Un 25 novembre di “bla, bla bla”, di impegni e lotte e di maschi che dovrebbero cambiare…

Articolo già pubblicato il 24 novembre 2021 –

Un altro anno è passato. Ed ancora una volta in questo 25 novembre, giornata mondiale contro la violenza maschile sulle donne, tocca ricordare che la situazione resta drammatica.

Infatti, anche nel 2021, in Italia ogni 72 ore una donna viene uccisa da un maschio. Compagno, marito, padre, fratello che sia.

Come al solito in questi giorni i “bla-bla-bla”, che non valgono solo per le politiche ambientali, si sprecano. C’è persino una catena di negozi che vende prodotti di cosmesi o di casalinghi che per ogni acquisto effettuato “dona” una quota ad un’associazione che si occupa di violenze sulle donne.

Così come è tutto un fiorire di dichiarazioni ed iniziative istituzionali, di programmi televisivi, di articoli sui giornali che non possono fare altro che ripetere quello che già si sa e cioè che la violenza maschile contro le donne è un fatto strutturale e non emergenziale, che nella quasi totalità dei casi è un maschio conosciuto che uccide, stupra, violenta e che a muovere la mano del violento o dell’assassino non è l’amore ma il bisogno di affermare un potere e un possesso.

Non considero questa fioritura di pubblicità, dichiarazioni ed iniziative un fatto negativo. Credo che sulla violenza maschile contro le donne sia bene accendere i riflettori,in ogni modo possibile, e far comprendere quanto essa sia ormai una piaga sociale.

Servirebbe però che dal 26 novembre non calasse il sipario.

Perché nel frattempo le donne continuano ad essere uccise. Quasi ogni giorno.

Lo sanno bene i centri anti-violenza che quotidianamente accolgono, sostengono, aiutano, proteggono le donne maltrattate che trovano il coraggio di dire basta.

Eppure, a proposito di bla bla bla, nel PNRR non è previsto nessun specifico aumento di risorse a favore di questi presidi così importanti anzi, in questi ultimi anni, alcune regioni, penso per esempio alla Lombardia, hanno ridotto i finanziamenti pubblici o hanno reso più rigidi i vincoli per potervi accedere..

Non solo, come ha dichiarato la Presidente della rete D.i.RE nella conferenza stampa di qualche giorno fa “Siamo ancora in attesa dell’uscita del nuovo Piano nazionale antiviolenza, essendo il vecchio piano scaduto nel 2020 e dunque da quasi un anno. Un irreparabile ritardo che ha messo e mette in difficoltà tutte noi, non solo per la disponibilità e l’accesso ai fondi, ma soprattutto per l’impossibilità di programmazione e pianificazione degli interventi, che per i centri antiviolenza della rete D.i.Re vanno al di là dell’accoglienza alle donne”.

La rete ha inoltre ha più volte ribadito quanto sia ineludibile coinvolgere i centri nella definizione delle strategie di contrasto alla violenza riconoscendone al contempo l’autonomia e destinando loro fondi non solo relativi alla fuoriuscita dalla violenza domestica ma altresì per promuovere percorso di autonomia economica.

Un piano che come denuncia il movimento femminista di Non Una di Meno, è debole anche sul piano del sostegno all’autonomia economica visto che dovrebbe destinare alle donne che hanno subito violenza 400 miseri euro al mese per 12 mesi. Un’ipocrisia se non un insulto. In particolare per le donne migranti non regolarizzate che ne restano escluse.

E’ bene ricordare che e violenze maschili contro le donne sono un fenomeno strutturale in ogni parte del mondo.

Lo ha confermato anche il seminario internazionale “Cura ed incuria, il mondo alla prova della pandemia ed oltre…. Pensieri e pratiche femministe” svoltosi il 23 e il 24 ottobre scorsi.

Le drammatiche testimonianze dall’Afghanistan,dalla Polonia, dall’India, dalla Tunisia e dall’Algeria così come dalla Turchia, dalla Russia e dall’Argentina hanno confermato che, dentro la pandemia, le violenze sono aumentate in modo esponenziale in ogni paese del mondo.

L’aumento ha riguardato sia le violenze domestiche (nei periodi di confinamento moltissime donne sono state maggiormente esposte alle violenze dei maschi di famiglia…) che le violenze su base omofobica e razzista. In alcuni Paesi ( Brasile, Argentina,Turchia, india,Russia, Ungheria, Polonia per esempio) laddove la pandemia è stata presa a pretesto per restringere spazi di democrazia (a volte già esigui) si è assistito ad una maggiore messa in discussione di leggi e norme che garantivano alle donne diritti (specie sulla salute riproduttiva) e protezione sociale (ricordiamo l’uscita della Turchia dalla Convenzione di Istanbul).

Il sistema patriarcale dunque è ancora vivo e vegeto e continua ad agire violenza, materiale e simbolica, contro le donne negando, riducendo o togliendo loro libertà di scelta e diritto all’autodeterminazione.

I movimenti femministi, in ogni parte del mondo, ne sono consapevoli e tenacemente provano a costruire pratiche di resistenza e di lotta.

Pratiche e lotte che considero fondamentali in particolare quelle che contengono in sé elementi trasformativi potenzialmente in grado di sovvertire l’ordine sociale mediante l’agire collettivo.

Bene dunque che anche quest’anno, in Italia, il movimento femminista di Non Una Di Meno chiami a manifestare ( il 27 novembre a Roma). E lo faccia indicando ogni tipo di violenza, quella fisica insieme a quella sociale, quella economica insieme a quella culturale così come quella omofonica e razzista.

Perché è bene non dimenticare che, anche dentro la pandemia, il sistema patriarcale agisce in sintonia con quello capitalista riproducendo se non aumentando quell’incuria, fatta di individualismo, ineguaglianza, sfruttamento, violenze, guerre, che ha consentito il diffondersi del contagio. Un contagio che ancora non si ferma.

Ritengo però che accanto alle lotte femministe sarebbe necessaria una presa di parola collettiva dei maschi che non si riconoscono in quelli che violentano ed uccidono.

Come ebbe a chiedere una cara amica e compagna femminista qualche anno fa sarebbe troppo sperare che ad ogni fermminicidio i maschi non violenti (ce ne sono per fortuna) scendano in piazza o comunque manifestino in maniera decisa il loro essere differenti?

Qualcosa pare si muova, esistono cioè maschi che stanno ragionando sulla possibilità di “trasformare il maschile” accettando di mettere in discussione il potere di cui si dispone per provare ad immaginare diversi modi di stare al mondo. Sono esperienze importanti che avrebbero bisogno di diffondersi e contaminare.

E poi ci sono i centri di ascolto e di presa in carico dei maschi maltrattanti, oggi presenti in poco più di una decina di Regioni.

Una presa in carico utile che, però, ha in sé un’ambiguità di fondo che è bene sottolineare e cioè il fatto che sia previsto uno sconto della pena a chi accetta di farsi prendere in carico da uno di questi centri.

Il rischio che il maschio maltrattante e violento scelga di frequentare un centro di ascolto non perché desideroso di modificare le proprie modalità relazioni e rendersi consapevoli della violenza agita ma perché interessato a farsi ridurre la pena è molto alto. Come affermano senza pudore alcuni dei maschi presi in carico dai centri. E come denuncia chi ci lavora.

E’ vero che partecipare ad un percorso educativo può essere utile a prescindere ma resta molto alta l’eventualità che il maschio violento resti tale tornando ad agire la violenza prima di quando dovrebbe.

Una tale ambiguità andrebbe cancellata per dare maggior efficacia al percorso.

In conclusione per il prossimo 25 novembre non posso fare altro che ricordare che il numero delle violenze e dei femminicidi resta drammaticamente alto, ribadire che i “bla bla bla” non servono, sottolineare l’importanza dell’impegno e delle lotte femministe, auspicare che il genere maschile ripensi sé stesso provando a smentire che “gli uomini non cambiano” come cantava l’indimenticabile Mia Martini.

E sopratutto augurarmi che l’anno prossimo si possa dire che qualcosa è cambiato.

Nicoletta Pirotta

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