo esecutivo di condivisione del potere. Se non viene formato alcun esecutivo, il segretario di Stato per l’Irlanda del Nord deve indire nuove elezioni, che devono poi tenersi entro 12 settimane, rimandando la possibilità della formazione di un nuovo governo fino a dicembre (dal 2007 la governance decentrata è rimasta sospesa per quasi la metà del tempo). Ciò pone un punto interrogativo sul fatto che O’Neill diventi primo ministro, ma non altera il profondo impatto psicologico della vittoria dello Sinn Féin.

In queste condizioni politiche, anche la riunificazione dell’Irlanda rimane lontana, un traguardo impervio da raggiungere. Con la vittoria elettorale, lo Sinn Féin spera di dare slancio a un referendum sull’unità irlandese, un obiettivo rafforzato dalla crescente popolarità del partito nella Repubblica d’Irlanda, dove, sotto la leadership di Mary Lou McDonald, presidente del partito, guida l’opposizione nel Parlamento di Dublino ad un governo che viene sostenuto da una coalizione tra i due maggiori partiti di centrodestra, Fianna Fail e Fine Gael, e i Verdi. “È un grande momento che dice senza ombra di dubbio che la vita è cambiata al Nord, che le cose sono cambiate in Irlanda e che stiamo solo andando avanti e non torneremo mai più indietro“, ha detto McDonald16.

O’Neill ha detto che “la gente ha parlato e il nostro compito ora è presentarci [a Stormont]. La leadership è importante, l’uguaglianza è importante, le questioni sollevate sono importanti. Dovremmo avere un esecutivo formato la prossima settimana. Dovremmo concordare un programma per il governo, mettere soldi nelle tasche delle persone. Questo è ciò per cui la gente ha votato“.

Naomi Long, leader di Alliance, ha esortato il DUP a “smettere di creare instabilità e iniziare a governare” e ad accettare la volontà dell’elettorato. Long, ministro della giustizia in carica nel governo a cinque partiti uscente dell’Irlanda del Nord, ha dichiarato di essere disposta a servire in una potenziale nuova coalizione tripartita insieme allo Sinn Féin e al DUP. Ma, ha detto anche che l’incessante dusputa tra quei due partiti polarizzati deve finire perché la condivisione del potere funzioni.

Da Londra e a Belfast, il segretario di Stato per l’Irlanda del Nord Brandon Lewis ha esortato le parti a formare un esecutivo “il prima possibile”. “I cittadini dell’Irlanda del Nord meritano un governo locale stabile e responsabile che si occupi delle questioni che contano di più per loro“, ha affermato. “Gli elettori hanno consegnato una serie di messaggi. Sono stati chiari sul fatto che vogliono un governo decentrato pienamente funzionante nell’Irlanda del Nord, vogliono che le questioni intorno al Protocollo vengano affrontate e che la politica funzioni meglio.”

Questa posizione è stata condivisa anche dal Taoiseach (primo ministro della Repubblica d’Irlanda) Micheál Martin che ha esortato gli eletti a “rendere operativo il loro” mandato e a formare un esecutivo con una base parlamentare a Stormont. Secondo Martin, sarebbe “antidemocratico” per il DUP rifiutarsi di formare un esecutivo a Belfast dopo le elezioni, ora che lo Sinn Féin lo ha ampiamente superato e la maggioranza del popolo nordirlandese ha votato per avere come primo ministro un repubblicano il cui partito vuole un’Irlanda unita.

Un rifiuto da parte del DUP, apparentemente una protesta contro il protocollo dell’Irlanda del Nord, sarebbe comunque una buona notizia per Sinn Féin, perché dimostrerebbe definitivamente ai suoi elettori che l’Irlanda del Nord, costituita 101 anni fa come uno Stato esclusivamente unionista, è incapace di diventare pluralista e deve quindi essere terminato al più presto.

La pressione è arrivata anche dal governo degli Stati Uniti (Biden ha origini irlandesi). Ned Price del Dipartimento di Stato ha dichiarato: “Chiediamo ai leader politici dell’Irlanda del Nord di adottare le misure necessarie per ristabilire un esecutivo di condivisione del potere, che è una delle istituzioni centrali stabilite dall’Accordo di Belfast/Venerdì Santo. Le sfide critiche e immediate riguardanti l’economia, la salute e l’istruzione vengono affrontate al meglio attraverso gli sforzi collettivi di un governo decentrato scelto e responsabile nei confronti del suo popolo. Gli Stati Uniti hanno una relazione profonda e di lunga data con l’Irlanda del Nord, fondata su legami di parentela, cultura, commercio e valori condivisi. Rimaniamo profondamente impegnati a preservare il dividendo della pace dell’Accordo di Belfast/Venerdì Santo e ci adopereremo sempre per proteggere queste conquiste per tutte le comunità.

Da tempo sia l’amministrazione Biden sia membri influenti del Congresso hanno dichiarato che un accordo commerciale free-trade bilaterale tra gli Stati Uniti e il Regno Unito – tanto desiderato da Johnson per far decollare la sua “Global Britain” – non progredirà finché l’Accordo di Pace del Venerdì Santo sarà minacciato dall’opposizione unionista e del governo britannico verso l’applicazione del protocollo.

Per ora Donaldson ha respinto tutti gli appelli dei governi britannico, irlandese e americano, continuando ad affermare che bloccherà la formazione di una nuova amministrazione di condivisione del potere. Al segretario di Stato per l’Irlanda del Nord, Lewis, ha ribadito che il DUP non nominerà ministri nell’esecutivo di Stormont alla fine di questa settimana a meno che Downing Street non intraprenda “azioni decisive” sul protocollo Brexit. La conferma di questo boicottaggio scatenerebbe una crisi politica e paralizzerebbe il governo devoluto nella regione appena una settimana dopo che lo Sinn Féin ha trionfato facendo della sua vice leader, Michelle O’Neill, il presunto primo ministro. O’Neill ha affermato che il DUP non dovrebbe cercare di “punire il pubblico” per i suoi errori sulla Brexit. “Non sarà tollerata una strategia del ricatto dove il nord dell’Irlanda diventa un danno collaterale in un gioco a somma zero [game of chicken] con la Commissione Europea. Statene certi, noi e la nostra comunità imprenditoriale qui non saremo tenuti in ostaggio“.

Lotta politica e crisi sociale ed economica in Irlanda del Nord

Mentre nel 1998 i partiti nazionalisti (Sinn Féin e SDLP) hanno appoggiato l’accordo del Venerdì Santo e il 99% dei cattolici ha votato sì al referendum per la sua adozione, i principali partiti unionisti si sono divisi, con il DUP che si è opposto all’accordo e il 43% dei protestanti che ha votato no. L’accordo fu venduto come “trampolino di lancio per un’Irlanda unita” dai repubblicani, mentre gli unionisti sostenevano che consentiva di “assicurare l’unione“. Ma, lo stesso DUP ha accolto membri dissidenti del UUP contrari all’accordo e si è opposto all’accordo fino al 2007, quando lo storico leader del partito, Ian Paisley Sr, si è incontrato con il leader storico di Sinn Féin, Martin McGuinness. La decisione del DUP di far parte di un governo regionale insieme allo Sinn Féin nel 2007 ha aumentato il sentimento di marginalizzazione tra molti unionisti di base. Significava che non c’erano più grandi partiti unionisti anti-accordo, rendendo la protesta di strada un’alternativa più attraente.

C’è sempre stata una gran parte dell’Irlanda del Nord lealista che ha cercato di preservare un passato in cui i protestanti avevano la supremazia. Essere la classe dirigente dell’Irlanda del Nord ha dato loro il controllo sulla distribuzione di posti di lavoro e dei fondi provenienti dalla tassazione locale e dal governo di Londra. Perdere quello status li rende – certamente non tutti, ma sicuramente molti – amareggiati. Non sorprende che l’abbandono da parte del resto del Regno Unito dei suoi più fedeli sostenitori abbia portato risentimento, facendo emergere un nucleo di “duri e puri” che continuamente si agita per qualcosa e che ha paura di diventare una minoranza (protestante) in un’Irlanda territorialmente riunita, repubblicana e a maggioranza cattolica17. Una tensione tra Gran Bretagna e unionisti che risale agli anni ’60, quando l’industria iniziò a declinare e il governo britannico fu costretto a sovvenzionare i servizi sociali e l’amministrazione governativa. L’Irlanda del Nord stava diventando un onere economico per le casse di Londra. Per salvare la situazione, le multinazionali sono state invitate a sfruttare la manodopera a basso costo del Nord (dalla De Lorean alla Bombardier, ora Airbus), un soluzione che ha funzionato solo in parte. Con la perdita a lungo termine di posti di lavoro nell’industria e quasi due decenni di politiche di austerità, l’amarezza si è trasmessa di generazione in generazione. È l’amarezza di una comunità operaia lasciata a marcire da coloro – gli inglesi – a cui le loro famiglie sono leali da secoli. L’iconico cantiere navale Harland & Wolff, che un tempo dava lavoro a decine di migliaia di dipendenti, ora offre solo 400 posti di lavoro.

Tra il 2009 e il 2019, le scuole dell’Irlanda del Nord hanno subito una riduzione della spesa dell’11%, più che in qualsiasi altra parte del Regno Unito. Il lavoro giovanile è stato azzerato. L’economia è fortemente sussidiata dal governo britannico (con il deficit di 9,4 miliardi di sterline nel 2019 che è stato ripianato dai sussidi britannici). In cambio dell’appoggio del DUP, May si era impegnata a devolvere un miliardo di sterline di sovvenzioni supplementari per strade, scuole e ospedali in Irlanda del Nord (fondi che avrebbero dovuto sostituire quelli ottenuti dalle politiche di coesione dell’Unione Europea). Il settore pubblico impiega un quarto della popolazione, mentre la produttività è la più bassa tra quelle delle regioni del Regno Unito.

Famiglie della classe media, spesso protestanti, si sono rilocalizzate nei sobborghi intorno a Belfast e si sono nascoste dietro le recinzioni dei giardini. Le famiglie della classe operaia, più spesso, ma non sempre, cattoliche, hanno continuato a vivere tra i fumi dell’inquinamento nel centro della città, e sono divise da vasti recinti per impedire che i loro adolescenti si attacchino a vicenda: ora ci sono più chilometri di questi cosiddetti “muri della pace” che separano le comunità della classe operaia sulla base delle affiliazioni religiose, di quanti ce ne fossero nel 199818. In un certo senso questa “forma di convivenza” ha funzionato: ci sono stati meno omicidi. Allo stesso tempo, non ha funzionato: in una società in cui quasi tutti sono traumatizzati o si prendono cura di qualcuno che lo è, più persone sono morte per suicidio dalla fine della guerra di quante ne siano morte violentemente durante.

I giovani dovevano essere la generazione che avrebbe dovuto ereditare la pace, la stabilità e la prosperità, e invece sono cresciuti in un contesto che ha continuato a vivere il trauma lacerante del conflitto, ricordato incessantemente dai murales, dalle bandiere, dalle sfilate, dai memoriali degli assassinati e di coloro che hanno ucciso. Le divisioni tribali continuano ad essere alimentate anche dalla continua segregazione nel sistema educativo, che comprende scuole protestanti, scuole cattoliche e scuole integrate. Il bilanciamento degli interessi confessionali, culturali e nazionali ha creato un sistema scolastico diviso, frammentato e costoso.

Le basi dell’Accordo di Pace del Venerdì Santo del 1998 erano fondate sul “blairismo”: un modello di crescita economica basato su consumi privati, pendolarismo e debito dei consumatori che è finito con la crisi finanziaria del 200819; un’Europa sempre più integrata che è stata distrutta con la vittoria della Brexit al referendum del 2016. L’idea era, da un lato, che le tensioni comunitarie sarebbero state dimenticate in mezzo all’inarrestabile ascesa dell’individuo consumatore neoliberista. Dall’altro, che i leader politici protestanti e cattolici che sostenevano di rappresentare le rispettive comunità avrebbero avuto il loro potere consacrato in modo permanente, o almeno finché l’accordo fosse sopravvissuto. Ora, seppure in crisi, tutti hanno paura di sostituirlo con qualche altra soluzione politica che non sia la riunificazione dell’Irlanda.

Sono trascorsi 24 anni dalla firma dell’Accordo di Pace del Venerdì Santo, che ha effettivamente posto fine al conflitto nell’Irlanda del Nord, ma non ha mantenuto le promesse di pace, prosperità e stabilità. Nel 1998 fu detto che la pace era a portata di mano, che il nuovo Parlamento dell’Irlanda del Nord avrebbe finalmente permesso alle persone di questo territorio di autogovernarsi. La devoluzione delle forze dell’ordine e della giustizia è arrivata dopo una serie di false partenze e per un po’ tutto è sembrato calmo, alimentando la speranza che si fosse imboccata la strada verso una pace definitiva. In realtà, la sensazione è che il conflitto potrebbe essere finito, ma non la lotta all’interno della comunità nordirlandese. La lotta per il lavoro, l’istruzione, la salute mentale e il sostegno contro le dipendenze, per l’alloggio e gli investimenti è continuata, con l’establishment politico sia in Gran Bretagna sia in Nord Irlanda che ha equiparato l’assenza di violenza al successo del processo di pace.

Il fatto è che la transizione tra il conflitto e la pace non si è manifestata in alcun modo come un vantaggio reale o significativo per le comunità della working class dell’Irlanda del Nord. I paramilitari esistono ancora, la privazione è ancora diffusa, lo scarso rendimento scolastico e le disuguaglianze sanitarie pervadono ancora tutte le parti economicamente più deboli del Paese. Sui due lati dei cosiddetti “cancelli della pace” di Lanark Way, una delle linee di demarcazione tra le due comunità – protestante e cattolica – di Belfast, si trovano due tra le aree più povere dell’intera Irlanda del Nord. Questa deprivazione si misura nei livelli di reddito, occupazione, salute e disabilità, criminalità, accesso ai servizi pubblici e condizioni di vita. Su entrambi i lati del “muro della pace” di Shankill Road/Springfield Road nella parte ovest di Belfast, il rendimento scolastico rimane basso: circa due terzi degli alunni che vivono in una parte di Falls Road e il 70% in parte dello Shankill hanno conseguito valutazioni del tutto insufficienti. Delle 50 aree peggiori della regione in termini di povertà educativa, 37 si trovano a Belfast, con tassi di Neet che oscillano tra il 10% e il 17% degli adolescenti più grandi (soprattutto maschi delle famiglie protestanti working class) in alcune parti della città.

I giovani che hanno lanciato molotov oltre i muri durante le “notti bianche” del 2021 sono stati profondamente delusi dall’establishment politico e le loro famiglie ora fanno affidamento sugli aiuti dei banchi alimentari per il cibo che consumano. L’Irlanda del Nord ha una popolazione di 1,8 milioni di persone e 55 mila sono registrate come senzatetto. Sette anni fa l’Alta Corte ha stabilito che l’incapacità dell’esecutivo dell’Irlanda del Nord di adottare una strategia contro la povertà era illegale, ma sette anni dopo non è stato posto rimedio. La mancanza di un futuro per alcuni giovani significa che rimane un terreno fertile per il reclutamento da parte di gruppi paramilitari dissidenti lealisti e repubblicani. Al tempo stesso, l’emigrazione è ancora un fenomeno rilevante, soprattutto per la comunità protestante. C’è una fuga di giovani cervelli senza ritorno – verso la Repubblica d’Irlanda, l’Inghilerra, i Paesi dell’Unione Europea, gli Stati Uniti – alla ricerca non solo di opportunità, ma anche di una evasione dai ristretti vincoli tribali che ancora strutturano e dividono gran parte della società locale.

L’Irlanda del Nord ha il tasso di disoccupazione più basso del Regno Unito (e della Repubblica d’Irlanda), ma ha anche il tasso di occupazione più basso – 69,4% rispetto al 75,1% nel resto del Regno Unito. La regione ha livelli bassi di investimenti di capitale e innovazione; quantità limitate di startup locali; livelli più elevati di occupazione nel settore pubblico e una forza lavoro meno qualificata rispetto al resto del Regno Unito. Insieme, questi fattori portano ad una minore competitività e occupazione. Inoltre, registra il più alto tasso di persone economicamente inattive del Regno Unito – un gruppo che comprende casalinghe, caregivers a tempo pieno, malati di lunga durata o disabili, studenti e pensionati. Il Regno Unito ha speso quasi 28 miliardi di sterline in Irlanda del Nord nel 2019, ma ha raccolto solo 18,5 miliardi di sterline in tasse locali, dati che riflettono gli alti costi e la bassa produttività della regione. Uno studio dettagliato ha rilevato che la Repubblica d’Irlanda dovrebbe pagare fino a 15,7 miliardi di euro all’anno per finanziare l’Irlanda del Nord (più di 3.200 euro per ciascun cittadino), anche se il suo sitema sanitario è decisamente inferiore dal punto qualitativo rispetto al National Health System britannico.

La Brexit e il protocollo dell’Irlanda del Nord sono solo una piccola parte di un più ampio scenario negativo in cui lealisti e unionisti della working class si vedono, a torto o a ragione, come schiacciati dai propri rappresentanti politici e dal governo britannico. Nonostante la loro feroce lealtà nei confronti della Gran Bretagna e della cultura britannica, i lealisti nutrono una profonda sfiducia nei confronti del governo britannico e hanno a lungo temuto che Londra li avrebbe abbandonati, traditi, per amore della convenienza politica. La creazione di un confine doganale nel Mare d’Irlanda, ha aggiunto una barriera tra la Gran Bretagna e l’Irlanda del Nord e così è cresciuto un sentimento di alienazione, frustrazione ed emarginazione tra i lealisti, la sensazione della perdita di controllo sul “loro” Paese.

 Verso il tramonto del Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del Nord?

La tornata delle elezioni amministrative del 5 maggio – con i successi dei partiti nazionalisti Sinn Féin, Scottish Nationalist Party (SNP) e Plaid Cymru, e gli arretramenti dei due maggiori partiti unionisti, Tories (che hanno tenuto nel “red wall” della working-class del nord, ma sono indeboliti dal declino di Johnson ed sono insidiati dalla rinascita dei Liberal Democratici nel sud, ovest e aree rurali) e Labour (ormai sempre più un partito asserragliato nella metropoli londinese, con un risultato discreto in Galles e segnali di ripresa in Scozia) – ha rafforzato le sensazioni di un numero crescente di analisti ed osservatori che pensano che il Regno Unito nella sua forma attuale sia probabilmente condannato e che lo scioglimento dell’unione sia inevitabile. Ma, al di fuori delle varie cause nazionaliste, poche persone sembrano avere un’idea chiara su cosa dovrebbe sostituire il sogno morente dell’unionismo.

Dopo aver visto il suo partito crescere alle elezioni amministrative, il primo ministro scozzese, Nicola Sturgeon, ha affermato che la performance del Sinn Féin in Irlanda del Nord ha evidenziato che ora ci sono grandi interrogativi sul futuro del Regno Unito come entità politica. “Non c’è dubbio che ci sono grandi interrogativi fondamentali che vengono posti al Regno Unito come entità politica in questo momento“, ha dichiarato Sturgeon. “Sono stati posti qui in Scozia, sono stati posti in Irlanda del Nord, sono stati posti in Galles e penso che vedremo alcuni cambiamenti fondamentali nella governance del Regno Unito negli anni a venire e sono certa che uno di quei cambiamenti sarà l’indipendenza scozzese“. Dopo aver vinto, insieme con i Verdi, le elezioni generali del maggio 2021, ora la Sturgeon sta lavorando per arrivare a richiedere un secondo referendum sull’indipendenza scozzese come prezzo per un sostegno parlamentare ad un eventuale governo del Labour. Con una maggioranza a favore dell’indipendenza insediata nel parlamento di Holyrood, sembra quasi certo che la Scozia raggiungerà l’indipendenza nel prossimo futuro (anche se per ora non c’è una maggioranza favorevole).

Nel frattempo, sotto la spinta dall’impatto destabilizzante del CoVid-19 e della Brexit, il posto dell’Irlanda del Nord nell’unione sembra sempre più precario, con la maggioranza dei suoi cittadini che si aspetta la riunificazione irlandese nei prossimi 10-20 anni20. Uno dei motivi per cui i politici britannici possono permettersi di essere indifferenti al destino politico dell’Irlanda del Nord è perché nessuno dei principali partiti vi cerca il sostegno elettorale. A differenza della Scozia o del Galles, l’elettorato non è in grado di votare per nessuno dei potenziali partiti di governo a Westminster – Tory, Labour e LibDem. Gli elettori in Irlanda del Nord non hanno voce in capitolo su quale dei principali partiti prenderà il potere a Westminster, tranne nella rara situazione di un “hung Parliament” come quello del 2017. Ma, anche in Galles, dove l’opposizione al Regno Unito è modesta in confronto a Nord Irlanda e Scozia, le richieste di indipendenza stanno crescendo di anno in anno.

In netto contrasto, la causa unionista è sotto assedio. Mentre i movimenti nazionalisti scozzesi, irlandesi e gallesi hanno guadagnato forza, come sottolineato dal successo di Sinn Féin quest’anno e da quello del SNP alle elezioni di maggio 2021, l’unionismo è diventato un’idea confusa e marginale che raramente viene articolata con fiducia o senso di convinzione.

Parte del problema per l’unionismo britannico è sempre stato la fragilità del concetto dell’inglesità (englishness), che è sostenuto da nozioni confuse ed eccessivamente ampie. La serie di conquiste e trattati che aprirono la strada alla formazione del Regno Unito furono quasi tutte guidate dall’Inghilterra, anche se, come con l’Atto di Unione del 1707 che unì la Scozia con l’Inghilterra e il Galles, si ebbe spesso la pretesa di un partenariato paritario. Nel corso del 18° e 19° secolo, l’ascesa di uno Stato “anglo-britannico” giovò enormemente agli interessi inglesi, mentre guadagni più parziali furono assegnati alle altre nazioni partner.

Ma, a lungo termine, il ruolo ambiguo dell’Inghilterra all’interno dell’unione e del suo impero è diventato un problema quando si è trattato di dover affrontare questioni più fondamentali di identità. Al fine di assorbire le nazioni circostanti delle isole britanniche, e poi altri territori in tutto il mondo man mano che l’impero cresceva, l’Inghilterra dovette sacrificare il proprio senso di sé alla nozione molto più vaga di britannicità (britishness): un’identità così ampia e sciolta da poter essere applicata a quasi tutto il mondo.

Al di sotto di tutto, invece di uno Stato-nazione coerente con una costituzione scritta c’era il Regno Unito, un’impresa politico-commerciale pragmatica tenuta insieme per tre secoli dallo stupefacente successo materiale dell’impero britannico (per non parlare, ovviamente, delle azioni spesso brutali delle sue forze armate).

Oggi, nel 21° secolo, quando l’impero è ormai un lontano ricordo, la maggior parte delle persone ha difficoltà a sostenere l’unione senza ricorrere a vaghi cliché su tradizione e unità, a volte uniti, almeno per i liberali progressisti, a ben intenzionati, ma ugualmente vaghi, richiami al multiculturalismo.

Mentre si sono sviluppate identità scozzesi, gallesi e irlandesi più coerenti in opposizione al Regno Unito post-imperiale e ormai svuotato, in Inghilterra regna la confusione sul futuro costituzionale e sul posto dell’unione al suo interno.

Molti nel centro liberale progressista sono inglesi benestanti a cui piace semplicemente l’idea di far parte della stessa squadra geopolitica di Scozia e Galles (spesso, sembrerebbe, a causa di lontani legami familiari o di bei ricordi di vacanze in parti pittoresche di questi territori).

Un approccio più sfumato è adottato dalle figure dell’establishment unionista più anziano. L’ex primo ministro Gordon Brown ha parlato dei “benefici quotidiani” dell’unionismo, sostenendo con forza la necessità di riforme costituzionali del Regno Unito che ne impedirebbero la rottura definitiva. Eppure questa odierna strategia del New Labour, il cui sostegno è più forte tra quei sostenitori del libero mercato che Brown ha assecondato quando era primo ministro, sembra improbabile che abbia successo in un momento in cui gli ideali degli anni di Blair sono da tempo ampiamente tramontati.

Nel frattempo, ironia della sorte, il partito conservatore e unionista, ancora dominante sul piano elettorale, sembra aver accettato nel profondo che l’unionismo è un cavallo morto e si è adattato a questa nuova realtà politica. Mentre alcuni nel governo Johnson, come Michael Gove, hanno fatto tentativi simbolici di suonare il piffero per l’unionismo, l’eminenza conservatrice Chris Patten ha probabilmente ragione quando afferma che i Conservatori ora sono diventati un partito “nazionalista inglese in tutto tranne che nel nome. Con un’ampia maggioranza basata quasi interamente su seggi parlamentari inglesi e consapevoli della continua stretta dell’SNP sulla Scozia, ha senso che i Tory consolidino la loro base di potere in Inghilterra.

Come l’altro unionismo fallito negli ultimi anni – la campagna per la permanenza della Gran Bretagna nell’Unione Europea – il sostegno al Regno Unito è ostacolato dall’associazione con uno status quo che molti cittadini britannici ritengono non abbia funzionato per loro. E quando le argomentazioni a favore dell’unionismo hanno avuto successo, come nel referendum sull’indipendenza scozzese del 2014, hanno avuto la tendenza a fare affidamento sulle ansie per l’alternativa (“progetto paura“) piuttosto che su un profondo ottimismo per lo stesso Regno Unito.

Mentre l’unionismo zoppica, non aiutato da un conservatorismo che ondeggia tra l’evocazione di una mitica “Global Britain” e la realtà deprimente delle crisi finanziarie delle amministrazioni locali e delle istituzioni nazionali (a cominciare dal Sistema Sanitario Nazionale), c’è una sorprendente mancanza di pensiero, specialmente in Inghilterra, su come rispondere alla marea crescente dei nazionalismi nel Regno Unito. Mentre i conservatori mantengano i simboli tradizionali dell’unionismo (monarchia, patriottismo, nostalgia imperiale) in un Regno Unito che comprende l’Inghilterra e forse il Galles, troppe persone della sinistra inglese semplicemente non si sembrano voler riflettere sulle implicazioni radicali di una rottura imminente della Gran Bretagna – vale a dire, sul rischio che una “Grande Inghilterra” eternamente conservatrice (e con un classe dirigente cinica e rapace) occupi lo spazio politico vuoto, ignorando, respingendo ed emarginando scozzesi, nordirlandesi e gallesi, minoranze nazionali che non rientrano o non condividono questo disegno e per le quali l’identità europea aveva contribuito a sdrammatizzare il loro senso di essere delle comunità minoritarie all’interno del Regno Unito. Il prezzo che la classe politica conservatrice è stata disposta a pagare “to get Brexit done” è stato quello di giocare d’azzardo con la stessa unione, non solo nel contesto dell’Irlanda del Nord, ma anche con la Scozia.

D’altra parte, negli ambienti progressisti, una sorta di unionismo sonnolento fondato sul disgusto per il nazionalismo, è ancora troppo spesso una posizione di default.

La sinistra radicale a volte ama invocare il sogno di un mondo senza confini. C’è molto da dire su questa idea in astratto, ma non sarà di grande aiuto mentre viene cercato un futuro realizzabile per le isole britanniche oltre il Regno Unito. Quel futuro dovrebbe essere basato su una rivisitazione dell’Inghilterra su linee federali, o anche sull’effettiva indipendenza delle sue parti costitutive? Si dovrebbe iniziare a pianificare una versione più moderna e informale dell’unionismo in caso di indipendenza scozzese e riunificazione irlandese? Domande che per ora rimangono senza risposte.

di Alessandro Scassellati

Per eleggere i 90 membri dell’assemblea è stato utilizzato un sistema di rappresentanza proporzionale noto come Single Transferable Vote. Gli elettori, distribuiti in 18 collegi, possono scegliere tra cinque candidati in ordine di preferenza. I seggi sono stati quindi assegnati in proporzione al numero dei voti espressi, tenendo conto delle preferenze per i candidati espresse dagli elettori. L’affluenza alle urne è stata del 63,6%, simile all’ultima elezione dell’assemblea nel 2017.Michelle O’Neill ha 45 anni ed è nata Michelle Doris a Clonoe nella Tyrone County, una roccaforte cattolica, in un’importante famiglia working class repubblicana al culmine dei Troubles (“Disordini”), i tre decenni di violenze tra repubblicani, che lottavano per scacciare gli inglesi, e lealisti, che lottavano per rimanere nel Regno Unito, in cui morirono più di 3.500 persone. Suo padre, Brendan Doris, era un membro dell’IRA finito in prigione. Uno zio, Paul Doris, era a capo dell’Irish Northern Aid Committee (Noraid) che raccoglieva fondi per l’IRA negli Stati Uniti. Due dei suoi cugini, membri dell’IRA, sono stati colpiti dalle forze speciali inglesi, uno mortalmente. La famiglia di O’Neill si è radunata intorno a lei quando è rimasta incinta a 16 anni e l’ha aiutata a prendersi cura della sua piccola figlia, Saoirse, mentre O’Neill ha completato i suoi studi. Il cessate il fuoco dell’IRA ha aperto la strada all’accordo del Venerdì Santo del 1998 e ha incoraggiato lo Sinn Féin a concorrere alle elezioni. Il padre di O’Neill è stato eletto nel consiglio comunale di Dungannon, un percorso che lei ha seguito, vincendo il seggio nel 2005, dopo che suo padre si era dimesso. O’Neill è diventata sindaco e una protege di Francie Molloy, membro dell’assemblea del Sinn Féin, e di Martin McGuinness, figura dominante del partito insieme a Gerry Adams. L’hanno selezionata per la candidatura all’assemblea di Stormont nel 2007 e ha vinto. Lo Sinn Féin ha nominato O’Neill ministro dell’Agricoltura nel 2011 e poi ministro della Salute prima che Stormont crollasse nel 2017 per uno scandalo sulla gestione dei fondi per le energie rinnovabili (lo scandalo “cash for ash, un pasticciato programma energetico, che ha infranto la fiducia nei politici e alimentato dubbi sulla capacità della regione di autogovernarsi). Dopo la morte di McGuinness, lo Sinn Féin ha affidato a O’Neill la guida del partito nel Nord e l’ha nominata come vice primo ministro del governo regionale condiviso, parte di una strategia per promuovere volti più giovani senza legami diretti con la violenza dell’IRA. Analogamente, Mary Lou McDonald, una donna 53enne della classe media con una istruzione privata della ricca Dublino meridionale, membro del parlamento irlandese a Dublino, è succeduta 5 anni fa a Gerry Adams come leader generale del partito. Sotto la sua guida, nella Repubblica d’Irlanda, lo Sinn Féin è balzato dall’inesistenza virtuale di 25 anni fa, raggiungendo appena il 2% nelle elezioni del 1997 per il Daíl (parlamento irlandese), e dal 10% nel 2011, al 25% nel 2020, con l’ultimo sondaggio che lo mette al 35%, di gran lunga il primo partito del Paese, con la McDonald destinata a diventare primo ministro dopo le elezioni del 2025.Un’altra svolta storica c’era stata alle elezioni politiche per Westminter del dicembre 2019 quando per la prima volta i partiti nazionalisti – Sinn Féin e Social Democratic Labour Party – hanno conqustato più seggi rispetto agli unionisti (9 a 8), vincendo in tutti i collegi di confine con la Repubblica d’Irlanda. Nei collegi nordirlandesi, avendo la maggioranza degli elettori votato – in occasione del referendum del 2016 – per il Remain, l’agenda sulla Brexit non ha catalizzato l’attenzione degli elettori. L’idea di lasciare l’UE era impopolare sia nelle comunità dei lealisti sia in quelle dei nationalisti. Nell’Irlanda del Nord (come anche in Scozia, anche se in misura minore) sono venuti fuori per la prima volta i patti pro-remain e il voto tattico, che alla fine hanno avuto un impatto sul voto al Sinn Féin e al DUP. L’esempio più eclatante riguarda il risultato nel collegio elettorale di Belfast Nord, ove il leader DUP al parlamento di Westminster e politico navigato, Nigel Dodds, è stato battuto dal candidato del Sinn Féin John Finucane, figlio dell’avvocato Pat Finucane, assassinato dai paramilitari lealisti nella sua casa nel 1989.Sinn Féin, presente anche nella Repubblica d’Irlanda, oltre che nelle sei contee del nord rimaste legate a Londra, dall’inizio degli anni ’50 era progressivamente diventato, seppure con un ruolo abbastanza marginale, il braccio politico dell’IRA, l’organizzazione armata che continuava la linea della lotta insurrezionale contro la Gran Bretagna. Predicava e praticava l’astensione dalla partecipazione alle istituzioni nate dal Libero Stato. A cavallo tra gli anni ’50 e ’60 l’IRA ha tentato di riprendere l’azione armata, ma di fatto ha dimostrato la propria inconsistenza dal punto di vista militare. Questo ha portato ad un ripensamento ideologico di una parte del gruppo dirigente che si è orientato verso una visione marxista del conflitto irlandese. Nasce così il processo che porta alla divisione del 1970 tra l’ala official, influenzata dal marxismo, e quella provisional, più radicale sul piano dell’azione armata, ma con un’ideologia nazionalista pura e dai tratti fortemente anticomunisti. L’ala official, organizzata nell’IRA e nel Sinn Féin, abbandonò progressivamente la lotta armata e concentrò la sua attività come partito politico nella Repubblica irlandese, trasformandosi prima in Workers’ Party e poi in Democratic Left che si trovò rapidamente a non avere più un’identità precisa e finì quindi per confluire nel Partito Laburista, mentre il Sinn Féin attuale, erede della corrente provisional, ha anch’esso subito una notevole evoluzione. Oltre a vecchi leader, nei provisional sono confluiti giovani militanti come Gerry Adams e Martin McGuinness mossi, più che dalle pregiudiziali ideologiche, dalla maggiore combattività dei provisional nel difendere i ghetti cattolici dall’oppressione e dalla discriminazione. Occorrerà una decina di anni alla nuova generazione per assumere la guida dell’IRA e con essa del Sinn Féin, il cui ruolo è restato però puramente ancillare. All’inizio degli anni ’80 l’IRA e il Sinn Féin hanno cominciato a riprendere i temi del “repubblicanesimo sociale” o di sinistra che inizialmente erano stati appannaggio dell’ala official. Con la candidatura di Bobby Sands e altri militanti incarcerati impegnati in un digiuno di protesta dall’esito mortale, l’IRA inizia a comprendere l’utilità non solo dell’azione politica, ma anche di quella specificamente elettorale. Sands ha vinto un’elezione per il posto vacante di Westminster prima di morire nella prigione di Maze il 5 maggio 1981. L’elezione di Sands è stata una svolta epocale per lo Sinn Féin, che presto ha iniziato a vincere seggi in tutta l’Irlanda del Nord. Un altro punto di svolta è stata la decisione nel 1986 di abbandonare l’astensionismo che non impediva la presentazione di candidature, ma era incompatibile con la partecipazione alle attività parlamentari. La leadership dell’IRA e del Sinn Féin, si rese conto progressivamente che non esisteva uno sbocco armato al conflitto e anche l’azione violenta doveva essere inquadrata dentro un progetto politico. Venne così definita la strategia detta “della scheda elettorale in una mano e dell’Armalite (l’arma più usata nel conflitto) nell’altra”. Per il Sinn Féin è stata una risposta legittima a uno Stato settario non riformabile e che fondamentalmente era una struttura postcoloniale, costringendo alla fine il governo britannico a negoziare, culminando nell’accordo del Venerdì Santo del 1998 e ottenendo la condivisione del potere a Stormont e parità e rispetto per il nazionalismo irlandese. L’IRA si è ritirata definitivamente dalla scena e l’azione del movimento repubblicano avviene tutta sul terreno politico attraverso il Sinn Féin sia al nord che al sud. Nel gennaio 2019, a Londonderry era stata fatta esplodere un’automobile, evento che aveva fatto temere una nuova ondata di violenza proveniente da gruppi paramilitari nazionalisti, in piena tensione per la Brexit. La nuova IRA è emersa nel 2012 con la fusione di diversi gruppi contrari al processo di pace, tra cui la Real IRA, ed è stata collegata all’omicidio di due agenti penitenziari e di numerosi altri attacchi. Sempre nel 2019, appena prima del fine settimana di Pasqua, nel corso del quale i repubblicani irlandesi celebrano la Rivolta di Pasqua a Dublino contro i britannici del 1916 (per la quale vennero giustiziati 16 dei leader della ribellione che avevano dichiarato una repubblica, tra i quali James Connolly, interprete di una visione del movimento di liberazione irlandese strettamente collegata a quella di una trasformazione in senso socialista della società), si sono verificate delle violenze a Londonderry. Lyra McKee, una giornalista di 29 anni di Belfast è morta, colpita da colpi d’arma da fuoco durante gli scontri in cui la polizia è stata bersagliata di spari e lanci di bombe molotov durante un’operazione di sicurezza contro i “repubblicani dissidenti” (la nuova IRA) nel quartiere di Creggan, una tradizionale roccaforte repubblicana. La polizia aveva aperto un’inchiesta, trattando l’episodio come “atto terroristico“.Mentre il 51% degli over 65 dell’Irlanda del Nord si considera britannico, solo il 17% di quelli tra i 18 ei 24 anni si sente britannico, secondo un sondaggio del quotidiano Belfast Telegraph (3 maggio 2021). Un numero crescente di persone non si identifica né come nazionalista né come unionista, un terzo blocco che potrebbe essere decisivo in un referendum sull’unità irlandese.L’esecutivo dell’Irlanda del Nord deve avere un carattere intercomunitario secondo quanto previsto dall’Accordo di Pace del Venerdì Santo nel 1998 tra unionisti, nazionalisti, governi di Londra e Dublino. Dal 2007 c’è stato un primo ministro del DUP e un vice primo ministro dello Sinn Féin. Entrambi gli incarichi hanno uguale potere, ma ottenere il titolo più prestigioso è diventato una prova di forza esistenziale per i due partiti. Ci sono state richieste di cambiare i titoli di co-primo ministro e di rivedere le regole di condivisione del potere dell’era dell’accordo di pace, che non prevedevano l’ascesa di una terza forza politica centrista, non settaria dal punto di vista confessionale e che non si definisce legalmente come “arancione” unionista o “verde” nazionalista, ma lavora per creare una comunità nordirlandese unitaria e coesa.Alla Rivolta di Pasqua del 1916 contro gli inglesi, seguì una brutale guerra di tre anni tra l’esercito repubblicano irlandese (IRA) e le forze britanniche. Si concluse con un cessate il fuoco nel luglio 1921 con un forte danno reputazionale per la Gran Bretagna. Nel dicembre 1921, il trattato anglo-irlandese portò alla creazione dello Stato Libero irlandese di 26 contee, comprese tre contee della provincia dell’Ulster. Gli inglesi avevano approvato una legge sul governo irlandese dell’Ulster nel dicembre 1920, che ha previsto l’istituzione di due parlamenti, e che entrò in vigore il 3 maggio 1921, data che ha determinato l’attuale forma del Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del Nord. A questo proposito, è bene ricordare che re Giacomo VI unì la corona scozzese e quella inglese nel 1603; un’unione politica per tutta la Gran Bretagna (Inghilterra, Scozia e Galles) fu promulgata nel 1707; questo durò fino al 1800, a quel punto crebbe fino a includere tutta l’Irlanda fino al 1922, quando si contrasse alle sue attuali dimensioni di solo Gran Bretagna e Irlanda del Nord – il titolo ufficiale dello Stato del Regno Unito mostrato sulla copertina dei passaporti britannici oggi. Una parte del movimento, tra cui Arthur Griffith, accettò il compromesso con la Gran Bretagna e la separazione delle sei contee del nord dallo Stato Libero. Si accese una breve, ma violenta guerra civile tra il Sinn Féin opposto al Trattato e la parte favorevole che poi darà vita al partito Fine Gael. Il principio dei repubblicani era di rifiutare qualsiasi partecipazione alle istituzioni nate dal Trattato. Questa scelta astensionista portò ad un’ulteriore rottura nel 1927, quando la maggioranza del Sinn Féin, guidata da Eamon De Valera diede vita al partito Fianna Fail e decise di partecipare alle elezioni in Irlanda. Con la crisi economica degli anni ’30 il Fianna Fail riuscì a conquistare la maggioranza e il governo su una piattaforma programmatica che conteneva anche elementi socialmente più avanzati rispetto alle politiche liberoscambiste del Fine Gael.Sinn Féin aderisce al GUE/NGL, il gruppo che raccoglie comunisti, socialisti di sinistra, formazioni di nuova sinistra al Parlamento Europeo.La richiesta dello Sinn Féin di varare una legge sulla lingua irlandese avanzata all’assemblea di Stormont nel 2021 era stata liquidata dall’opposizione del DUP e la leader del partito, Arlene Foster, l’aveva definita simile a quella di un coccodrillo – se li nutri, ha detto, continuerebbero a tornare per averne di più. La Foster non ha intrapreso alcuna azione quando uno dei suoi parlamentari ha detto che se tale legislazione fosse stata approvata, l’avrebbe trattata come carta igienica.L’Irlanda del Nord è una delle regioni più povere del Regno Unito e molti di coloro che lavorano con i cittadini più svantaggiati sottolineano che un numero crescente di persone vive in quella che viene definita indigenza. Non possono soddisfare i bisogni primari delle loro famiglie.Dopo la Brexit, l’Irlanda del Nord è rimasta nel mercato unico delle merci dell’UE, una mossa progettata per evitare un confine terrestre politicamente problematico con la vicina Repubblica d’Irlanda. Con il resto del Regno Unito completamente fuori dall’UE, ora sono necessari controlli da parte di funzionari doganali britannici sulle merci britanniche che arrivano nell’Irlanda del Nord. Questo mentre Johnson ha raccontato ai nordirlandesi che la hard Brexit ci sarebbe stata, ma che non ci sarebbero stati confini a dividere il Regno Unito. Non era vero, quei confini sono stati eretti e a pagarne le conseguenze sono i nordirlandesi che si sentono parte del Regno Unito. Piuttosto che affrontare i problemi pratici e tecnici che questo impegno avrebbe creato – e fare i preparativi per ridurre interruzioni e disagi – i ministri di Londra hanno scelto semplicemente di negare che ci sarebbero stati controlli. Nel 2020, Johnson ha detto alle aziende che “non avrebbero assolutamente” dovuto compilare moduli per inviare merci attraverso il Mare d’Irlanda, suggerendo che o non comprendesse l’accordo di recesso o che non avesse remore a travisarlo. Dal punto di vista della UE, il 90% dei controlli alle frontiere potrebbe scomparire se la Gran Bretagna acconsentisse ad allineare gli standard alimentari a quelli del blocco. Ma, un simile accordo sui prodotti alimentare è e sarà improbabile in futuro perché rappresenterebbe un’inversione di marcia completa per il Regno Unito, che si è opposto all’allineamento normativo per ottenere una hard Brexit. In ogni caso, gli unionisti si oppongono con veemenza alla situazione creata dal protocollo perché la vedono come un cuneo economico tra la Gran Bretagna e l’Irlanda del Nord, che tradizionalmente dipende dalle importazioni britanniche. A gennaio, il ministro per la Brexit, David Frost, considerato un alleato degli unionisti sulla questione del protocollo, si è dimensso. Da febbraio l’Irlanda del Nord è rimasta senza un esecutivo dopo che il primo ministro del DUP si è dimesso come parte della protesta contro il protocollo dell’Irlanda del Nord. In sostanza, quindi, il protocollo è addotto da una parte (UE, nazionalisti, e in parte dal governo di Londra) come un accordo necessario per mantenere la pace, ma non è mai stato attuato in toto perché farlo minerebbe la pace (con la reazione violenta/militare degli unionisti). La verità è che né il Regno Unito né l’UE hanno mai attuato completamente il protocollo: il governo di Londra ha esteso unilateralmente i “periodi di grazia” alle imprese per evitare interruzioni, ritardi, difficoltà burocratiche, penurie nei supermercati e “guerre delle salsicce”, mentre l’UE ha accettato di non implementare parti del protocollo che limiterebbero il flusso di rifornimenti dal resto del Regno Unito all’Irlanda del Nord. In questo modo, la situazione non è mai diventata così intollerabile da dover essere effettivamente cambiata. Questa è una soluzione “look-the-other-way” in cui tutti riconoscono che l’accordo non può essere applicato o cancellato.Per cercare di superare le resistenze del DUP al’accordo Brexit e al protocollo per l’Irlanda del Nord, Johnosn ha previsto il coinvolgimento di Stormont, che dovrà pronunciarsi in merito al mantenimento dell’accordo 4 anni dopo il periodo di transizione (ovvero verso la fine del 2024). In caso di voto negativo, Londra e Bruxelles avrebbero 2 anni di tempo per decidere cosa fare. Per confermare l’accordo per altri 4 anni, a Stormont basterà un voto a maggioranza semplice (se otterrà invece una maggioranza ben più ampia l’accordo resterà in vita per altri 8 anni). Quello della maggioranza semplice è stato l’aspetto più controverso, perché gli unionisti del DUP chiedevano fosse rispettato quanto previsto dall’accordo del Venerdì Santo, ovvero che sulle decisioni più importanti Stormont adottasse il cosiddetto “cross-community support”: l’accordo passa se gli unionisti e gli indipendisti l’approvano ciascuno al proprio interno. In pratica, ciò si sarebbe tradotto in un diritto di veto in capo agli uni o agli altri (meccanismo che in passato ha permesso al DUP di bloccare matrimonio omosessuale e aborto, per cui le leggi contro l’aborto sono state abrogate solo nell’ottobre 2019). Un veto che né Johnson né l’UE hanno inteso concedere agli unionisti e che quindi il DUP ha interpretato come un vero e proprio tradimento da parte di Johnson.Il DUP ha pensato di piacere davvero al Partito Conservatore, quando sembrava perfettamente ovvio a chiunque prestasse attenzione che tutto ciò che Theresa May e Boris Johnson cercavano erano i loro preziosi 10 voti per sostenere il suo governo dopo le disastrose elezioni del 2017. Una volta che Johnson non ha più avuto bisogno di quei voti, la finzione poteva finire, il DUP è diventato per lo più irrilevante e la politica britannica è andata avanti senza tenere conto delle preoccupazioni degli unionisti irlandesi.Il TUV è guidato da Jim Allister, un ex parlamentare europeo del DUP. Allister ha lasciato il DUP 15 anni fa quando questo partito ha accettato di collaborare al governo regionale con quelli che chiama i “terroristi impenitenti” del Sinn Féin – e finora è stato l’unico membro eletto all’assemblea del TUV. Allister sostiene che l’Irlanda del Nord è stata colonizzata dall’UE ed è ambita dalla Repubblica d’Irlanda.Donaldson è un parlamentare a Westminster che si è accreditato come un centrista e una figura unificante che avrebbe dovuto sanare le fratture del partito e fare appello a un’ampia base di elettori. Ha iniziato la sua carriera politica nell’Ulster Unionist Party come aiutante del nazionalista bianco ed euroscettico Enoch Powell, per poi passare al DUP per protestare contro le concessioni fatte ai nazionalisti dall’UUP.Una clausola dell’accordo del Venerdì Santo prevede la possibilità di un referendum per l’Irlanda unita. Il segretario di Stato per l’Irlanda del Nord ha la facoltà di indire un referendum in qualsiasi momento, tuttavia è legalmente obbligato a indirne uno se c’è una maggioranza nell’Irlanda del Nord a favore dell’unificazione. La Brexit ha aumentato l’interesse per il referendum, anche perché la maggioranza delle persone dell’Irlanda del Nord ha votato per rimanere nella UE, proprio come la Scozia. Da allora, i nazionalisti hanno usato questo risultato per intensificare la loro spinta per un referendum sull’unità irlandese. Questa campagna si verifica sullo sfondo del cambiamento demografico che sembra favorire i cattolici, dopo decenni di tassi di natalità più alti e più bassa emigrazione rispetto ai protestanti, e un aumento della popolarità dello Sinn Féin in tutto il Paese. Di conseguenza, un numero sempre maggiore di cittadini nordirlandesi considera l’unità irlandese un’opzione praticabile per il futuro. Due terzi degli elettori dell’Irlanda del Nord ritengono che dovrebbe esserci un referendum su questo, ma solo il 37% vuole che si svolga entro i prossimi 5 anni. L’Unione Europea stessa ha dichiarato che in caso di Irlanda unita, l’isola diventerebbe automaticamente parte della UE, senza alcuna negoziazione e ritardo.Cinquant’anni fa, il 28 marzo 1972, il governo britannico guidato dal conservatore Edward Heath, rendendosi conto che l’unionismo protestante era incapace di gestire l’esigenza di cambiamento concedendo i diritti civili ai nazionalisti e condividendo il potere con la parte cattolica, fece chiudere il parlamento nordirlandese e impose il governo diretto da Londra. Una decisione che gli unionisti hanno considerato un tradimento. Decine di migliaia di lealisti si sono radunati in protesta davanti alla statua di Edward Carson fuori dagli edifici del Parlamento a Stormont. Nel 1974 l’accordo di Sunningdale, un tentativo di istituire un nuovo regime con la partecipazione dei nazionalisti, è stato sventato quando unionisti e paramilitari lealisti hanno unito le forze per organizzare un massiccio sciopero che fece fermare l’Irlanda del Nord. Il governo diretto è continuato per il resto degli anni dei Troubles ed è terminato solo dopo che l’accordo del Venerdì Santo è stato firmato nel 1998. Quando il processo di pace iniziò con l’accordo anglo-irlandese nel 1985, 100 mila lealisti si radunarono contro di esso fuori dal municipio di Belfast. Nel 2012, i paramilitari e gli adolescenti lealisti – molti nati dopo la firma dell’Accordo del Venerdì Santo – si ribellarono quando il Belfast City Council, dominato dai nazionalisti, aveva votato per non sventolare più la bandiera britannica ogni giorno dell’anno, generando rabbia diffusa tra i lealisti che sentivano che i loro simboli culturali venivano messi da parte; circa 157 persone erano rimaste ferite in quelle rivolte. Negli ultimi due anni, il motivo della rabbia dei lealisti è stato il protocollo dell’Irlanda del Nord dell’accordo Brexit firmato da Johnson con la UE. Ai primi di marzo del 2021, i gruppi paramilitari lealisti nordirlandesi (unionisti protestanti) avevano scritto una lettera al primo ministro Johnson, dicendo di volere temporaneamente ritirare il loro sostegno all’accordo di pace del 1998 a causa delle preoccupazioni sul protocollo. Hanno promesso un’opposizione “pacifica e democratica” al protocollo, ma si è trattato di un primo avvertimento per Johnson, il suo omologo irlandese Micheál Martin e l’Unione Europea. I paramilitari lealisti – una forza di circa 10 mila uomini – che fanno parte del Loyalist Communities Council, tra cui l’Ulster Volunteer Force (che ha svolto un ruolo centrale nella lotta contro l’IRA durante The Troubles ed è stato in ultima analisi responsabile della morte di oltre 400 persone), l’Ulster Defense Association e il Red Hand Commando, si sono detti preoccupati per l’interruzione del commercio tra la Gran Bretagna e l’Irlanda del Nord a causa dell’accordo sulla Brexit. “Per favore, non sottovalutate la forza dei sentimenti su questo tema in tutta la famiglia unionista. Se voi o l’UE non siete pronti a onorare la totalità dell’accordo [del 1998], allora sarete responsabili della distruzione permanente dell’accordo“, hanno affermato nella lettera, sostenendo che non sarebbero tornati all’accordo fino a quando i loro diritti non fossero stati ripristinati e il protocollo dell’Irlanda del Nord – parte del Trattato Brexit del 2020 – non fosse stato modificato per garantire scambi commerciali senza restrizioni tra Gran Bretagna e Irlanda del Nord. Ma, hanno sostenuto anche che il loro disaccordo principale era più sostanziale: che nel protocollo dell’Irlanda del Nord la Gran Bretagna, l’Irlanda e l’Unione Europea hanno violato i loro impegni verso l’accordo di pace del 1998 e le due comunità. Successivamente, ci sono state “notti bianche” in primavera e nei primi giorni di novembre 2021, con proteste e scontri di giovani e giovanissimi con la polizia con decine di feriti e arresti a Londonderry e in altre cittadine e città, tra cui Belfast, Carrickfergus, Ballymena e Newtownabbey, mentre la leader del DUP, Arlene Foster, è stata cacciata in malo modo a causa della percezione di non essere riuscita a fermarlo, così come il suo successore Edwin Poots, cacciato dopo solo 21 giorni e sostituito con Jeffrey DonaldsonBelfast est, da sempre a stragrande maggioranza protestante, ha visto le quasi 100 “linee della pace” della città – barriere di mattoni, acciaio e filo spinato che separano i distretti nazionalisti e unionisti – continuare a crescere durante gli ultimi due decenni di relativa calma, un periodo in cui il resto della capitale dell’Irlanda del Nord è diventato sempre più cattolico. Una frammentazione/segregazione sociale ed urbanistica che ha ostacolato la capacità dei lavoratori di chiedere collettivamente più alloggi pubblici, poiché i politici hanno inquadrato la questione come cattolici che cercano di invadere la terra protestante.In Irlanda del Nord l’era del Venerdì Santo è stata caratterizzata da una massiccia espansione del commercio al dettaglio. Nuove enormi strutture per lo shopping, come Victoria Square, sono state costruite nel centro di Belfast. C’è stata una crescita enorme nell’economia notturna. E questo ha funzionato bene fino alla grande recessione del 2008. Fare semplicemente shopping e mangiare fuori non era abbastanza per costruire una società autopropulsiva.Finora non c’è stato alcun riconoscimento da parte del governo britannico del fatto che la Brexit sia stata altamente distruttiva per entrambe le identità politico-culturali della comunità nordirlandese (come per quella scozzese). Con la Brexit, infatti, invece di promuovere la stabilità nell’Irlanda del Nord, il governo ha raggiunto il suo obiettivo politico di uscire dalla UE, ma ha di fatto minato il delicato equilibrio politico e sociale costruito dall’accordo del Venerdì Santo del 1998. Dal punto di vista del loro futuro costituzionale, forse gli unionisti farebbero meglio a fidarsi del governo irlandese, piuttosto che fare affidamento su Boris Johnson.

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