Un salario minimo europeo per un salario dignitoso

L’aggiornamento recente dei dati Eurostat mostra come nel 2020 il valore complessivo degli stipendi italiani sia tornato sui livelli del 2016.

Lo scorso anno infatti il suo valore complessivo è diminuito di 39,2 miliardi di euro, una flessione del 7,5% rispetto al 2019. E’ quello che emerge dalle tabelle dell’istituto europeo di statistica Eurostat. Il monte stipendi è sceso da 525,7 miliardi a 486,4. Nello stesso periodo in Francia sono stati persi 32 miliardi (da 930 a 898 miliardi) con un declino del 3,4% mentre in Germania la flessione è di soli 13 miliardi su oltre 1.500. Nell’ intera unione europea il calo è stato dell1,9%.

Per altro il dato di partenza del 2016 era già fortemente segnato dalla crisi precedente, quella del 2009. Rispetto ad essa l’Italia non aveva ancora recuperato per intero neanche il monte ore lavorato mentre una parte molto significativa di questo monte ore si era trasformata in precaria.

Se si pensa che  in base al Def il conto degli aiuti distribuiti nell’anno del lockdown dice che 56 miliardi su 108 sono andati alle imprese si vede che questo certo non ha favorito i salari. Cioè i salari scendono sia con l’austerity che con i Pnnr.

Naturalmente i monte salari complessivi sono legati ai tassi occupazionali che sono storicamente molto diversi nell’area UE e tali sono rimasti nonostante, o forse grazie a, l’armonizzazione affidata al mercato.

Peraltro nel 2020 il mercato del lavoro nella Ue è stato nuovamente e fortemente colpito dalla pandemia: il tasso di occupazione nella fascia di età 20-64 è calato a 72,4%, giù di 0,7 punti percentuali rispetto al 2019. Secondo i dati Eurostat  l’Italia è il Paese con il tasso di occupazione più basso (62,6%) dopo la Grecia (61%). Anche nel 2019 l’Italia aveva la stessa posizione nella classifica Ue, ma il tasso era più alto (63,5%). Nel 2020 nella Ue il tasso di occupazione degli uomini è sceso al 78,1%, dal 79% del 2019.

Nel 2020 il tasso di occupazione più elevato si è registrato in Svezia (80,8%), mentre il più basso appunto in Grecia (61,1%). I cali annuali maggiori si sono avuti in Spagna (-2,3 punti percentuali, tasso sceso al 65,7%), Irlanda (-1,7 punti, sceso al 73,4%) e Bulgaria (-1,6 punti, sceso al 73,4%). Aumenti invece a Malta (+0,6 punti, salito a 77,4%), Polonia (+0,6 punti, salito a 73,6%) e Croazia (+0,2 punti, salito a 66,9%).

Ma oltre ai tassi occupazionali ci sono proprio i salari e il costo del lavoro medi che sono molto differenziati.

Nel 2019 il costo del lavoro orario medio era pari a 27,70 EUR nell’UE-27, variando da 6,00 EUR in Bulgaria a 44,70 EUR in Danimarca.

Nel 2018 il differenziale retributivo grezzo di genere era in media del 14,8 % nell’UE-27, andando dal 3,0 % in Romania al 22,7 % in Estonia.

Nel 2019 la retribuzione netta annua di un lavoratore medio single senza figli era di 23 600 Euro nell’UE-27, variando da 6 000 Euro in Bulgaria a 42 600 Euro in Lussemburgo.

Nel 2019 la retribuzione netta annua di una coppia media di lavoratori con due figli era di 50 500 Euro nell’UE-27, passando da 12 100 Euro in Bulgaria a 94 600 Euro in Lussemburgo.

Rispetto a questo quadro anche i salari minimi legali riflettono divaricazioni così ampie. Vediamo i dati Eurostat.

Dal primo gennaio 2021, 21 dei 27 Stati membri Ue hanno un salario minimo nazionale ; non ce l’hanno Danimarca, Italia, Cipro, Austria, Finlandia e Svezia. Dieci Stati, situati nella parte orientale della Ue, hanno salari minimi inferiori a 700 euro al mese: Bulgaria (332), Ungheria (442), Romania (458), Lettonia (500), Croazia (563), Cechia (579), Estonia (584), Polonia (614), Slovacchia (623) e Lituania (642). In altri cinque Stati membri, situati principalmente nel sud, i salari minimi erano compresi tra 700 euro e poco più di 1100 euro al mese: Grecia (758 euro), Portogallo (776 ), Malta (785), Slovenia (1024) e Spagna (1108).

Negli altri sei Stati membri, tutti situati nell’ovest e nel nord, i salari minimi erano superiori a 1500 euro al mese: Francia (1555), Germania (1614), Belgio (1626), Olandai (1685), Irlanda (1724) e Lussemburgo (2202). Il salario minimo federale negli Stati Uniti è 1024 euro.

Sulla base degli ultimi dati disponibili dall’indagine quadriennale sulla struttura dei guadagni, nel 2018 i salari minimi rappresentavano oltre il 60% della retribuzione mensile lorda mediana solo in quattro Stati membri: Francia (66%), Portogallo (64%), Slovenia ( 62%) e Romania (61%). Al contrario, i salari minimi erano meno della metà del salario mediano in sei Stati membri: Croazia, Cechia e Lettonia (49% tutti), Spagna (44%), Malta (43%) ed Estonia (42%).

Non tratto qui questioni fondamentali come il carico fiscale e il tempo di impiego medio che sono fondamentali per definire il salario reale. Certo è che definire i minimi orari non basta se non si guarda anche a questi due aspetti che li definiscono sostanzialmente. Comunque i dati si trovano sempre su Eurostat.

La verità è che fare la battaglia per un vero salario minimo europeo che abbini armonizzazione e dignità significa ripensare alle fondamenta il dogma per cui sarebbe stata l’integrazione, e la libertà, di mercato a determinarlo. Questa tesi è falsificata dalla realtà ma ciò non basta a modificare l’ideologismo fondativo di Maastricht. Per altro questa mancata centralità dell’armonizzazione dignitosa del lavoro ha favorito quel processo per cui la Ue vede il Paese più forte, la Germania, come quello che basa la propria forza sulle esportazioni, e dunque sulla concorrenza, interne alla Ue stessa che sono la maggioranza assoluta. E questo grazie ad un dumping attuato dal Paese forte che comprime i salari rispetto alla sua stessa crescita di produttività. Così acquisisce esportazioni drogate (e sanzionabili dalle stesse norme Ue, pezzi di apparati produttivi di altri e parti significative di lavoro qualificato in particolare dall’Est visto che il dumping dei deboli è meno efficace di quello dei forti.

Sapere questo non significa non fare la battaglia anche a partire dal salario minimo. Essa è aperta nei fatti. C’è una proposta della Commissione che però è indicativa e debolissima. C’è la discussione i Germania, Francia, Spagna. E anche in Italia. Il punto di partenza per me è che minimo deve essere dignitoso e deve essere dichiaratamente volto ad aumentare la quota di reddito che va ai salari e non accompagnare il contrario. Cioè non deve essere una politica di sussidio della ulteriore liberalizzazione dei mercati del lavoro. Cioè deve invertire il trend dominante. Non è facile e metterlo in chiaro è decisivo.

Ma come si fa? Le mie idee sono che si deve fare in una connessione stretta tra dimensioni nazionali ed europea. E tra legge e contrattazione. Che significa? Che la soglia minima indicata solitamente nel 60% del salario medio deve essere quella relativa alla media europea, almeno tendenzialmente. E che per farlo ci vuole anche un livello legislativo e contrattuale europeo. Quello legislativo sembrerebbe escluso dalle norme esistenti. Ma, dico io, se la Commissione Europea ha trattato per tutti il prezzo e l’acquisto dei vaccini si può ben pensare a un tavolo europeo almeno all’inizio su imprese multinazionali e lavoratori pubblici che produca accordi sui minimi che diventano regolamenti erga omnes. Come si può pensare a un livello contrattuale europeo da aggiungere a quelli nazionali e territoriali.

Quali che siano le soluzioni concrete che si possono proporre la cosa fondamentale è che su di esse ci sia una lotta che riunifichi il mondo del lavoro che Maastricht ha frantumato. Terreno che mi pare imprescindibile per la Sinistra Europea che spero voglia praticarlo.

L’articolo Un salario minimo europeo per un salario dignitoso proviene da Transform! Italia.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Compila questo campo
Compila questo campo
Inserisci un indirizzo email valido.
Devi accettare i termini per procedere

Menu